Il film si intitola The Mountain, The Moon Cave and The Sad God ed esce nello stesso giorno del loro nuovo disco, The Mountain.
Eleonora Marangoni, L’imperdibile (Feltrinelli)Eleonora Marangoni è una scrittrice che fa di testa sua. Con il suo romanzo del 2018 vincitore del Premio Neri Pozza, Lux, aveva portato alla dozzina dello Strega un’avventura dal respiro da primo Novecento, di ereditieri inglesi che si trasferiscono in un’isola remota dell’Italia meridionale, un’avventura eccentrica ed esotica che era un bel respiro di salsedine da leggere. Poi altri libri, racconti e saggi e memorialistica, e adesso ecco un altro oggetto davvero originale. L’imperdibile è il romanzo di una vita curiosa, romanzesca per davvero, fallimentare, romantica a modo suo: quella di Walter Hunt, inventore geniale e sgangherato, creatore della penna stilografica, della spilla da balia (l’imperdibile del titolo), di una specie di proto-clacson, e soprattutto della macchina da cucire, che non brevetterà però mai, guardando soldi e successo passargli davanti senza fermarsi. La storia di questo inventore impantanato nella vita, nella famiglia, nella famiglia numerosissima, è raccontata come un romanzo, con una scrittura attenta, dolce, forse appena malinconica, e con la presenza di Marangoni stessa, che ne segue il percorso. Una storia diversa, che ci ha fatto pensare ad altre vite minuscole, come quelle scritte da Pierre Michon o da Giuseppe Pontiggia.

Federico Campagna, Altrimondi (Einaudi)È sempre difficile rispondere alla domanda “di cosa parla?“, che sottende a questa amata rubrica di libri. Con certi titoli è più difficile del difficile, come questo Altrimondi di Federico Campagna, pubblicato da Einaudi dopo l’uscita originale in Inghilterra per Bloomsbury. È complesso perché Altrimondi è un viaggio letterario, storico, filosofico, politico, antropologico. Dove: nel Mediterraneo. Quando: lungo tutta la storia di questo mare che è una cultura unica, mutevole, sfaccettata, in trasformazione eterna. Si parte dall’antichità più antica, con i testi e le tradizioni religiose egizie e mesopotamiche, e si viaggia tra Greci e Romani, cristiani ortodossi e meno ortodossi e Sufi: Campagna mostra come l’immaginario mediterraneo si è evoluto in un’ibridazione continua, una eterna migrazione. La migrazione come atto fondante del Mediterraneo, ecco. Ma non solo di uomini e merci: anche, mostra Campagna, una migrazione metafisica, che ha finito per plasmare profondamente quelle merci, quegli uomini, quei popoli che hanno dato vita a nazioni e imperi. Un libro immaginifico e affascinante, altro frutto di una collana – i Maverick di Einaudi – che, seppur nuova, si è già affermata come uno degli strumenti più preziosi per capire gli anni che stiamo vivendo e – cosa rara – quelli che abbiamo davanti.

Mattia Insolia, La vita giovane (Mondadori)Forse la nostalgia per la vita che ci lasciamo indietro compare davvero, per la prima volta, intorno ai trent’anni. Tappe fondamentali e scollinamenti li attraversiamo anche prima: l’inizio del liceo, i diciotto anni, per dirne due: ma si è ancora giovani, si ha fretta anzi di diventare grandi, e il futuro immaginato è sempre migliore del passato lasciato alle spalle. A trent’anni no: la sensazione di aver passato un confine fatto anche di rimpianti è ben presente – e poi certo continuerà con i quaranta, con i primi figli, con i primi capelli bianchi, e così via. Mattia Insolia ha scelto di raccontare questa prima rottura con l’entusiasmo post-adolescenziale, questa prima consapevolezza di adultità, questo primo guardarsi indietro. Il topos è quello del ritorno nel luogo dell’infanzia, una scelta comune ad altri libri della sua generazione e indicativo di una ricerca letteraria che vuole indagare il contemporaneo, le migrazioni fatte per l’università e poi per il lavoro, cifra sempre più importante di un certo romanzo italiano (ne avevamo parlato qui, della letteratura italiana “expat”). Il fantasma della giovinezza che ritrova Teo tornando a casa non è però banalmente felice e innocente, ma molto più perturbante. Racconta di vite non realizzate, di periferie abbandonate, di una vita adulta che tradisce i sogni, anziché esaudirli.

Joe Mungo Reed, Futuri terrestri (NN Editore)
Futuri terrestri è il libro per chi si è lamentato di Orbital di Samantha Harvey (pazzi) perché non aveva una trama, non parlava di niente, non c’erano i personaggi. In Futuri terrestri ci sono tutte queste cose, forse ce ne sono pure troppe, come spesso capita ai romanzi in cui la narrazione è spezzettata in punti di vista molteplici, disposti in maniera apparentemente disordinata lungo il continuum spazio temporale. Il 2025, il 2057, il 2098, poi di nuovo l’uno, poi l’altro e l’altro ancora, infine il 2025, a chiudere quasi letteralmente il cerchio, a mescolare passato, presente e futuro in quel flat circle tanto caro alla letteratura fantascientifica. Hannah, Andrew, Koban e Kenzie, la Terra, Marte e la colonia, il cronauta e il disastro, la missione di salvare il pianeta e la disperazione per la sua perdita. Tutte queste cose succedono e tutti questi personaggi si muovono in Futuri terrestri, che però dà il meglio di sé proprio nelle cose in cui Orbital dava il meglio di sè: nelle descrizioni dei movimenti della Terra, nell’osservazione delle vibrazioni delle orbite e dei tremolii delle molecole, nella composizione di questa musica delle sfere piccolissime e immense che costituiscono l’esistenza per come la conosciamo. Ma ancora più di questo, l’eccezionalità di Futuri terrestri – che se letto freddamente è un altro esempio di fantascienza sentimentale, gradevole ma ennesimo, appunto – è data dalla lucidità, e forse dalla fortuna, con cui ritrae una terribile consapevolezza che tutti abbiamo in questa epoca: queste vibrazioni che ci segnalano l’esistenza stessa della vita sulla Terra, e la nostra appartenenza a essa, si stanno facendo più deboli. E, riprendendo uno slogan molto in voga ai tempi dei Fridays for Future, non c’è niente di più spaventoso che scoprire che there is no planet B.

Adélaïde de Clermont-Tonnerre, Milady (Edizioni E/O)
Dopo aver imperversato nel mondo anglosassone, la moda dei retelling letterari è arrivata anche in Francia. Quindi sì, Milady è esattamente l’operazione letteraria che promettono la sua premessa e la sua copertina. Adélaïde de Clermont-Tonnerre va a colmare i buchi biografici della femme fatale de I tre moschettieri, raccontandocene l’infanzia e il tormentato rapporto con l’autorità ecclesiastica e patriarcale. L’operazione non è sorprendente, ma risulta particolarmente gradevole rispetto alla media del genere per due motivi. Il primo è che de Clermont-Tonnerre non rinuncia all’approccio avventuriero, cappa e spada del romanzo originale, intessendo un dietro le quinte alla storia ufficiale avvincente. Il secondo è che la malvagia, diabolica Milady non dispiaceva per niente anche al suo creatore, quasi “costretto” a eliminarla dalla storia per evitare che trionfasse e ne diventasse protagonista. Adélaïde de Clermont-Tonnerre non ha dovuto quindi sforzare granché i limiti del personaggio per darne una rilettura femminista e molto girl power.

Nicole Trevisan, Malefica (Fandango)
Ormai possiamo considerare il Veneto un genere letterario, una corrente artistica, un movimento culturale. Se avete amato il film Le città di pianura di Francesco Sossai (qui la nostra intervista al regista) e il romanzo 8.6 gradi di separazione di Giulia Scomazzon (qui la nostra intervista alla scrittrice) e volete continuare a crogiolarvi nelle atmosfere deprimenti, e forse proprio per questo catartiche, della Veneto Wave, vi consigliamo di leggere il rabbioso esordio di Nicole Trevisan. La protagonista, Aurora, è una ragazza veneta che vive a Roma: abita in una stanza in una casa in condivisione, è in cerca di un lavoro e ha una fidanzata, Rebecca, con cui però le cose vanno così così. Quando la incontriamo è da poco tornata in Veneto a causa della morte del suo migliore amico, a cui lei si rivolge per tutto il libro, scritto come se fosse una lunghissima lettera. Alla fine, però, quella che doveva essere una toccata e fuga di due o tre giorni si trasforma in una specie di trappola: Aurora resta invischiata nelle tipiche dinamiche familiari tra genitori boomer e figli millennial (rabbia, recriminazioni, frustrazione), ritrova un’amica che sarebbe stato meglio non ritrovare (confronti, invidia, cattiverie), inizia a lavorare in un’azienda della zona (proprio grazie all’amica) e questo insano ritorno al passato in un luogo da cui era fuggita fa sì che la sua rabbia trabocchi e si manifesti, ormai incontenibile, una rabbia che non è soltanto sua, ma di un’intera generazione.

Che si vanno ad aggiungere ai 77 che spenderà per completare l'acquisizione. Che comunque potrebbe non completarsi, se l'Antitrust non darà il via libera. E in questo caso, Paramount dovrà pagare altri 7 miliardi di multa.
Le ricerche dicono che il gusto musicale si congela intorno ai 33 anni. Ma dietro c'è un fenomeno più profondo, che riguarda il modo in cui il cervello codifica i ricordi, la costruzione dell'identità e un'industria che monetizza la nostalgia.
