Cultura | Libri

Il lungo e chiacchierato viaggio del Nome della rosa

I quarant'anni del caso editoriale di Umberto Eco, che ritorna per La nave di Teseo in una nuova edizione con disegni inediti e appunti preparatori.

di Francesco Longo

Umberto Eco al Museo delle arti e dei mestieri di Parigi per presentare "Il pendolo di Foucault", il 12 febbraio 1990 (Derrick Ceyrac/Afp tramite Getty Images)

«Attesissimo, chiacchieratissimo, controversissimo giallo del padre della semiotica italiana», da subito l’atmosfera che circonda l’uscita del Nome della rosa di Umberto Eco è composta di attenzioni speciali e tanta ostilità. Per i quarant’anni dall’uscita, La Nave di Teseo pubblica il 21 maggio una nuova edizione del Nome della rosa con disegni inediti, appunti preparatori dell’autore e una nota critica di Mario Andreose. Nel 1980 il libro non fa in tempo ad uscire che il Corriere della Sera scrive: «C’è chi dice che è stupendo, chi s’è entusiasmato per la trovata (nientemeno che un intrigo ambientato nel 1300), chi invece l’ha trovato noioso e fine a se stesso. Che avrà mai ragione?». In queste poche righe c’è il destino di un romanzo pronto a diventare un caso planetario. Dopo una vita a smontare i romanzi degli altri, Eco, il professore che si occupa di San Tommaso e di Mike Bongiorno, l’esperto di metonimie e di James Bond, azzarda l’esordio letterario. Frati assassinati, idiomi arcani, moltissima nebbia, peccati di lussuria, un mistero che ha la forma del labirinto e un investigatore degno di Conan Doyle. In quelle poche righe del 15 novembre 1980 il Corriere della Sera annuncia una cosa precisa: ognuno dovrà farsi una propria idea del libro. Il romanzo esce in vista del Natale 1980 al prezzo di 10 mila lire.

Dopo il Gattopardo e La Storia di Elsa Morante, Il nome della rosa è il terzo grande caso editoriale del Dopoguerra. Quando viene pubblicato, Bompiani promette a Eco che punterà sul libro, il che all’epoca vuol dire partire con una prima tiratura tra le 30 mila e le 50 mila copie: «Per l’Italia era il massimo dell’ottimismo», commenterà Eco qualche anno dopo. Alla fine di novembre, Antonio Porta lo recensisce sul Corriere: il Medio Evo di Eco ha molto a che fare con il nostro presente, è di una «strepitosa attualità» e invidie e attacchi si spiegano così: la diffidenza nei confronti di Eco romanziere è «in proporzione alla stima e al rispetto che si nutre per l’autore in campi diversi».

Il romanzo viene portato a Roma nella sede della Bompiani il 16 dicembre con un “cocktail di presentazione”. Nel giro di pochi mesidiventa un best seller e tutti si interrogano su quale sia la ricetta segreta. Alberto Cadioli scrive il saggio L’industria del romanzo dove si parla di aggregazione di un pubblico eterogeneo, il miracolo che avviene quando diversi “segmenti di pubblico” si saldano tra loro.

L’8 luglio è il giorno del premio Strega 1981. Antonio Debenedetti preannuncia la vittoria: «Vincerà Umberto Eco, questo il pronostico più attendibile e più insistito della vigilia: solo una rivoluzione nelle urne, che farebbe gran rumore, potrebbe togliere lo Strega a Il nome della rosa». Il romanzo è entrato in cinquina a metà giugno insieme a Enzo Siciliano, Guido Artom, Vittorio Saltini e Gesualdo Bufalino. Siciliano però ha vinto il Viareggio e si considera “fuori competizione”. Bufalino ha vinto la “Selezione Campiello” con Diceria dell’untore. Secondo Debenedetti la cinquina è un ritorno alla narrativa di intreccio: «Il recupero del ‘plot’ e dell’azione avviene attraverso l’uso estremamente consapevole della cultura letteraria e dei suoi mezzi. Nessuno degli autori, che figurano tra i finalisti, si rifà all’esperienza diretta». Di questa consapevolezza letteraria si parlerà per anni. Il romanzo di Eco sarà considerato uno degli emblemi del romanzo postmoderno. Erudizione, citazionismo, frullato di generi – romanzo storico, romanzo giallo, romanzo filosofico –, letteratura senza stile e insieme figlia di tutti gli stili del passato.

Di fatto, ognuno può trovare in questo libro ciò che cerca. C’è chi lo apprezza per la trovata geniale del veleno fatale assunto sfogliando le pagine di un vecchio volume e c’è chi lo apprezza perché quell’idea era già presente nelle Mille e una notte. Il libro non è altro che un collage di altri libri, Eco si vanta di non aver inventato una sola frase. Nel 1982 Bompiani si prepara per la Fiera di Francoforte. «Nel nostro stand», dice Mario Andreose, allora direttore del dipartimento libri di Bompiani, «allestiremo gigantografie con i volti di Moravia e Eco e con la grande scritta international bestselling». La personalizzazione della letteratura, oggi una consuetudine. Per i quarant’anni dall’uscita, Andreose firma ora una nota critica per la nuova edizione del Nome della rosa.

Il mondo editoriale è convinto che Eco abbia trovato la formula magica per il romanzo di successo. Lo credono tutti, tranne Eco: «Se uno avesse la ricetta del best-seller la venderebbe a tutti gli scribacchini del mondo e guadagnerebbe di più che a scrivere best-seller», dice nel 1983, quando il suo romanzo è in testa alle classifiche di vendita degli Stati Uniti ed è prevista una edizione tascabile da un milione di copie. Il libro ormai è già un successo in Francia, in Germania e in Spagna. L’editore americano che aveva acquistato i diritti per 4.000 dollari confessa di avere rivenduto la proprietà a una catena di tascabili a 550.000 dollari.

In Italia le vendite decollano con la vittoria allo Strega. Romanzo erudito sì, ma adesso anche popolare. Si parla di “Effetto Eco”, esattamente come oggi si parla di Effetto Ferrante. Allora Enzo Golino su Repubblica commenta: «Forse l’effetto Eco – il clamoroso successo internazionale del romanzo Il nome della rosa – ha accelerato suo malgrado questo fenomeno suscitando negli editori un desiderio d’imitazione e di rivalsa… Forse quel tempestivo saggio di Giancarlo Ferretti, Il best seller all’italiana, ha indotto negli strateghi del marketing l’idea che sia facile e alla portata di tutti la confezione del successo letterario di qualità…».

Il nome della rosa racconta cosa succede quando un libro smette di essere un romanzo e diventa un evento, un status symbol, una mania, il Sacro Graal cercato da scrittori ed editori. «Il protagonista del film dovrebbe essere un divo di chiara fama non ancora identificato»: il secondo passo è sempre il film. Si parla subito della XX Century Fox e di coproduzione tra Francia Italia e Spagna, con regista francese. Jean Jacques Annaud: «Ho deciso che dovevo fare Il nome della rosa appena ho letto un trafiletto sul libro su Le Monde. Poi l’ho letto. A pagina 200 ho scritto al mio agente di comprare i diritti, a pagina 300 l’agente mi ha risposto che non si poteva, a pagina 500 sono volato a Roma, alla Rai, che avrebbe voluto farne una serie di sei ore, a dire che bisognava farne un film. Io come regista. Per convincere Umberto Eco ci ho messo tre mesi, telefonandogli ogni giorno. Per fortuna siamo diventati amici, e suo figlio aveva amato La guerra del fuoco…».

Nel 1985 sono 170 settimane che il romanzo compare nella classifica dei libri più venduti in Italia. Più ha successo più viene criticato. Secondo Pietro Citati il libro è scritto «in assoluta assenza di ogni talento letterario» e per Beniamino Placido Citati è l’unico a scrivere ciò che in tanti pensano: «Gli altri letterati nostrani lo confidano alla moglie, lo borbottano agli amici, lo scribacchiano come possono. E per spiegare questo successo internazionale tirano fuori tutte le ‘ragioni’ del mondo. Siamo dunque in presenza di una società letteraria che soffre. Che soffre per il successo di uno dei suoi membri».

Il nome della rosa contagia tutti i libri che entrano nella sua orbita, le storie nel medioevo si moltiplicano fino a oggi e scrivere gialli sembra l’unica soluzione per vendere. Tutti i libri cercano di entrare in quella scia, addirittura il bestseller di Patrick Süskind, Il profumo, viene lanciato dall’editore di Zurigo con una campagna pubblicitaria che mette in evidenza le somiglianze tra i due testi.

Il  luogo dove si gira il film diventa meta di pellegrinaggi, arrivano giornalisti, auto blu. Il set è una macchina del tempo, ogni dettaglio passa al vaglio di sette storici coordinati da Jacques Le Goff, c’è un consulente anche per il comportamento monastico. Artigiani lavorano per settimane a ricostruire fedelmente stoviglie di terracotta, vasellame, miniature, lampade e arredi destinati all’abbazia. Sembra di assistere alla costruzione di una cattedrale più che a un film. Nel 1986 ancora Effetto Eco, il romanzo sta per uscire in Turchia e in Giappone, arriva a diciannove traduzioni e altre se ne annunciano. Intanto esce Saggi su il nome della rosa, sempre da Bompiani, che raccoglie una minima parte dei saggi usciti sul bestseller. Il film viene amato e odiato, tutti si chiedono se lo scrittore si sia riconosciuto nella pellicola o si sia sentito tradito. L’attenzione speciale è ormai diventata morbosità. A pochi giorni dalla prima europea prevista a Firenze il 16 ottobre 1986, Umberto Eco rompe il silenzio sul film con un articolo sull’Espresso: «Per contratto avevo diritto a vedere il film appena finito e decidere se acconsentivo a lasciare il mio nome come autore del testo ispiratore o se lo ritiravo perché giudicavo il film inaccettabile. Il mio nome è rimasto e se ne traggano le deduzioni del caso». Aggiunge: «Considererò maleducato, irrispettoso, maligno e volgare chi verrà ancora a pormi anche una sola domanda in più sull’argomento».

Negli Stati Uniti il film – mistery medievale – viene criticato e accolto con entusiasmo: l’idea è di «lanciare un nuovo filone a sostituzione di quello (invecchiato) di Rambo». Fatto sta che le copie di Vhs pirata circolano per mezzo mondo e altri produttori tentano il colpo di cooperazione per altri “kolossal europei”. Il nome della rosa è ancora nell’elenco dei libri più venduti del 1987 e nell’estate esiste un turismo fatto di persone che vanno a ricercare quelle atmosfere dai camaldolesi: «l’ondata vacanziera suggestionata dal best-seller Il nome della rosa ha raggiunto quest’anno cifre considerevoli», scrivono i giornali. Il nome della rosa è una valanga. Si trascina dietro, all’estero, la traduzione di tanti nomi della letteratura italiana, da classici come Federigo Tozzi, Ippolito Nievo, Verga, Svevo, Montale, Quasimodo e Landolfi a nomi più recenti come Andrea De Carlo, Del Giudice, Tabucchi, Tondelli, contesi dagli editori in cerca del nuovo Umberto Eco.

Il culto del Nome della rosa non è ancora finito. I best-seller si ripetono sempre tre volte, la prima come romanzo, la seconda come film, la terza come serie tv (la serie è del 2019, ed è la seconda più venduta al mondo dopo Gomorra). I casi letterari dal 1980 a oggi in Italia non sono mancati, da Va’ dove ti porta il cuore a Gomorra, da Tre metri sopra il cielo a l’Amica geniale. La ricetta è ancora un mistero. Il secondo romanzo di Eco, Il pendolo di Foucault, viene acquistato a scatola chiusa da decine di editori e accompagnato da uno “stillicidio di indiscrezioni”, ma non replica quel miracolo editoriale unico e irripetibile. Oggi Il nome della rosa torna in libreria, dove non ha mai smesso di vivere, con il marchio della casa editrice fondata dallo stesso Eco. Il libro ha fatto un viaggio di quarant’anni e riparte, da casa.

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