Al Nextones la musica è la forza che fa muovere la Terra

Siamo stati alla 13esima edizione del festival, assieme ad altri 600 campeggiatori, in val d'Ossola. E ci siamo ricordati perché questo non è "soltanto" un festival musicale.

24 Luglio 2026

La foto in copertina è di Martina Nicole Garbin e ritrae il Tones Teatro Natura, dove si tengono i principali concerti del Nextones. 

C’è una strana dinamica che si verifica al Nextones, in particolare al Tones Teatro Natura, dove si passano le notti del festival. Ballando, le persone piano piano “scavano” nel pavimento di sassi di cui è composta la platea. È una specie di subsidenza, una fatto che porta chi è lì volersi spostare continuamente, d’istinto. È come se la musica accompagnasse questo movimento, servisse a spiegarlo e comprenderlo. La musica per spiegare il passaggio degli esseri umani sulla Terra e il mutamento che la Terra accetta per favorire il passaggio degli esseri umani su di essa.

Il festival, che quest’anno si è svolto dal 16 al 19 luglio, affonda le sue radici in Val d’Ossola, in quella parte di Piemonte che è quasi Svizzera. Questa 13esima edizione conferma la forma che Nextones ha scelto sin dall’inizio e non ha mai voluto ritoccare: 600 campeggiatori al Next Camp, cinque luoghi di ritrovo diurno raggiungibili solo camminando o guidando, un cartellone in cui i nomi più grossi sono comunque tessere di un mosaico curatoriale assai più ampio. La programmazione procede a un ritmo lento e chiede al pubblico di rallentare con essa: per chi accetta il patto, la ricompensa è un’esperienza in cui pubblico, artista e ambiente riescono miracolosamente a coesistere. È una scelta che 13 anni dopo continua a funzionare, proprio perché non è mai stata negoziata né negoziabile.

Musica, anima e corpo

Il primo appuntamento del festival è alle Terme di Premia, giovedì 16 luglio. Piscina termale, 34 gradi, l’aria delle Lepontine intorno. Michela De Mattei e Palm Wine presentano Hydromantique (White Gladis), mezz’ora di composizione elettronica diffusa da quattro altoparlanti piazzati sottacqua e una giara di terracotta immersa sul fondo della piscina. Per sentire la musica bisogna immergersi completamente, da “emersi” non si sente nulla. Sotto l’acqua, le melodie ti attraversano dalle costole alle orecchie. È il primo insegnamento di questa edizione: a Nextones la musica è un’esperienza fisica. Poi Miriam Adefris e la sua arpa hanno chiuso la serata con un live culminato in uno di quei temporali che esistono solo in montagna, quelli che vengono annunciati dai tuoni e dai fulmini, e tra tuoni e fulmini se ne vanno.

Il venerdì mattina si parte a piedi in gruppo dal campeggio – il Next Camp – di Montecrestese verso Ghesc, un villaggio in pietra completamente ristrutturato usando le stesse tecniche con cui era stato costruito: muretti a secco, malta di limo del Toce, tetti in piode. La camminata passa per Canova, altro borgo recuperato con lo stesso approccio. Le performance diurne di Nextones si tengono in luoghi che sono a loro volta esperimenti di continuità tra materia locale e uso contemporaneo, tra sedimentazione geologica e moderna composizione. A Ghesc, Kenichi Iwasa presenta PONERE+, due interventi improvvisati costruiti attorno al respiro e agli strumenti a fiato, strumenti che ha portato con sé raccogliendoli in tre continenti: didjeridoo, corni tibetani, ocarine, uno strumento della famiglia Coltrane, più una serie di corni “ibridi” stampati in 3D, costruiti insieme all’artista Charlie Hope. Il respiro è la vera partitura, si allunga o si spezza a seconda di come le pietre di Ghesc – e il pubblico – rispondono. Iwasa ribadisce un principio semplice: tutto è già registrato dalla natura, la composizione consiste nel trovare l’angolo giusto per ascoltare, il resto è la cosa più umana che esista, cioè l’improvvisazione.

Nel pomeriggio si scende, in gruppo, a piedi, agli Orridi di Uriezzo, formazioni scavate nella roccia dalle acque del Toce, alla fine dell’ultima glaciazione vissuta dal nostro pianeta. Pareti verticali di pietra levigata alte fino a 20 metri, il fondo ombroso e umido, un’acustica che ricorda quella delle cattedrali (forse è il contrario, in realtà). Shane Parish, chitarrista americano ex Ahleuchatistas, entra con una chitarra acustica e comincia a suonare. Il set è meditativo, il tempo si dilata seguendo la propagazione del suono sulla roccia. Le figure algoritmiche di Autechre, tolti i synth, si rivelano scritture che nella pietra prendono un significato teologico. Alle 18, replica per chi la prima volta non è arrivato in tempo. Proprio come succede con la Messa della domenica mattina.

La subsidenza

Alle otto e mezza si aprono le porte al Tones Teatro Natura, ex cava sopra Oira, frazione di Crevoladossola. Le pareti verticali di granito, scavate a colpi di esplosivo fino agli anni Novanta, oggi funzionano da diffusore acustico. Slow Return apre la serata in registro ambient (dopo Uriezzo ci stava sorprendentemente bene). Alle dieci Alessandro Adriani e Ariella Vidach portano Koppelia, live A/V tra motion capture e coreografia. Il titolo cita Coppélia di Delibes e, dietro Delibes, Der Sandmann di Hoffmann, il racconto ottocentesco della bambola meccanica dagli occhi vuoti, lo stesso che nel 1919 Freud userà per elaborare la sua teoria del perturbante. Qui la bambola si porta appresso anche un cane robot e comincia a provare emozioni e a disobbedire ai suoi controllori. Il corpo di ballo umano si muove in sintonia con un quadrupede robot costruito da Boston Dynamics, per raccontare una parabola sull’AI che si emancipa dall’intelligenza che l’ha inventata. È la prima volta che la danza entra nella programmazione del festival, e si vede da come il pubblico si dispone attorno al palco: silenzioso, affascinato, anche un po’ smarrito.

Alle dieci e venti Daniel Blumberg (che nel 2025 ha portato a casa l’Oscar e il BAFTA per la Migliore colonna sonora originale con The Brutalist) apre il set con un corno che chiama il pubblico come si chiamano i fedeli a un rito pagano. Poi trasforma la nota in melodia e, mentre la valle scurisce sopra la cava, aggiunge strumento dopo strumento, livelli su livelli, fino a portare la platea in una zona ancestrale, al di là delle elaborazioni teoriche della musica stessa, fino a quella caotica origine che si chiama semplicemente suono. A metà set, Iwasa raggiunge Blumberg senza preavviso: nessuno lo aveva annunciato – se non lo stesso Kenichi, si viene a sapere dopo, ma soltanto alle persone che si sono ritrovate a bere assieme a lui il giovedì sera alle Terme di Premia, cioè io, Sebastian e Charlie (due giornalisti di Trippin). Dopo che Blumberg ha finito di suonare i sassi con altri sassi (funziona, per quanto assurdo possa sembrare), arrivano Abdullah Miniawy e Simo Cell, ed è come se iniziasse un altro festival, in un’altra parte del mondo. Miniawy (poeta e cantante egiziano, voce di scuola sufi) recita sopra le costruzioni di dub techno del francese Simo Cell. Il set porta Dying is the Internet, il loro ultimo album, un lavoro che sceglie il soundsystem come spazio di riflessione sulla stanchezza digitale della club culture. Le rime arabe entrano nella pietra della cava come lame nella carne, il suono esce dalla cassa riverberando sulle superfici, le coreografie video si riflettono sulle pareti. A mezzanotte e un quarto OK Williams alza i bpm, poi DJ Hell chiude la serata. Solo le tre ed è qui che comincia la subsidenza di cui si parlava all’inizio: si balla ancora, i sassi si spostano, ci si sposta, si balla ancora.

Un fenomeno geologico

Il sabato pomeriggio si sale a Montecrestese, all’Oratorio di San Marco, per Laura Masotto e The Spirit of Things. Masotto è violinista tra classica e composizione electroacoustic, negli ultimi anni sempre più vicina al filone spirituale. L’Oratorio è piccolo, affrescato, freschissimo dopo il caldo dell’escursione (che deduciamo dalle facce arrosate del pubblico, io mi sono mosso in macchina, solo stavolta) suona violino ed elettronica insieme a una batteria di strumenti tra i più vari. Tra questi un tamburo pieno di riso che imita la pioggia se lo si inclina, maracas che restituiscono lo sciabordio dell’acqua, una campana tibetana. Le melodie del violino tengono insieme il tutto tra scrittura e improvvisazione.

La sera si torna al Tones. Alle nove e quaranta OKO DJ (Marine Tordjemann, francese cresciuta a Parigi, ora ad Atene) presenta un live A/V pensato attorno al suo ultimo album As Above, So Below (Stroom, 2025), accompagnato da un film del filmmaker Hajj (Dawn Records). La dimensione è rituale e la memoria della tradizione si innestano su una ricerca elettronica radicalmente contemporanea, camera work che segue il ritmo dei kick. Alle dieci e mezza sale sul palco Carrier (lo abbiamo intervistato qui) con visual di Riyo Nemeth. Il progetto si chiama Rhythm Immortal, e la narrazione visiva è costruita in aderenza costante al beat: ogni cambio di figura ritmica muove il quadro. Il set si fonde con la cava come se fosse stato scritto per quella pietra, su quella pietra, con quella pietra, “condizione” che Guy Brewer aveva dichiarato di voler raggiungere fin dall’inizio. A fine performance lo incontro dietro al palco. Mi dice: «È uno di quei posti in cui avrei voluto essere dall’altra parte del palco». Alle undici e mezza John T. Gast con una torcia frontale color verde porta un set che sincronizza i corpi. Alla mezzanotte e mezza Helena Hauff comincia il suo set di soli vinili, come sempre, come se nessun altro strumento fosse mai stato inventato. Chiudono, alle due e un quarto, i Somatic Rituals. È l’ultimo spettacolo, la festa è quasi finita.

Tredici anni di Nextones, oltre 5 mila persone passate da qui, 600 campeggiatori al Next Camp, un pubblico che non si è mai istituzionalizzato perché nella cava ci sono i milanesi in tenuta da club, coppie appena scese dal sentiero di montagna, addetti ai lavori con badge, dj che vengono a sentire altri dj, gente del posto che ha capito che il festival è una cosa loro anche se il cartellone parla in inglese e con voci sufi. Domenica al Next Camp resta solo il Radio Booth acceso – suonano Nosedrip (Ziggy Devriendt), Francesco Skip, Isaias con Stefania Vos – mentre chi c’è ancora riparte verso la pianura con la sensazione di aver preso parte a un fenomeno geologico. E in effetti è così.

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