Coyote vs. Acme è la storia di un film che ha finito per subire nella realtà esattamente ciò che racconta: essere sfruttato, maltrattato e quasi censurato da un'avidissima multinazionale.
Se Hideo Kojima, uno dei più influenti autori di videogiochi al mondo, si dice disposto a concederti un’intervista mentre è a Roma, molli tutto e lo raggiungi nella Capitale. Lo hanno fatto anche migliaia di fan arrivati da tutta Europa (e perfino da altri continenti) per assistere alle proiezioni di Cinema in Piazza, la rassegna estiva che ha affidato a grandi personalità del cinema e della cultura una carte blanche cinematografica: scegliere dei film e presentarli al pubblico sotto le stelle, tra piazze, parchi e arene romane.
Per la sua selezione, Kojima ha attraversato decenni e continenti, passando dai grandi film di genere del Giappone degli anni Settanta fino all’immancabile omaggio a Dario Argento, uno degli autori che più hanno segnato la sua formazione cinematografica. Quasi cinquant’anni dopo aver visto di nascosto Profondo Rosso in una sala giapponese, il game designer ha anche realizzato il sogno del ragazzino cinefilo che era: incontrare finalmente il suo maestro, ora che lui stesso viene chiamato con lo stesso appellativo dai suoi estimatori.
Nei tre giorni trascorsi a Roma infatti Kojima ha scatenato code interminabili, inseguimenti improvvisati tra il Cinema Troisi e l’hotel in cui alloggiava e una vera e propria caccia all’uomo da parte dei fan. Una frenesia che racconta bene quanto le storie create dal padre di Metal Gear Solid e Death Stranding facciano ormai parte dell’immaginario popolare tanto quanto quelle dei grandi registi che lo hanno ispirato.
Tanto che in anni recenti tra i suoi sogni c’è quello, ad oggi irrealizzato, di passare dietro la macchina da presa. Sul palco di Monte Ciocci ha raccontato con sorprendente sincerità perché non ci sia ancora riuscito, pur avendo ricevuto offerte da produttori pronti a garantirgli budget elevati e ampia libertà creativa per il suo debutto alla regia. A spingerlo a dire di no è stato il senso di responsabilità: la sua azienda Kojima Productions era ancora troppo giovane per poter fare a meno del suo fondatore durante i lunghi tempi di lavorazione di un film.
Quando ne parlò con l’amico Guillermo del Toro, il regista messicano gli rispose quasi sorpreso: «Ma Hideo, tu fai già cinema. Solo che non lo fai al cinema». Un’impressione condivisa anche da Luca Marinelli, arrivato a Monte Ciocci per cenare con quello che da adolescente era il suo idolo videoludico e che in seguito p diventato il suo regista in Death Stranding. L’attore racconta come lavorare con Kojima a quel videogioco sia stato in tutto e per tutto simile all’esperienza di un set cinematografico.
Dopo averlo raggiunto al volo nella Capitale e dopo aver assistito divertita alla scena degli addetti alla sicurezza dei Musei Vaticani che lo riconoscevano all’istante tra i tanti turisti asiatici armati di reflex, fermandolo per chiedergli un selfie (richiesta accolta con la stessa naturalezza con cui sui suoi social pubblica fotografie insieme a Mads Mikkelsen o Léa Seydoux) accetto senza esitazione l’unica condizione che pone per l’intervista. Dal momento che si trova a Roma come ospite di una rassegna cinematografica, parlerà soltanto di cinema.
ⓢ Ha raccontato molte volte di come i suoi genitori l’abbiano iniziata al cinema sin da giovanissimo. Quali sono i suoi primi ricordi da giovane cinefilo cresciuto in Giappone?
Sarà una risposta molto lunga, perché ho moltissimi ricordi a tema cinematografico legati alla mia gioventù (ride, nda).Quando ero molto piccolo andavo soprattutto a vedere film adatti alla mia età, come le opere d’animazione e i kaiju movie. Come ricordavi, entrambi i miei genitori amavano il cinema e mi portavano spesso in sala con loro. Quando ero bambino andare al cinema era qualcosa di davvero speciale. Non esistevano le videocassette, non esistevano le piattaforme di streaming e non c’era internet, perciò vedere un film in sala era un evento in sé, e ogni volta rappresentava un’esperienza unica.
ⓢ C’era però la televisione.
Nei miri ricordi dell’epoca c’è anche questo programma televisivo che andava in onda sulla TV giapponese dal lunedì al venerdì, ogni sera alle nove. Prima dell’inizio del film c’era un piccola introduzione in cui veniva spiegato chi fosse il regista e quali fossero le informazioni utili a comprendere l’opera che stava per andare in onda. Dato che ero un ragazzino, a quell’opera avevo spesso sonno, ma i miei genitori insistevano perché rimanessi sveglio e guardassi quei film insieme a loro. Grazie a questa educazione cinematografica e a quella trasmissione sono stato esposto a una straordinaria varietà di cinema sin da giovanissimo. Tutti i film che vedevo all’epoca erano doppiati in giapponese e inoltre quelli più lunghi venivano generalmente ridotti a circa due ore per adattarsi al palinsesto televisivo. Anche con questi limiti, quella trasmissione mi ha permesso di entrare in contatto con un gran varietà di generi horror, film d’azione, cinema d’autore, adattamenti letterari e perfino spaghetti western, che a volte erano sorprendentemente violenti. Li guardavo tutti. Crescendo, quella sorta di educazione cinematografica si è trasformata naturalmente in un autentico amore per il cinema. A un certo punto ho iniziato ad andare al cinema da solo, finché guardare film è diventata quasi un’abitudine quotidiana, che ho ancor oggi: cerco di vederne uno ogni giorno, anche se naturalmente quando viaggio non sempre è possibile.
ⓢ Tra le sue abitudini di cinefilo di oggi c’è la condivisione sui social di ciò che vede. Scatti di lei in sala, del biglietto del cinema, dei memorabilia, ma anche commenti molto articolati su come ha trovato l’opera. Perché sente il bisogno di condividere questa parte della tua vita con i suoi fan?
All’inizio l’ho fatto senza pensarci troppo su. Condividevo semplicemente quello che mi piaceva in quel momento sui social. Se compravo un nuovo album che mi piaceva, pubblicavo una foto. Se vedevo un film che mi aveva convinto, facevo lo stesso. Con l’aumentare dei miei follower sui social però è successo qualcosa di inaspettato. Quando scrivevo di un film che avevo apprezzato, a volte il regista mi contattava direttamente sui social. Se parlavo di un libro, talvolta l’autore mi contattava. Lo stesso valeva per i musicisti e le band. I social media hanno reso possibili connessioni che prima semplicemente non esistevano. La regola non scritta per me è che non pubblico commenti negativi e non dò spazio a ciò che ritengo brutto. Preferisco condividere le opere che mi piacciono davvero. Con il tempo mi sono accorto che a seguirmi non c’erano più soltanto i fan dei miei videogiochi, ma anche appassionati di cinema e di musica. Insomma, questo tipo di post all’inizio non aveva un obiettivo preciso, ma quando ho capito che potevo comunicare direttamente con i creatori delle opere che amavo, ho deciso di usare i social anche in questo modo.
ⓢ In molti la seguono per i suoi consigli cinematografici, ma le è mai capitato che succedesse il contrario, ovvero di scoprire un film grazie ai suggerimenti dei fan?
Sì, succede. Mi è capitato di recuperare titoli che mi sono stati consigliati sui social e di apprezzarli. Ascolto volentieri i suggerimenti che arrivano a chi mi segue. Da questo punto di vista, i social media sono davvero utili, è uno dei loro aspetti positivi, anche se naturalmente non ne mancano di negativi. Sempre parlando di social, vorrei che le persone facessero esperienza diretta delle opere prima di esprimere un’opinione online. Oggi sui social in molti commentano senza aver nemmeno visto il film o ascoltato la musica al centro delle loro considerazioni. Oppure basta che qualcosa diventi virale o che qualcuno venga preso di mira perché alcuni utenti cambino diametralmente opinione, accodandosi al giudizio dominante, anche se prima la pensavano diversamente. Non credo sia un comportamento positivo. Purtroppo esistono anche persone che attaccano continuamente gli altri sui social, e questo porta molti a esitare prima di esprimere la propria opinione in questi spazi.
ⓢ Molti cinefili vivono con molta preoccupazione la progressiva scomparsa del formato fisico, il cui acquisto è sempre meno popolare tra il pubblico generalista. È anche lei un collezionista di Blu-ray, DVD e altri supporti?
Sì, compro ancora molti supporti fisici come Blu-ray e DVD per film e serie. Le videocassette le ho eliminate, ma in passato collezionavo anche i LaserDisc. Per quanto riguarda la musica, continuo a comprare CD. Mi dispiace vedere che oggi molte band non li pubblicano più e distribuiscono la loro musica soltanto in streaming. Mi rende un po’ triste. Forse è perché appartengo a un’altra generazione, ma io voglio ancora possedere fisicamente ciò che acquisto. Proprio per questo ho trasformato una stanza della mia casa in un archivio dove conservo tutti i miei film, i Blu-ray e gli altri supporti. L’unico problema è lo spazio che occupano (ride). Detto questo, bisogna anche riconoscere che oggi è molto più facile trovare certi film. Una volta andavi in un negozio e magari non riuscivi a trovare quello che cercavi; adesso, invece, basta aprire una piattaforma di streaming e spesso è già lì. Per questo non sono del tutto contrario allo streaming. Il fatto che renda così semplice accedere a tante opere è sicuramente un aspetto positivo.
ⓢ Profondo Rosso e più in generale il cinema di Dario Argento sembrano occupare un posto speciale nella sua immaginazione, tanto da comparire in forma di easter egg in molti dei suoi giochi. Che cosa rende questo film così importante per lei, tanto da scegliere di riproporlo al pubblico romano di Cinema in Piazza?
Quando ero bambino, come dicevo, i miei genitori mi facevano vedere molti film. Stanley Kubrick, Alfred Hitchcock, Akira Kurosawa… erano i registi che mi consigliavano loro e che considero dei geni. Quando però sono diventato adolescente e ho iniziato ad andare al cinema da solo, tra i tredici e i quattordici anni, i miei veri eroi sono diventati Dario Argento, John Carpenter e Brian De Palma: erano loro i miei punti di riferimento. Il modo in cui costruivano le immagini era sconvolgente, così come l’uso della macchina da presa e del montaggio per raccontare le loro storie: era qualcosa di completamente nuovo. Tra l’altro all’epoca avevo molta paura dei film horror e non ero nemmeno bravo a guardarli, ma quando vidi il mio primo film di Dario Argento mi resi conto che non era soltanto un horror. Non faceva paura soltanto per il gusto di spaventare: era vivido, bellissimo, diverso da ciò che avevo sperimentato prima. Mi chiedevo continuamente che genere fosse: un giallo? Un horror? Mi sembrava qualcosa d’innovativo. Lo stesso valeva per John Carpenter, che all’epoca mescolava fantascienza e horror. Inoltre nei film di Dario Argento c’erano anche quei colori, quel modo di usare gli sfondi che mi facevano pensare a vere e proprie opere d’arte. Ricordo ancora quando vidi l’inizio di Profondo Rosso, la scena del taxi. L’uso del colore mi colpì profondamente. Non avevo mai visto nulla di simile. Certo nel film ci sono molti omicidi, ma c’è molto, molto di più.
ⓢ Da fan così precoce di Dario Argento, com’è stato incontrarlo sul palco poche ore fa per presentare insieme quel film che tanto la terrorizzò da ragazzo?
Quando ero ragazzo sentivo quasi di non dover essere troppo attratto dai suoi film, eppure esercitavano su di me un fascino irresistibile. Se parlavo del cinema di Argento con gli amici o in famiglia, tutti mi dicevano di non guardare i suoi film perché erano troppo violenti, perciò andavo a guardarli di nascosto, senza dirlo ai miei genitori e ne uscivo terrorizzato. Solo crescendo ho capito il motivo di quella fascinazione: mi sono reso conto di quanto quei film fossero diversi da tutto il resto. Il fatto che questa manifestazione mi abbia consentito di poter finalmente incontrare il mio maestro a tanti anni da quando vidi Profondo Rosso mi ha reso davvero molto, molto felice.
ⓢ In questi giorni Nicolas Winding Refn, suo amico e protagonista con lei della challenge al centro di Cinema in piazza, mi raccontava che il suo modo di guardare i film è cambiato con il passare degli anni. È una sensazione che riconosce anche lei? In che modo il suo rapporto con il cinema è cambiato nel corso della vita?
Non direi che sia cambiato il mio modo di guardare i film, ma certe relazioni sociali influenzano ci che vedo su grande schermo. Di solito vado al cinema a vedere soltanto i film che mi interessano davvero. Se però esco con degli amici, può capitare di andare a vedere qualcosa che da solo probabilmente non avrei scelto e lo stesso succede quando andavo al cinema con i miei figli, da piccoli: finivo per vedere film d’animazione, titoli Disney o opere doppiate che magari non avrei guardato spontaneamente. Non è un’esperienza negativa, anzi: finisci per scoprire qualcosa di inaspettato e questo amplia la varietà dei film che vedi. Crescendo cambia anche il modo in cui comprendiamo un film. Ci sono cose che da giovani non riusciamo a capire e che invece con l’età acquistano un significato completamente diverso. Vale soprattutto per i personaggi più anziani: quando sei giovane spesso non comprendi il loro punto di vista, ma se riguardando lo stesso film molti anni dopo ti accorgi di riuscire finalmente a comprenderli. Per me è proprio questo uno degli aspetti più belli del cinema. I grandi film possono essere rivisti più volte e ti permettono di scoprire sempre qualcosa di nuovo. Anche rivedere un film insieme a qualcuno che non l’ha mai visto è un’esperienza che amo fare, è interessante. Dopo averlo visto se ne può parlare insieme, chiedergli come l’ha vissuto. Lo trovo sia molto stimolante, perché per me il cinema è un’esperienza, ma è anche uno strumento di comunicazione. Anzi, quasi un’arma di comunicazione.
