Dai margini, per gli outsider, contro il mainstream: per Carrier la musica o è underground o non è

Guy Brewer ha costruito una carriera intera ai margini. Con Carrier arriva al Nextones 2026, in una cava in una valle lontana da tutto, e spiega perché quella distanza tra centro e mergine è sempre stata la sua casa.

02 Luglio 2026

Questo pezzo è tratto dal nuovo numero di Rivista Studio, Non chiamatela provincia. Se volete acquistare una copia, andate qui, sul nostro store online.

C’è una coerenza silenziosa nel percorso di Guy Brewer. Emerso nei primi anni 2000 come metà del duo drum & bass Commix, poi artigiano della techno underground con l’alias Shifted e l’etichetta Avian, Brewer non ha mai cercato il centro. Ha sempre lavorato per sottrazione: pochi riflettori, circuiti autonomi, un pubblico che sa già dove e cosa cercare. Carrier, il suo progetto più recente, con cui porta live il nuovo LP Rhythm Immortal (Modern Love, 2025) in una performance audiovisiva insieme alla videomaker giapponese Riyo Nemeth, non fa eccezione. L’ho incontrato il giorno prima della partenza per un tour che lo vedrà – e sentirà – in giro per il mondo per un mese «almeno», mi dice Guy. Abbiamo parlato della performance che porterà a Nextones 2026 (dal 16 al 19 luglio), nella Val d’Ossola, in provincia di Domodossola, e di cosa significhi lavorare ai margini per scelta e necessità artistica. Anche la scelta geografica non è casuale. Il festival si articola tra una cava di granito, un borgo medievale abbandonato e una gola naturale, tutti luoghi che la storia o la geografia hanno messo ai margini, e che Nextones riaccende. Un contesto che, a sentirlo parlare, Brewer non potrebbe sentire più suo.

ⓢ Nextones si definisce “ecosistema d’ascolto” più che festival. Per un progetto come Carrier è un contesto affine o porta aspettative che devi negoziare?
È assolutamente naturale. Nonostante Carrier sia fortemente influenzato dalla musica dance, la performance che presenterò qui è più spaziale. È rivolta a un pubblico che lo capisce e lo apprezza. Non si tratta di una cosa tipo “dai, droghiamoci e vediamo quello che succede”, è un’esperienza di ascolto. L’intero concetto di Nextones si adatta in modo molto naturale a ciò che sto facendo.

ⓢ La scena da cui vieni – drum & bass, techno underground – ha sempre operato per sottrazione. Pochi riflettori, circuiti autonomi, un pubblico che sa già dove e cosa cercare. È una condizione che hai scelto o che si è sedimentata nel tempo?
È ciò che mi ha attratto della musica elettronica quando ho iniziato, ormai molti anni fa. Mi sembrava lo spazio da outsider che si è rivelato essere. Non sono mai stato interessato al mainstream e quando ho scoperto la drum & bass da adolescente si è connessa a tante altre cose che mi interessavano culturalmente, come i fumetti, i film di quel periodo. Tutto con un’estetica fortemente underground e orientata al futuro. È l’ambiente in cui mi sento più a mio agio.

ⓢ Il festival propone il motto «Abitare il suono e riconoscersi nei luoghi». Con Carrier porterai una performance, insieme al videomaker giapponese Riyo Nemeth, specifica per il Tones Teatro di Natura, un ambiente che prende vita in un’ex cava di granito. Come cambia il tuo approccio il fatto che lo spazio impone già il suo carattere?
È una di quelle cose di cui non puoi essere sicuro finché non le vivi. Sul lato più tecnico sono abbastanza consapevole dell’acustica. La prima volta che ho fatto una performance simile è stato all’Atonal Festival di Berlino, in una vecchia centrale elettrica con un riverbero molto preciso dettato da un’enorme turbina elettrica. Al Nextones sarà simile, uno spazio ben definito con storia e acustica già ben definite. Durante il soundcheck calibrerò, attenuando certe cose o accentuandone altre per adattarmi all’ambiente».

ⓢ Sei in lineup con Daniel Blumberg, John T. Gast, DJ Hell, Helena Hauff, tutti artisti con storie e linguaggi molto diversi. Cosa senti che lega Carrier a questo insieme?
Penso che tutti gli artisti al Nextones, in un modo o nell’altro, siano outsider rispetto alle scene a cui sono più legati. È soprattutto questo, uno spirito forse più ribelle, una prospettiva da outsider con un vocabolario condiviso.

ⓢ Nextones si svolge in Val d’Ossola, lontana dai circuiti urbani dell’elettronica e in generale un po’ da tutto. Carrier porta una ricerca sonora che non cerca il centro. C’è qualcosa in questa doppia periferia (geografica e sonora) che senti come una risonanza autentica?
È una musica che attinge a un senso di degrado urbano, a una mentalità futuristica e lungimirante. Ma quando vieni portato fuori da quello spazio e ti ritrovi in un ambiente rurale, questo permette una maggiore riflessione. Quando porti le persone fuori dal loro habitat naturale e presenti loro qualcosa che suona alieno e ultraterreno, penso che questo attinga a tutto quello.

ⓢ Il pubblico di Nextones è una comunità temporanea che arriva in un luogo difficile da raggiungere, campeggia, e tendenzialmente torna ogni anno. Ha già scelto la marginalità prima ancora di ascoltarti. Come cambia suonare per chi è già “dentro”?
Crescendo come Dj nei club è una cosa che sviluppi nel tempo. Di solito quando performi in un locale entri e c’è già una certa percentuale di appassionati molto in sintonia, a questi si aggiungono quelli che sono lì “solo” per la serata. Con una comunità come quella di Nextones, tutti vengono con una certa conoscenza: sanno chi suona, sono più coinvolti, apprezzano di più le sfumature. Questo ti permette, come artista, di correre più rischi e di non sentirti obbligato a giocare sul sicuro rispetto allo sperimentare.

ⓢ Carrier porta una ricerca sonora che non cerca il centro. C’è qualcosa nella doppia periferia (geografica e sonora) di Nextones che senti come una risonanza autentica?
La mia una musica attinge a una a una mentalità futuristica condita dal degrado tipico dell’underground. Ma quando vieni portato fuori da quello spazio e ti ritrovi in un ambiente più rurale, credo permetta una maggiore riflessione. E quando porti le persone fuori dal loro habitat naturale e presenti loro qualcosa che suona piuttosto alieno o ultraterreno, prende ancora più forza.

ⓢ Dal momento che il tuo club sarà una cava di granito abbandonata e riaccesa dal festival, o comunque un luogo che la storia ha messo da parte, credi che la tua musica possa entrare in sintonia con questo spazio?
In termini di spazi non ne sono ancora così sicuro, lo scoprirò direttamente lì, ma Rhythm Immortal ha molto a che fare con qualità insite nell’umano come le connessioni che abbiamo con il ritmo, con i suoni. Il ritmo è fondamentale per gli esseri umani e il fatto che attraversiamo generazioni e generazioni, che le civiltà cambino, e il ritmo rimanga, mi spinge a continuare a suonare. Presentare tutto ciò in uno spazio così connesso a questo sarà un’esperienza quantomeno interessante.

ⓢ Esiste un’estetica della marginalità nella tua musica, non come postura, ma come condizione pratica?
Penso che sia proprio il punto. Nelle mie strutture ritmiche c’è molto di implicito. Mi piace l’idea che persone diverse possano cogliere parti diverse di ciò che sto facendo ritmicamente e seguirle in modo personale.

ⓢ Cosa significa costruire un linguaggio che non cerca di essere capito subito?
A volte si perde il filo di dove sia il primo beat. Ma c’è una pulsazione interna che è unica per ognuno, e gli ascoltatori sono in grado di interpretarla ciascuno a modo suo.

ⓢ Cosa ti ispira esibirsi in un contesto come questo? Non solo lo spazio fisico, ma l’idea di un festival che sceglie deliberatamente la periferia come punto di partenza.
È il legame immediato che si crea con il pubblico e la comprensione condivisa di ciò che viene presentato. È davvero bello poter correre dei rischi e spingersi oltre i confini senza dover fare adattamenti per persone che non sono così informate. Un modo molto speciale per connettersi.

ⓢ Se Nextones è un invito a «riconoscersi nei luoghi», cosa vorresti che il pubblico del Tones Teatro Natura riconoscesse in sé stesso dopo un’ora con Carrier?
Soprattutto un maggiore “senso del cercare di perdersi nella musica” e riuscire a concentrarsi su qualcosa senza distrazioni, apprezzare la propria versione di ciò che viene loro presentato. Una sorta di versione individuale di sé stessi in cui potersi riflettere.

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