Al Nextones non si va, si sta

Dal 16 al 19 luglio 2026, in Val d'Ossola, torna il festival di musica elettronica che vuole «abitare il suono e riconoscersi nei luoghi». Del programma, degli ospiti, di camminate e di cave di granito abbiamo parlato con i direttori artistici Ruggero Pietromarchi e Maddalena Calderoni.

06 Maggio 2026

Nel profondo della Val d’Ossola, dove la pietra si fa architettura naturale e il silenzio della montagna funge da velo, il festival Nextones si prepara a celebrare la sua 13esima edizione dal 16 al 19 luglio 2026. Ma chiamarlo “festival di musica elettronica” sarebbe un errore di prospettiva, un limite semantico che non rende giustizia a un progetto che ha smesso da tempo di essere un evento per trasformarsi in un ecosistema d’ascolto e in una piattaforma di rigenerazione territoriale. Lo spirito di Nextones 2026 sta nel suo motto: “Abitare il suono e riconoscersi nei luoghi”. Non si tratta di occupare uno spazio ma di dialogare con esso. Non si tratta di consumare una serie di performance ma di immergersi in un rito condiviso che esiste nello spazio tra la presenza fisica, le pratiche d’ascolto e la vita all’aperto. È un invito a rallentare, a uscire dai circuiti del clubbing urbano o dei festival “propriamente detti” per riscoprire una relazione consapevole con sé stessi e il territorio.

Nextones nasce dall’unione di Fondazione Tones on the Stones, che durante la pandemia ha dato nuova vita a una ex cava di granito dedicandolo non solo allo spettacolo, ma anche alla cura e al benessere delle persone, alla formazione per produzioni immersive e alla valorizzazione del patrimonio ambientale, con Threes Productions, un’agenzia creativa impegnata nella sostenibilità culturale, che sviluppa e promuove progetti sperimentali nell’ambito della musica e dell’arte con un approccio ecologico.

Come racconta Ruggero Pietromarchi, direttore artistico di Threes Productions, «Nextones è un festival dove si sta, non si viene, si morde e si fugge. L’apporto che abbiamo voluto dare è proprio questo, quello di creare comunità». Proprio per questo, la vera rivoluzione di questa edizione sta nell’espansione del suo formato diurno. Il festival quest’anno pone l’accento sulle performance pensate per “attivare” il paesaggio attraverso pratiche d’ascolto immersive. Non è più solo il pubblico che si sposta verso il palco, ma il suono che si disperde e si ritrova sulla soglia dei luoghi del territorio: borghi, gole naturali e acque termali. Pietromarchi descrive così il metodo di lavoro: «Un processo che avviene negli anni, più che altro prestando l’orecchio anche a delle situazioni, delle esperienze che fanno un lavoro affine al nostro». Il programma diurno è ricalcato, come su una mappa, nella rete di luoghi che riflettono la missione della Fondazione Tones on the Stones: rendere attivi e accessibili spazi naturali e antropizzati attraverso la cultura.

Foto di Piercarlo Quecchia

Lo spettacolo inizia sul sentiero

Il festival verrà inaugurato il 16 luglio alle Terme di Premia. Qui, Michela de Mattei, con Palm Wine, presenterà Hydromantique, una sessione di ascolto subacqueo che unisce voce e narrazione in un ambiente immersivo. L’installazione rimarrà attiva per tutta la durata del festival, trasformando l’acqua in un veicolo di ascolto continuo. Accanto a loro, l’arpa di Miriam Adefris esplorerà le risonanze tra suono analogico e ambiente. Si passa poi al Villaggio di Ghesc: questo borgo medievale (riportato in vita dalla Fondazione Canova di Maurizio Cesprini), situato a Montecrestese e rinato come villaggio-laboratorio, ospiterà il polistrumentista giapponese Kenichi Iwasa. Iwasa presenterà una composizione sviluppata con uno strumento ibrido autocostruito, capace di integrare il suono di fiato, registrazioni ambientali e musica elettronica. Sarà poi il turno degli Orridi di Uriezzo. In una gola naturale dove la roccia sembra essere stata scavata dal tempo, il musicista Shane Parish rileggerà le complesse strutture elettroniche degli Autechre attraverso la chitarra acustica, in una performance dove il paesaggio, grazie alla propagazione del suono tra le superfici rocciose, diventa componente attiva. Infine, per la prima volta a Nextones, l’Oratorio di San Marco a Veglio verrà animato: l’incarico è affidato a Laura Masotto, che porterà The Spirit of Things, un dialogo tra violino, elettronica e strumenti rituali che fonde dimensione acustica e pratiche evocative in un’esperienza quasi sciamanica.

Uno degli aspetti identitari di Nextones è il modo in cui tutti questi luoghi vengono raggiunti. Non ci sono navette, ma percorsi guidati e passeggiate che permettono al pubblico di entrare in sintonia con il territorio prima ancora che inizino le performance. Camminare diventa una parte integrante dell’esperienza artistica, preparazione fisica e mentale all’ascolto. La simbiosi tra l’esplorazione geografica e la fruizione sonora è ciò che differenzia Nextones da tutti gli altri festival: la performance non inizia sul palco, ma sul sentiero. «Questa unione, questa simbiosi, questa sinestesia – sottolinea Pietromarchi –  tra l’esplorazione del territorio, camminare e arrivare e assistere a un concerto, a una performance è, insieme al programma diurno, il punto focale della manifestazione».

L’epicentro di Nextones è il Tones Teatro Natura, l’ex cava di granito, diventata uno dei palcoscenici più riconoscibili e affascinanti di tutta Europa. Qui, la “scatola” delle pareti di pietra diventa un elemento che amplifica la forza audiovisiva delle performance. Il teatro di pietra risponde alle esigenze dell’avanguardia proprio perché non è neutro e ogni produzione deve essere riorganizzata in modo specifico per accogliere la sfida di uno spazio che impone il proprio carattere.

Foto di Piercarlo Quecchia

Musica e roccia

In questo anfiteatro naturale, il festival raggiunge il suo apice. Al Tones Teatro Natura, Abdullah Miniawy e Simo Cell presentano Dying is the Internet, un’opera che fonde club culture d’avanguardia e intensa poesia araba, seguiti da Alessandro Adriani e Ariella Vidach con Koppelia, una riflessione sull’identità digitale tramite danza e motion capture, mentre Carrier propone un’esperienza visiva e sonora caratterizzata da atmosfere dub e techno. Nello stesso spazio si alternano il pluripremiato Daniel Blumberg con le sue produzioni sperimentali (le musiche di The Brutalist, prodotte da Blumberg, sono state registrate proprio in una cava), le radici punk e techno di DJ Hell e il suono analogico crudo di Helena Hauff. L’esplorazione prosegue con il linguaggio industriale di John T. Gast, le selezioni eccentriche di Nosedrip e il live rituale di OKO DJ, che intreccia sound healing e texture dub. La quota clubbing è raggiunta con il bass e jungle di OK Williams e le percussioni profonde dei Somatic Rituals. Fuori dalla cava, alle Terme di Premia, l’arpa di Miriam Adefris dialoga con l’ambiente circostante, incarnando quell’«equilibrio tra grandi nomi, prime assolute, produzione di nuovi progetti che è importante, fondamentale per la missione del festival di creare una connessione con una platea ampia e quella di suscitare un po’ di curiosità» mi spiega Pietromarchi. A ribadire l’invito a rallentare è anche l’identità visiva di questa edizione di Nextones, firmata dalla fotografa Rachele Daminelli. La sua ricerca si sofferma sui dettagli “micro” del paesaggio ossolano, dove frammenti di roccia, muschi, venature della pietra restituiscono la valle come un organismo vivo fatto di relazioni sottili.

Dal momento che Nextones nasce dall’incontro tra la Fondazione Tones on the Stones e Threes Productions, e si tratta di una collaborazione fondata su sensibilità ecologica e innovazione, il festival ha ottenuto la certificazione internazionale ISO 20124 per la gestione degli eventi sostenibili. Ma la sostenibilità non è solo ambientale, è anche sociale. Come ricorda Maddalena Calderoni, direttrice artistica di Fondazione Tones on the Stones, «l’impegno è quello di non arrivare nel territorio come un meteorite che stravolge la vita dei residenti, ma di operare con un rispetto profondo per la comunità locale e la fragilità del paesaggio montano». Il progetto Future Buzz, sostenuto dal Ministero della Cultura, ne è la prova tangibile, mirando a valorizzare il patrimonio ambientale attraverso la creatività contemporanea.

Nextones chiede al suo pubblico di camminare, di tuffarsi nelle acque termali, di ascoltare il respiro di uno strumento a fiato tra le rovine di un borgo medievale e di riconoscersi in  luoghi che, per quattro giorni, diventano casa. In tutto questo, la Val d’Ossola non è solo una cornice, ma è la vera protagonista di un’esperienza che trasforma l’ascolto in un atto di cittadinanza temporanea e la musica in una forma di ecologia profonda.

La foto in copertina è Dimitri D’ippolito.

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