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Futuro Nazionale di Roberto Vannacci ha aperto una sede a Firenze, ma siccome su internet la stanno recensendo come fosse una kebabberia, per Google adesso è una kebabberia Ha già quasi trecento recensioni, tra chi consiglia «la salsa alla remigrazione» e chi commenta: «In Generale un buon kebab», con la G maiuscola.
Nel Regno Unito si sono accorti che 9 bestseller su 10 hanno una cosa in comune: una donna che viene uccisa da un uomo Per la precisione, l'84 per cento dei libri più acquistati racconta una storia che comprende una donna che viene uccisa da un uomo.
Peppa Pig ha rivelato a Pitchfork cosa pensa delle popstar e una popstar in particolare non l’ha presa bene È la stessa popstar che sette anni fa espresse una controversa opinione su Peppa Pig. Evidentemente, i maiali hanno la memoria lunga.
Qualcuno sta lasciando dei campioni di droga “omaggio” nelle cassette della posta di Berlino Se hai una casa a Berlino potresti trovarti recapitato un pacchetto contenente cocaina, ketamina, ecstasy, erba o hashish. Che tu lo voglia o meno.
Nel primo trailer The Shards c’è tutto quello che ci si aspetta da una serie di Ryan Murphy tratta da un romanzo di Bret Easton Ellis: giovani bellocci, sesso, droga e «una bella storia di formazione» La serie arriverà in Italia il 6 agosto, sarà disponibile su Disney+, avrà dieci episodi che usciranno uno alla settimana, il giovedì.
È stato creato un archivio online che raccoglie e fa ascoltare le radio digitali indipendenti di tutto il mondo Si chiama Community Radio Index, per il momento raccoglie 300 stazioni e ce ne sono anche un bel po' italiane.
Tende improvvisate, alberi finti, giungle mobili e tutte le altre stranezze contenute nel piano nazionale anticaldo in Olanda L'unica vera soluzione a lungo termine presente nel piano, però, resta investire negli spazi verdi, in parchi e giardini pubblici.
Gli scienziati hanno trovato un nuovo tipo di zucchero nello spazio profondo e questa scoperta potrebbe aiutarci a capire l’origine della vita sulla Terra Si chiama eritrulosio ed è lo stesso zucchero che si trova nei lamponi, nel mais e negli autoabbronzanti.

I no che hanno fatto l’Italia

I no-sic, i negazionisti della siccità, sono solo l'ultima incarnazione dei movimenti d'opinione che usano il no come suffisso, quelli che si oppongono sempre, a tutto, ormai anche alla realtà.

11 Luglio 2022

Li hanno chiamati no-sic: negazionisti della siccità. Con quella “c” finale che non si capisce bene se vada pronunciata dolce, come nella parola originale, o dura, come più naturale per le parole che finiscono in consonante. È l’ennesima innovazione linguistica di questa epoca turbolenta, che ogni giorno ci costringe a ricalibrare il nostro rapporto con la realtà, facendo spazio a categorie che prima non ci sognavamo nemmeno potessero esistere. Il termine è recentissimo, attestato da poco più di una settimana, e chiaramente legato allo stato di emergenza che tutte le acque interne italiane stanno attraversando. Lo ha lanciato Selvaggia Lucarelli su Domani – ma è stato subito ripreso da altre testate – per descrivere una curiosa corrente di attivismo emersa nelle ultime settimane, i cui sostenitori negano, per l’appunto, il fatto che ci sia un’emergenza siccità in corso: vedono le immagini del Po in secca ed espongono la teoria che si tratti di una congiura globalista, argomentando il proprio pensiero con foto di dighe alpine piene fino all’orlo, e combattendo il pensiero unico con l’hashtag #rubinettiaperti.

Mettendo da parte i meriti tecnici della questione – e ammettendo pure che il fenomeno è talmente marginale che se non fosse stato ripescato dai giornali non ne saremmo nemmeno venuti a conoscenza – resta però una considerazione generale. Il solo fatto che l’espressione nosic sia emersa, e abbia in qualche modo fatto presa, rappresenta l’ennesimo testamento al valore di una costruzione linguistica cruciale nella nostra storia recente: quella di usare “no” davanti a un aggettivo o a un nome, spesso inglesizzato, per esprimere disaccordo, dissenso, o rifiuto verso il concetto che esprime. Si tratta di una locuzione bizzarra, unica nel suo genere. Da un lato viola apertamente la sintassi dell’italiano, permettendo a “no” di comportarsi come prefisso, invece che come semplice particella di risposta, e introduce la regola che il complemento sia in forma abbreviata, preferibilmente con consonante finale. Un’esigenza metrica, dovuta ai dettami ritmici di uno slogan, più che propriamente grammaticale. Dall’altro, nonostante le sue sembianze anglofone, non ha un vero e proprio corrispondente in inglese, dove l’uso di no davanti ai nomi, pur comune, indica assenza (“no problem”) o divieto (“no smoking”), mentre dissenso e contrarietà sono tipicamente espressi da prefissi come anti (per approfondire, qui un utile riassunto). Eppure, in barba a tutto questo, l’espressione è riuscita trionfalmente a ritagliarsi un luogo permanente nel sistema della nostra lingua. Regalandoci nel frattempo una risorsa formidabile per rivivere alcuni degli eventi più significativi degli ultimi decenni: dalla lotta no-global di fine anni ’90, ai tempi dei primi summit G8, alla resistenza no-TAV della Val di Susa. Fino alla triade nomask, novax, nopass, che racconterà i mesi della pandemia per i prossimi decenni, e per chissà quanto tempo ancora.

L’avvento di no-sic porta però in dote anche un importante elemento di rottura. Non tanto perché si tratta di un’etichetta appiccicata da chi è esterno agli eventi – lo era anche no-global – quanto perché, per la prima volta da quando l’espressione esiste, tradisce una mutazione radicale del significato della costruzione. Che prima veniva usata per esprimere resistenza collettiva verso un nemico la cui esistenza era evidente, e andava combattuta in qualsiasi maniera; e che ora assume tinte negazioniste, e mette in discussione la realtà stessa del fenomeno in questione. Un no-sic non è infatti qualcuno che lotta contro la siccità – ragionevolmente lo saremmo tutti, altrimenti – ma è qualcuno che di fatto si rifiuta di credere che esista. Non sorprende nemmeno che, con questa mutazione di senso, sia cambiato anche il rapporto tra il termine stesso e le persone a cui si riferisce. Per chi manifestava a Genova, ad esempio, no-global era una denominazione passabile. A volte criticata per la sua natura riduzionista, un po’ semplicistica rispetto alla complessità dei fenomeni in questione, e per l’enfasi negativa, che andava a oscurare la natura propositiva del movimento; ma nel complesso comunque accettata per rappresentare certe idee e certe persone, anche da parte dei diretti interessati. Qualche anno dopo, quando iniziarono le contestazioni contro la costruzione della linea ad alta velocità Torino-Lione, il termine no-TAV venne addirittura adottato dai manifestanti stessi come slogan delle proprie posizioni, segnando una tappa importante verso lo stabilizzarsi della locuzione. Con nosic, però, la situazione si è ribaltata: da un lato, chi ha iniziato a usare il termine lo ha fatto con spirito di scherno, volto più a giudicare che a descrivere; dall’altro, chi si è sentito chiamato in causa ha reagito con insofferenza, rigettando in blocco l’etichetta. Come hanno fatto Hoara Borselli e Diego Fusaro, che pur non prendendo posizione sullo stato dei fiumi italiani – e quindi nemmeno su eventuali congiure attorno alla loro portata – sono intervenuti per prendere le distanze dall’uso stesso dell’espressione, più che dal concetto che esprime. Nel frattempo, delle 207 occorrenze dell’hashtag #nosic spuntate dal 2 luglio in avanti, nessuna è ragionevolmente riconducibile a un uso sincero, non denigratorio del termine.

Guardando al futuro, e ammesso che il termine non finisca nel dimenticatoio che raccoglie la maggior parte delle creazioni linguistiche, resta allora da chiedersi quale sarà il destino dell’espressione e, con essa, della locuzione “no X”. Soprattutto in un momento storico in cui il tema dell’emergenza climatica ha raggiunto picchi di rilevanza mai visti prima, e il dibattito su come reagire e chi incolpare ci porterà a inasprire lo scontro politico, e a sviluppare nuove risorse linguistiche per prendervi parte. Per dire, inizieremo a usare “no” per etichettare diverse sfumature di negazionismo, ad esempio riferendoci agli scettici del clima come no climax? Oppure no-sic diventerà una formula una tantum per tutta la categoria, permettendo così alla costruzione originale di continuare a esprimere resistenza e dissenso in senso proprio? Già ora si leggono interpretazioni allargate di no-sic, in cui a finire preda della negazione non è solo la siccità, ma la categoria di emergenza climatica in generale. Anche quando non riguarda direttamente lo stato dei fiumi. Se questo uso dovesse stabilizzarsi, potrebbe rappresentare un passo verso la seconda ipotesi, oltre che l’occasione di stupire l’interlocutore in un futuro più remoto. Ad esempio, immaginando una conversazione in stile “Il vecchio e il bambino”, in cui un giovane ci chiederà da dove venga quel sic, e noi, se esisteremo ancora, potremo raccontare a ruota libera del Po, degli hashtag, delle dighe, e dei rubinetti aperti. E di quanto fossero minacciosi il caldo e il pensiero unico ai quei tempi. Nel frattempo, sembra almeno scongiurato il pericolo di dover fare i conti con la variante scettica, brevemente emersa al rilascio dei primi vaccini: quei boh vax che non sapevano da che parte stare, ma di cui ora, travolti dagli eventi, ci siamo già ampiamente scordati.

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