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05:38 lunedì 22 giugno 2026
Meloni e Trump s’erano tanto amati ma adesso si stanno tanto insultando Lui ha detto di essersi fatto una foto con lei «perché mi ha fatto pena». Lei ha detto che lui «si è inventato tutto». Fino a ieri andavano d'amore e d'accordo.
All’improvviso Rick Rubin ha annunciato che questo fine settimana torna in Toscana per la seconda edizione del suo Festival of the Sun Anche questa volta l'annuncio è arrivato all'ultimo momento: festival gratuito, basta prenotarsi e presentarsi domenica 21 a Colle Val d’Elsa, vicino Siena.
Persino J.D. Vance si è stufato delle deliranti uscite di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich sull’accordo di pace con l’Iran «Trump è l'unico capo di Stato al mondo solidale con Israele. Non attaccherei l'unico alleato che mi è rimasto», ha detto in conferenza stampa il Vicepresidente USA.
In Giappone sono tutti indignati per lo scandalo del “cartello del gelato”, cioè di un gruppo di aziende che si sono messe d’accordo per aumentare continuamente il prezzo del gelato Aumenti di 6 centesimi alla volta ma frequentissimi e che non avevano nulla a che fare con l'aumento del prezzo delle materie prime. Finché non se ne è accorta l'Antitrust.
Se volete trasformare casa vostra in uno spazio liminale, A24 ha fatto la carta da parati di Backrooms E costa anche relativamente poco: 60 dollari a rotolo. Una cifra accettabile per trasformare un ambiente di casa in un incubo.
La Nazionale francese ha deciso che dopo ogni gol che segna al Mondiale nello stadio deve partire One More Time dei Daft Punk a tutto volume In questa edizione del Mondiale tutte le Nazionali hanno dovuto scegliere un "inno da gol". C'è anche una playlist ufficiale che li raccoglie tutti.
Tra le opere meno conosciute di David Hockney ci sono delle bellissime illustrazioni che fece per le sue fiabe preferite dei fratelli Grimm Le realizzò nel 1969 e le tavolo vennero raccolte tutte in un volume, pubblicato un anno dopo, intitolato Six Fairy Tales from the Brothers Grimm.
A causa della crisi climatica è morto l’albero più famoso del mondo, la vecchia quercia della foresta di Sherwood La quercia, che cresceva da almeno mille anni, quest’anno non ha prodotto nessuna foglia a causa delle sempre più frequenti ondate di calore e degli eccessivi interventi umani.

Napoli è uno stato d’eccezione

La proposta di De Magistris della moneta autonoma sfrutta, come altre sue proposte, un sentimento diffuso in città.

07 Settembre 2018

Un cruccio. Se il sindaco Beppe Sala dichiarasse Milano città autonoma economicamente e culturalmente, con una propria moneta e… No; un momento, un momento. Troppo assurdo. Riformuliamo. Come mai è pressoché inconcepibile che il sindaco di Milano auspichi la secessione della città che amministra, mentre se lo fa il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, come accaduto lunedì scorso tramite un lungo post su Facebook, l’affare suona al massimo bizzarro? Bizzarro, sì; vale a dire nulla di serio se confrontato alle spinte indipendentiste di Lombardia e Veneto, benché più radicale nelle intenzioni espresse con la veemenza e il piglio del rivoluzionario capo del movimento per la costituzione dello Stato libero di Bananas. Beh, ovvio, si dirà: perché Napoli è un caso a se stante, no? Giusto, giusto. Giusto, eppure non del tutto vero.

Napoli occupa sì un posto del tutto speciale nell’immaginario nazionale. Non si discute. Cionondimeno non è affatto un checché di «a se stante». Napoli, infatti, rappresenta una sorta di specchio al negativo nel quale l’Italia è abituata a riconoscersi, ovvero rispetto al quale sentirsi qualcos’altro. Nel bene e nel male. Nel bene, perché l’immagine di Napoli è quella dell’abisso. Criminalità, inciviltà, immondizia, espedienti, passare col rosso, andare in tre sui motorini senza casco, i falsi invalidi, i parcheggiatori abusivi, l’alimentazione sregolata, l’invadenza, il cancro. E allora non viverci è una benedizione, così da poter osservare i napoletani annaspare nel loro habitat naturale di ragù e sporcizia mentre ballano la tarantella. Nel male, perché l’immagine di Napoli è anche quella della città più allegra, spensierata, scanzonata, vivace, verace e ospitale: «vibrant», come è in voga scrivere nelle guide turistiche internazionali o nei commenti su TripAdvisor. E allora non viverci è un rammarico. Che peccato non farsi contagiare a vita dall’energia solare dei napoletani, sempre pronti alla battuta in dialetto pur di rinviare i problemi al giorno seguente, oppure per scordarsi rapidamente il passato. Tanto simm’e Napule, paisà!

A conti fatti, è un po’ come se Napoli fosse il campo Rom d’Italia. Uno spazio circoscritto ai confini della civiltà occidentale, nel quale ci si arrangia tutti i giorni, mentre si suona a mani nude, e si canta notte e dì. In altre parole, Napoli è uno stato di eccezione, nel senso di un luogo in cui le regole che valgono per tutti gli altri sono sospese fino a data da destinarsi. Uno stato d’eccezione, però, che, proprio in quanto tale, è assolutamente necessario. Per chi? Per molti. Serve al sindaco de Magistris, che di fronte al fallimento amministrativo della sua esperienza di governo della città decide di sfuggire alle sue responsabilità e recidere qualsiasi nesso con la realtà, per proiettare le proprie velleità di leader politico nazionale sul piano della riscossa popolare dei napoletani.

La sua retorica fa appello non solo ai meccanismi del consenso basati sullo scontro tra cittadini ed élite, bensì a un sentire condiviso da molti napoletani, complici di questa pantomima. Alcuni, affezionati all’idea naif di essere i simpatici saltimbanchi nel teatro dell’Unità d’Italia: quelli svegli, quelli più furbi di tutti, cui però puntualmente vengono negati i diritti fondamentali che altrove sono la base del vivere quotidiano, dal lavoro, alla mobilità, al verde pubblico, al godere di una città sempre più scippata dalla turistificazione delle zone più belle, e dalla speculazione immobiliare.

Altri, infervorati dal revanchismo neoborbonico, secondo cui prima del 1861 Napoli era il migliore dei mondi possibili: gli indignati, quelli che per decenni hanno vissuto nel complesso d’inferiorità di essere solo dei terroni, e che oggi mettono in atto un banale meccanismo di compensazione che li conduce a un complesso di superiorità in virtù del quale pensano di essere i migliori del pianeta. I primi, accarezzati da quella comicità in stile Made in Sud, che mette in scena il napoletano, e per estensione il meridionale, vile, sgraziato, truffaldino, sguaiato e ignorante. Cosicché il resto d’Italia possa ridere dei subumani che abitano le lande desolate al di là del Garigliano. I secondi, sobillati da schiere di blogger, pseudo-storici improvvisati, scrittori e opinionisti che sulla difesa di Napoli hanno costruito, dal nulla, attività professionali più o meno redditizie. E serve, senza dubbio, all’industria culturale che vive della spettacolarizzazione del crimine globale. È a Napoli che avvengono i delitti più efferati. È a Napoli che la criminalità organizzata la fa da padrona. È nelle periferie di Napoli che chi nasce sano finisce anch’egli di morte violenta per non essere riuscito a salvarsi da un destino infame già scritto nelle stelle. E dove, se no?

Per intenderci, è come se Napoli producesse una merce unica. Una merce da esportazione con la quale competere nel mercato mondiale delle identità territoriali: la napoletanità. Ma poi, in fondo, questa napoletanità, cos’è? Bah. Difficile a dirsi così, su due piedi. Forse è il caso di consultare la Treccani. Ed eccoci serviti: «L’insieme delle tradizioni, degli usi, delle qualità e degli atteggiamenti spirituali che costituiscono il patrimonio storico della città di Napoli e dei Napoletani». Un po’ vago, no? Una sorta di piattaforma girevole sulla quale di volta in volta può essere agganciato il male, Gomorra, ad esempio; oppure il bene, come la saga diversamente-dickensiana di Elena Ferrante. Una meta-narrazione, volendo, capace di tradurre qualsiasi novità in tradizione culturale consolidata. Al netto di qualsiasi considerazione sul valore di questi prodotti culturali. Con la serie Gomorra sono bastati pochi anni, staremo a vedere con L’amica geniale. Insomma, la napoletanità serve un po‘ a tutti. Eccetto a quanti non vivono di sfruttamento della napoletanità. Ossia, la stragrande maggioranza dei napoletani. E delle napoletane, s’intende.

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