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01:51 domenica 1 novembre 2026
Curry Barker, il regista di Obsession, ha fatto uscire a sorpresa un nuovo film e l’ha pubblicato gratuitamente sul suo canale YouTube Si intitola Mama Bear, dura sette minuti e, dopo averlo visto, tutti dicono la stessa cosa: non ci si capisce niente.
Quando si è trattato di scappare dalla giustizia, Flavio Bolsonaro si è improvvisamente ricordato delle sue origini venete e soprattutto del passaporto italiano concessogli dal governo Meloni Ha lasciato il Paese passando per Argentina ed Ecuador ed è atterrato a Miami. Nella lista passeggeri risulta cittadino italiano: un riconoscimento ottenuto nel 2023 in tempi piuttosto veloci.
È stato presentato il primo report sulle librerie italiane, in cui si scopre che nell’83 per cento dei Comuni italiani non c’è nemmeno una libreria Il settore vale 1,8 miliardi, conta 4.451 punti vendita ma otto Comuni su dieci non ne hanno neanche uno. I librai chiedono, per l'ennesima volta, una politica nazionale.
Gli studenti serbi hanno festeggiato la vittoria alle elezioni con un gigantesco rave di 24 ore nella piazza simbolo delle proteste La festa in piazza Slavija è durata quasi 24 ore, con decine di migliaia di persone che cantavano «Freed from Regime».
Dopo 100 anni è stata ritrovata la “Bibbia” perduta in cui F.W. Murnau mise tutte le foto e i disegni dal set che raccontano le leggendarie (e misteriosissime) riprese del suo Faust MUBI Editions e la Cinémathèque française pubblicano il diario di scena che per anni si credeva fosse andato perduto, e che oggi mostra come il più riservato dei registi del cinema muto costruiva le sue immagini.
Nel Mediterraneo ci sono così tanti yacht che i miliardari non trovano più posti in cui parcheggiarli Nel mondo ci sono circa 210 mila yacht più lunghi di 12 metri e 160 mila posti barca per ormeggiarli. Per i proprietari è diventata una gara, per i fondi d'investimento uno degli affari più promettenti del momento.
I Calibro 35 hanno fatto un album interamente ispirato ai romanzi di James Ellroy e alla Los Angeles dei noir Nato come colonna sonora del documentario di Francesco Zippel premiato con il Nastro d’Argento, Ellroy vs L.A. è il nuovo disco dei Calibro 35: 12 brani di funk noir ispirati al maestro del crime americano.
In Cina la bolla dell’AI è già scoppiata, anticipando quello che potrebbe succedere anche negli Stati Uniti e in Europa In quattro mesi i titoli cinesi dell'intelligenza artificiale e dei chip hanno perso 480 miliardi di dollari. La bolla è già scoppiata, e quello che succede a Pechino potrebbe anticipare quello che succederà in Occidente.

Monument Men

Due inglesi hanno creato il primo database mondiale di statue commemorative del calcio, quelle che rendono immortali i gesti e i corpi dei campioni di ogni epoca. L'importanza di contenitori di ricordi monumentali nell'epoca del virtuale.

16 Aprile 2014

Sugli scalini dello stadio di Reykjavik c’è, a sfidare le intemperie d’Islanda, quella di Albert Gudmundsson. Un turista italiano passa e si domanda: “E chi è?”. Disperato sfoglia l’ultima Routard. Ci vorrebbe un almanacco: gli hanno creato un database. Catalogati in una posa che è per sempre, immortalati in un movimento statico per l’eternità, anche i calciatori diventano sculture consegnate ai posteri. Ci guardano con occhi di bronzo, scrutano orizzonti che non possono vedere. Hanno facce di pietra, d’acciaio i polpacci. Alcuni restano anonimi, sconosciuti alle cronache e dunque anche a noi. Altri sono eroi del (nostro, recente) passato. Altri ancora sono leggende in attività. C’è la statua di Zico che scarta di lato. Quella di Dennis Bergkamp aggancia al volo un pallone che invece è un macigno di ferro e riflessi di luce. Maradona dribbla l’aria, in una posa che il tempo sembra non poter scalfire. Ci sono le statue di Valderrama con i riccioli color dell’oro, di Martin Palermo, di Romario e Garrincha. C’è un campionario di sculture mute che, in un preciso punto del mondo, custodiscono qualcosa di prezioso: la grandiosità della storia sportiva.
 

La banca dati

Per creare il catalogo ci sono voluti tre anni. I lavori li hanno guidati in due: Chris Stride, uno statistico dell’istituto di psicologia del lavoro dell’università di Sheffield, e Ffion Thomas, studente magistrale della Central Lancashire. Hanno messo su la prima banca dati di statue commemorative di eroi del calcio sparse qua e là sul pianeta (e la trovate qui). Ce ne sono oltre 350, stanno dentro o fuori uno stadio, in una piazzetta appena un po’ nascosta o nella quiete di un parco pubblico. Quella di Bobby Moore sta a guardia di Wembley, si stringe in una posa con le braccia conserte, pallone sotto i tacchetti, e osserva lo scorrere degli eventi come una sentinella. Era stato il capitano dell’Inghilterra campione del mondo nel 1966, e nel vecchio tempio di Wembley aveva alzato al cielo la Coppa Rimet. A Blackpool, invece, sul Mare d’Irlanda, un piedistallo di mattoni tiene su Stanley Mortensen, diventato leggenda per un gol segnato da calcio d’angolo. È il ’48. Italia-Inghilterra la partita. Tra i pali, a Torino, per gli azzurri c’è Bacigalupo. Dopo quattro minuti Morty calcia dalla bandierina una sciabolata che squarcia la rete. Ma non è quel gol che l’artista ha voluto rendere immortale. È il gesto, il tiro dall’angolo: qualcosa che nessuno aveva mai tentato prima. Sculture del genere sono diffuse in tutto il Regno Unito, 80 in totale, per lo più calciatori, ma anche presidenti e allenatori. Chiunque, insomma, abbia contribuito a rendere grande una nazione o passato buona parte della vita con addosso una maglia di club. Una delle opere più recenti si trova ai piedi dell’Emirates, lo stadio dell’Arsenal. È quella di Thierry Henry che dopo aver fatto gol scivola su un’erba divenuta metallo. Henry non si è ancora ritirato (oggi gioca con la maglia dei NY Red Bulls, negli Usa) ma dell’Arsenal è stato idolo e simbolo, tanto da guadagnarsi la sacra effigie celebrativa.

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La più antica è di un giocatore senza nome. Si trova a Copenhagen, in Danimarca, e risale al 1903. Altre 125 non sono state identificate ancora, eppure esistono. A metà degli Anni Venti, invece, è il Real Madrid il primo club a tirare su una statua all’interno di uno stadio, il Bernabeu. Rappresenta gli argentini Sotero Aranguren e Alberto Machimbarrena, morti giovani ed eroi. Queste opere d’arte del calcio si trovano in 56 paesi diversi, praticamente ovunque. Brasile, Spagna e Olanda hanno eretto più di 80 statue, ma sono popolari anche in Argentina, Messico, Russia e Finlandia. Lo scultore Satu Loukkola ha scolpito Litmanen, l’ex attaccante dell’Ajax che ha vinto una Coppa dei Campioni (1994/95), una Coppa Intercontinentale (1995) ed è considerato, ancora oggi e chissà per quanto, il miglior giocatore finlandese di sempre. L’opera si trova a Lahti, la sua città natale, dove c’è un lago e passano moltissimi treni. Invece a Sestroretsk, in Russia, c’è quella di Vsevolod Bobrov, idolo del calcio sovietico durante la guerra, poi campione di hockey dell’ex Urss. Ai Giochi del ’52 l’Unione Sovietica affronta la Jugoslavia. Mancano diciassette minuti e gli jugoslavi sono in vantaggio 5-1, per i sovietici è una disfatta annacquata alla vodka. Ma Bobrov non molla, fa tre gol e trascina i compagni al 5-5 finale. Molte di queste storie non sono state dimenticate, il tempo che è passato le ha schiacciate, le ha messe da parte. Sono storie piene di polvere. A ricordarci chi eravamo, chi ammiravamo, con chi siamo diventati adulti ci sono questi monumenti del pallone un po’ retrò. Sono lì per chi verrà dopo, e un dopo c’è sempre. Se ne trovano in Cina, in Bolivia, in Israele e persino in Indonesia. Tra i 320 individui raffigurati quasi tutti sono calciatori, ma ci sono anche soggetti del tutto inattesi come presidenti, cronisti, tifosi. Il più riprodotto è Pelé. Del numero 10 brasiliano per eccellenza esistono sei versioni differenti. Come un Garibaldi del futbol, è l’eroe di mondi fatti di cuoio, linee bianche e tribune.
 

Culto o arte?

Non hanno il potere divino delle statue di culto. Non possiedono la grandezza del Marco Aurelio o la passionalità di Ciro Menotti, fieri nel centro di una città. Il fascino artistico di un Man Ray non si avverte. È pura celebrazione. Eppure queste opere d’arte del calcio materializzano la fede calcistica di un momento della vita. È il 1995. In quegli anni la Fiorentina di Cecchi Gori è tra le squadre più forti della Serie A. La curva e gli artigiani del Carnevale di Viareggio vogliono innalzare la statua di cartapesta del loro campione. Scelgono di raffigurare Gabriel Omar Batistuta nella posa del puro godimento viola: busto dritto, gambe divaricate, una mano sulla bandierina, l’altra sul fianco. Perché ogni volta che fa centro Batistuta va a prendersi gli applausi nell’angolo del campo. Sta lì, aspetta il boato. La statua gliela mostrano il 5 novembre, prima della partita con la Lazio, e al Franchi quel giorno non ci entra uno spillo. Batigol ne segna due, l’apologia è completa. In quel momento Batistuta è il simbolo di una città, di una maglia, di una storia sportiva. Della fede Viola. Ma quando nel 2000 passa alla Roma e tradisce la città, i tifosi della Fiorentina ripudiano se stessi e le loro azioni, l’idolo. La statua di Batistuta viene abbandonata all’incuria. Gli staccano la testa, qualcuno si porta via la bandierina, viene fatta a pezzi. L’epigrafe recitava: «Guerriero mai domo, duro nella lotta, leale nell’animo». Oggi non esiste più. E mentre negli angoli remoti d’Europa gli dei del pallone resistono a tutto, anche ai cambi di maglia, e si salvano dall’umana debolezza che nel calcio moderno crede ancora possibile un legame unico e inscindibile con una squadra, in Italia la statua commemorativa di un grande campione che ha fatto la storia del (nostro) calcio non esiste ancora.

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Ma nell’era in cui la plasticità sembra soccombere al virtuale, questi simulacri del gesto hanno il fascino di una vecchia soffitta: custodiscono ricordi. Tra duecento anni la moviola sarà un concetto superato. I calciatori vestiranno indumenti per accelerare il recupero fisico. Grazie agli ologrammi il salotto di casa diverrà uno stadio. Le macchine voleranno. Ma come potremmo smettere di celebrare idoli nuovi? Continueremo a innalzare una qualche statua, testimoni fisici della nostra passione, icone di ciò che abbiamo visto e osannato per la leggerezza di un movimento, di un’azione, di un gol, o di una carriera da record. A pochi sarà concesso questo privilegio. E magari tra duecento anni orde di giovani turisti islandesi verranno giù da Reykjavik, passeggeranno lungo la balaustra che affaccia sui Fori, una domenica mattina, profumi di primavera, Roma. Lì, in un angolo, la statua di Totti. Al telefonino chiederanno lumi alla pronipote di Siri: «Chi è?». La voce digitale della guida da smartphone snocciolerà statistiche pescate da wikipedia 2.0. L’immancabile foto di rito: un selfie. Poi via: un tweet, o un post sulla bacheca di chissà chi. Da taggare un filmato di un minuto o due con il meglio del grande campione. Che tornerà a correre giù da quel piedistallo. Per un attimo, o per sempre.

Nella gallery:

La “Holy Trinity” del Manchester United (Charlton, Law, Best), Old Trafford, Manchester. Christopher Furlong/Getty Images

Sir Alex Ferguson, Old Trafford, Manchester. Christopher Furlong/Getty Images

Giovane tifoso con Bill Shankly, Anfield Road, Liverpool. Clive Mason/Getty Images

Thierry Henry, Emirates Stadium, Londra. Clive Mason/Getty Images

Sir Bobby Moore, Wembley Stadium, Londra. Mike Hewitt/Getty Images

Sir Matt busby, Old Trafford, Manchester. Shaun Botterill/Getty Images

Sir Bobby Robson, Portman Road, Ipswich. Richard Heathcote/Getty Images

Dennis Bergkamp, Emirates Stadium, Londra. Jamie McDonald/Getty Images

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