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Modern Love è la versione migliore di noi

La serie di Amazon Prime potrebbe facilmente essere considerata letteratura rosa, ma il successo della posta del cuore racconta la nostra voglia di sentirci meno soli.

28 Ottobre 2019

L’ultimo episodio di Modern Love è forse il più commovente. In realtà “The Race Grows Sweeter Near Its Final Lap” è uno degli episodi dell’intera stagione che aggiunge meno, che potrebbe risolversi in cinque minuti. Assomiglia più a una “Tiny Love Story” – i racconti lunghi massimo 100 parole che vengono comunque ospitati nella rubrica “Modern Love” del New York Times – più che a uno dei saggi che hanno ispirato gli altri episodi della serie. Ma John Carney, che ha scritto l’adattamento per la serie tv per Amazon Prime, ha arricchito la fine di un amore vissuto da due persone anziane con ellissi di tutte le storie raccontate negli episodi precedenti, un dietro le quinte, quasi a dire che dietro a ciò che viene raccontato c’è sempre qualcosa d’altro.

Una soluzione narrativa che a vederla, lì per lì, può sembrare banale, un po’ furba, fatta per colpire a morte i cuori già resi vulnerabili dai sette episodi precedenti. Carney ha voluto mostrare che dietro al portiere Guzmin, ai due ragazzi innamorati che si ritrovano, a una donna che accetta il suo essere bipolare, alla coppia che dopo anni di matrimonio si riscopre, a un primo appuntamento finito in ospedale, a una “daddyzone”, a una coppia omosessuale che adotta il futuro figlio di una senzatetto, ci siamo noi perché noi, o degli altri noi oltreoceano, siamo stati a scrivere quelle storie, a viverle e a mandarle al New York Times per creare una delle rubriche più seguite in America che ha compiuto da poco quindici anni. Anche chi le guarda o le legge soltanto ha però bisogno di sapere come vanno a finire. Per questo anche il successo della non fiction. Non è infatti un caso se, come dice anche LitHub, gli anni Dieci hanno visto pubblicati memoir validissimi, che più della fiction si sono imposti fino ad apparire quasi l’unica letteratura (contemporanea) possibile.

La fortuna delle tante e diverse poste del cuore risiede probabilmente in questo desiderio continuo e attualissimo di fare i conti, più che col karma, con la realtà. Della necessità di sapere e capire che se ne fanno gli altri di un disturbo bipolare o di un amore che si è rivelato essere quello giusto ma ora forse è troppo tardi. Di sapere che qualcuno ce l’ha fatta a recuperare uno stanco matrimonio lungo vent’anni e che si può crescere una figlia senza necessariamente stare con l’uomo con cui la si è concepita. Leggere le poste del cuore e guardare Modern Love serve a questo. La serie tv scritta da John Carney racconta i sentimenti, non li scimmiotta ma li nobilita, non solo perché le storie sono tratte dalle testimonianze di chi li ha vissuti. Li abbellisce, li favolizza un poco, li ambienta a New York, in case più o meno di duecento metri quadri dove anche una correttrice di bozze si può permettere un appartamento in un palazzo con un portiere in livrea 24/7. Si gioca a tennis in completini bianchi, in pieno trasloco si trovano subito i bicchieri per Martini e si mangia in ristoranti buissimi ma accoglienti come velluto.

Modern Love è la versione migliore di noi. Se alle spalle non ci fossero gli americani, verrebbe da dire che forse tutto questo è un po’ troppo bello per essere vero. Se alle spalle non ci fosse la rubrica dell’autorevole New York Times, il suo essere diventata podcast, poi libro e ora serie tv verrebbe da derubricare tutto a letteratura rosa, a rubriche romantiche per cuori infranti dove mentre leggi ti chiedi se le lettere non se le scriva lo stagista. Se non avessi sentito il podcast di “When The Doorman Is Your Main Man” dove Maggie è sorpresa di trovarsi Guzmin ospite al telefono, sarebbero soltanto pagine di fiction per segretarie con gli occhiali che si fanno sposare dagli avvocati. Perché è questo che si è abituati a pensare quando si parla di posta del cuore. Almeno in Italia. In realtà Modern Love ha meno happy ending di quanti ce ne mostri la serie tv, così come la maggior parte delle storie che arrivano alle caselle mail di questo genere di rubriche. Ma sia in questo caso che ad esempio in un’altra celebre column, “Ask Polly” di The Cut, la lettera è solo un pretesto per parlare di qualcosa che riguarda tutti. Il tema settimanale, infatti, diventa già da solo uno statement da condividere come foto su Instagram. Heather Havrilesky, l’autrice di “Ask Polly”, risponde a quella lettera ma quasi sempre le sue parole perdono il contatto con l’uno per provare a toccare tutti.

Catherine Keener e Dev Patel in un episodio di Modern Love. Foto Giovanni Rufino/Amazon

È curioso notare che le rubriche per questioni di cuore siano così numerose e contribuiscano per certi versi al successo di riviste quasi snob, highbrow, mentre in Italia quasi sempre vengano relegate ad anticamera degli Harmony, a roba da donne, pur essendo anche qui seguitissime. Barbara Alberti su Elle, Ester Viola su Vanity Fair prima e IO Donna ora, Chiara Gamberale su Donna Moderna, al di là dei toni, diversissimi tra loro, quasi sempre rispondono puntualmente al problema del questuante e se è vero che qualche cosa può valere per tutti, il motivo principale per cui le si legge è quello più del gossip che della crescita personale. Ci si commuove meno e si impreca di più, tutti insieme, di fronte all’ennesimo caso di corna, di suocera invadente, di intimità di coppia svanita con la nascita dei figli, di amore del liceo che riaffiora.

A elevare la nomea tutta italiana della posta del cuore, oltre la scheggia impazzita di “Cuore fisso” di Maurizio Milani sul Foglio, il bovindo tappezzato di broccato dove tintinnano le porcellane da tè: “Questioni di cuore” di Natalia Aspesi, che dal 1992 occupa le prime pagine de Il Venerdì di Repubblica ed è diventata, ricalcando in qualche modo le fortune di Modern Love, oltre a un appuntamento fisso no gender, anche materiale per due libri. Con le sue illustrazioni fatte di cuori, la rubrica di una comprensiva ma diretta e sarcastica Aspesi è un angolo ormai classico, due pagine che sembrano ospitare a volte un mondo che non c’è più, estremamente educato, forbitissimo – per questo anche tacciato di falso da Aldo Busi – talvolta occasione di incontro tra chi legge e chi scrive e spesso, soprattutto a cavallo tra anni Novanta e Duemila, unico spazio dove raccontare la realtà e la normalità italiana molto spesso fatta di coppie di fatto, amori omosessuali, storie che faticavano a emergere dagli affreschi ufficiali delle leggi e delle statistiche. Dopotutto la posta del cuore serve a questo, a raccontare il reale e a far sentire tutti meno soli.

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