Come già a Milano, la stagione appena conclusasi è stata perlopiù pragmatica e visibilmente afflitta dall’incertezza e dalle pressioni del momento storico. Ma la moda è ormai davvero solo lusso?
Il mondo della moda si trova in questi anni a navigare una crisi economica e reputazionale di proporzione gigantesca: in alcuni casi i problemi sono dovuti alla congiuntura storica, in altri a manager ingordi che hanno alzato i prezzi per garantirsi marginalità importanti, senza però poi interrogarsi molto sul controllo della propria filiera. In questa cornice, è facile lasciarsi sedurre dalle sirene che richiedono l’intervento dei “grandi maestri”, geni creativi che hanno innalzato la moda a rango di arte, seppur per alcuni indimenticabili momenti, tralasciando il fatto che queste figure, dotate in abbondanza di talento e visione, hanno operato in un sistema che oggi non esiste più. Parliamo qui di tempi nei quali chi disegnava la collezione veniva chiamato semplicemente stilista, e non creative director, incaricato dell’immagine globale del brand, della sua presenza sui social, sapiente nel merchandising, fluente nell’arte del personal branding. In occasione di questa stagione di Haute couture parigina, però, Blazy e Anderson, due tra i pochissimi Millennial che sembrano aver avuto la meglio nel mercato del lavoro odierno, hanno dimostrato, tramite percorsi diversi, che si può anche non morire di nostalgia passatista, nonostante condizioni storiche che inviterebbero a farlo, e guardare al futuro (della moda) con un certo grado di curiosità.
La couture come forma di resistenza
Nel caso di Anderson, il suo primo confronto con la Couture – relativa alla stagione primavera/estate 2026 – ha avuto luogo sotto un soffitto ricoperto di muschio e ciclamini, e ha guardato al mondo naturale, prendendone ispirazione per le silhouette. Ci sono top bulbosi e vestiti senza maniche in georgette di seta, pieghettata ad hoc per assumere un volume che sfida la gravità; ci sono gonne che sembrano congelare il movimento (grazie a degli scheletri interni al tessuto, fatti di anelli di tulle); ci sono canotte trasparenti e sottilissime, indossate con delle gonne contraddistinte da rigonfiamenti sulla vita; c’è persino la maglieria con maxi maglie monospalla in cashmere che scendono morbide sul corpo, accarezzando i pantaloni da sera in seta ricoperti di piume; c’è la Bar Jacket sotto la quale sbucano maxi top in macro paillettes di seta, che ricordano dei bouquet di ortensie.

courtesy press office Dior
La realtà è che, pur giocando in un campionato a sé stante, quello della couture con i suoi atelier e l’attenzione certosina ad ogni dettaglio, e quindi un livello di difficoltà e aspettative probabilmente maggiori, Jonathan Anderson sembra essere finalmente venuto a patti non solo con il brand (che guida da poco più di sei mesi) ma anche con se stesso come creativo. Spesso ingabbiatosi volontariamente in sovrastrutture concettuali che facevano perdere naturalezza e immediatezza al suo lavoro, per questa prima couture il designer nordirlandese ha preferito uscire dal suo studio e, semplicemente guardarsi intorno, ispirandosi a una natura che, recita il comunicato stampa, “non offre soluzioni fisse, ma solo sistemi in movimento, evolvendosi, adattandosi, resistendo”. Il parallelismo con la couture, laboratorio che rielabora le conoscenze passate e le fa rivivere, iniettandole con le consapevolezze del presente, è in effetti non privo di senso. La bellezza non ha bisogno di giustificazioni intellettuali per esistere: una consapevolezza che alleggerisce questa collezione (complessa, multi-forme, variegata nelle silhouette, nei colori, nelle lavorazioni) rendendola paradossalmente più precisa, capace di andare al punto senza perdersi in cervellotici sproloqui sull’arte contemporanea.
Un’emotività non filtrata che si ritrova anche nel romanticismo dei vestiti floreali (che guardano all’epoca di Raf Simons da Dior) ma anche nei mazzi di ciclamini, trasformati in orecchini dalle forme scultoree, che pendono dal soffitto e si appoggiano sulle orecchie delle modelle: un riferimento al mazzo di ciclamini che un altro tra i precedenti direttori creativi del brand, John Galliano, ha regalato ad Anderson qualche mese fa, complimentandosi per il nuovo ruolo.
Da Chanel, reductio ad unum
La leggerezza, qui intesa invece come riduzione all’essenza, è stata anche la parola d’ordine per Matthieu Blazy da Chanel. In quest’immersione nella Couture, la domanda che il francese si pone va alle basi del brand. Cosa rende Chanel il brand che è oggi? E qual è invece il senso stesso della Couture?
Nonostante i social continuino ad accapigliarsi su questa sfilata, la realtà è che il primo e unico obiettivo di Chanel è stato liberare le donne: dalle costrizioni, dai corsetti, dalle etichette. Mai aggiungere, ma piuttosto togliere. Un assunto che Blazy ha voluto ribadire con questo show, sicuramente scontrandosi e trovando dei ragionati compromessi con la sua inclinazione al mix and match, al massimalismo visivo, alla smisurata passione per le gonne bellissime e ingombranti, retaggi del suo passato da Bottega Veneta, meno vicine a quello che era lo spirito originale della fondatrice. Inoltre, in questa sfilata mancano, o cambiano modalità di utilizzo, tutti i simboli resi quasi meme pop da Karl Lagerfeld: le camelie, le perle, etc etc. Ci sono tre vestiti in mussolina trasparente con microperle sugli orli, un tailleur che replica il bouclé sostituendovi dei micro nodi di seta, che a loro volta replicano delle piume; un vestito da sposa (l’ultima uscita) composto di una maxi blusa e da una gonna con tasche (Coco era amante della praticità), e costruito su una tela di maxi paillettes di madreperla; flapper dress che sembrano costruiti tramite la collezione di diversi tipi di piumaggi. La collezione era in effetti ispirata al mondo animale provvisto di ali, capace di innalzarsi e trascendere nel regno della Couture grazie proprio alla sua leggerezza, forse l’idea meno convincente di uno show che non ha bisogno di trovare giustificazioni razionali, perché quello che si è visto in passerella, è stato coraggioso abbastanza. Pensare alla Couture come al regno dello sfarzo e dello sfoggio, come a una sequela di abiti obbligatoriamente scenografici che potrebbero trovare la loro declinazione naturale sui red carpet o al Carnevale di Rio – con il dovuto rispetto per il Carnevale di Rio – vuol dire averne perso il senso: la Couture di Blazy non si costruisce oggi sull’aggiunta – di strati o di stratagemmi utili per la viralità dell’Instagram –ma sulla ricalibrazione del suo scopo, e la sua qualità o bontà non va decifrata sulla base di una grandeur esteriore (che può essere anche solo apparente) quanto nel lavorio che si nasconde dietro a un tailleur nero con il collo e gli orli profilati di (ovviamente) piume. Un guardaroba indossabile, paradossalmente, anche nella vita quotidiana da clienti con il portafoglio adatto all’acquisto e la sicurezza in sé per non aver bisogno di troppi strascichi e paillettes per sentirsi “regine della festa”. D’altronde, come recita il comunicato – e come ha dimostrato anche Blazy con un cast fatto da diverse modelle over 40, in primis la meravigliosa Stephanie Cavalli che ha aperto la sfilata – a rendere vivo un abito, a regalargli dignità, regalità, è la donna che lo indossa, con la sua storia e la sua personalità, e mai il contrario.

Copyright CHANEL

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Un assunto che trova una triste conferma guardando le immagini delle celebrities in prima fila da Dior, tra le quali appariva Lauren Sánchez (coniugata Bezos) arrivata alla sfilata in compagnia di Anna Wintour, in un completo vintage del brand del 1998, con una Bar jacket dai profili di pelliccia in volpe. Un look che è stato costruito per lei dall’”image architect” Law Roach, lo stesso stylist di Zendaya, Anya Taylor-Joy, Ariana Grande. Posto che è comprensibile, seppur criticabile, la vicinanza di Sánchez alla pluri-direttrice (e d’altronde il prossimo Met Gala sarà sponsorizzato proprio da Amazon), la sua apparizione ha causato una certa ironia tra i commentatori dei social, esplicitata in un carousel dall’account di Diet Prada, che ha realizzato una sorta di “best of”. C’è chi ha scritto “lunedì a Parigi è il giorno nel quale ritirano l’umido”, mentre qualcuno ha osservato che “solo lei potrebbe far sembrare un look di Dior come qualcosa acquistato su Amazon”. L’ospite più fotografato, nonostante tutto, non è stata lei, e neanche la pletora di attrici e cantanti presenti all’evento, ma John Galliano, ascritto nella categoria “grandi maestri” e ciclicamente tirato in ballo quando si libera un posto nello scacchiere della moda. Licenziato 15 anni fa da Dior per le sue uscite antisemite in evidente stato di alterazione in un bar parigino, lo stilista che Anderson ha ammesso di considerare punto di riferimento – per amore di precisione ha detto “ai tempi dell’università, John per me era Dio” – ha poi affrontato tutto un percorso di umiliazione pubblica ed espiazione privata, scusandosi, andando in rehab e poi rinascendo in una nuova forma, come direttore creativo di Maison Margiela, che ha lasciato nel 2024, dopo uno degli show di Haute Couture che entreranno nei libri di storia del costume. Da quell’infausto 2011 non era mai più stato visto a uno show di Dior, anche solo come invitato. Anderson, che ha attribuito a Galliano la capacità di “aver costruito Dior, per come lo conosciamo nel mondo moderno”, ha pensato forse a questo invito come a un atto necessario e doveroso, e in fondo lo era. Leggere il presente e cercare di decriptare il futuro richiede prima di tutto il chiudere i conti in sospeso con il passato, e, in maniere diverse, sia lui che Blazy si sono dimostrati all’altezza dell’occasione. Ricordandoci che il valore dei grandi maestri, quelli come Galliano, per intenderci, è stato soprattutto quello di guardare al passato, ma senza farsi appannare le lenti dalla nostalgia, usandolo per reinventare il presente. Una lezione che Anderson e Blazy sembrano aver imparato: ora tocca solo che la capiscano pure tutti gli altri.
