Le nuove facce degli umani

Le mascherine sono diventate il simbolo della pandemia, ma erano già di moda. Resteranno per sempre?

23 Marzo 2020

Lo scorso gennaio a Milano l’aria era irrespirabile e prima che arrivasse Sanremo a riempire le nostre timeline, consultavamo ossessivamente app e profili Instagram per controllare i valori di PM10 della città. In molti abbiamo anche comprato una mascherina, di quelle con il filtro antismog, volendo sentirci Grimes o una delle Blackpink in realtà sentendoci scemi, ma almeno non si respirava lo scarico delle macchine, soprattutto in motorino. La mia l’ho cacciata nella tasca del cappotto un giorno e dev’essermi caduta, mai più trovata nonostante sia tornata indietro a cercarla, fatto sta che è arrivata la pandemia e io la mascherina non ce l’avevo più. Il Coronavirus ha stravolto molte delle nostre abitudini, anche se per la maggior parte di noi fortunati che possiamo stare in casa si è trattato – molto poco eroicamente – di ripensare la strategia per fare la spesa o scoprire nuovi angoli della nostra solitudine. Soprattutto, però, ha riempito di nuovi significati oggetti vecchi e nuovi, uno su tutti la mascherina.

Introvabili ormai da settimane, se non a prezzi sciagurati, le mascherine filtranti in svariate fogge – FFP1, FFP2 e FFP3, come da certificazione europea – sono diventate l’oggetto ultimo di desiderio e struggimento degli italiani, che non hanno mancato di scambiarsi tutorial social per produrne di casalinghe in chat già ingombre di fake news su come combattere il virus. Come il gel antibatterico, un miraggio pure quello e che però risulta meno carico di ansia esistenziale rispetto a una mascherina chirurgica, che magari circola frettolosa in una corsia del supermercato svuotato. Fino a un mese fa, indossandone una, eri classificabile come esibizionista anche se stavi masticando polveri sottili, mentre oggi ci siamo ormai abituati a vederle addosso a chiunque (il nuovo governo slovacco ci ha fatto anche il giuramento), ci infastidisce chi come Boccia non ne rispetta la sacralità, sono bianche, verdi, blu, nere, sono la nostra nuova quotidianità, anzi sono quasi una rassicurazione, la prova infallibile che leggiamo tutti le stesse cose, abbiamo tutti le stesse paure, siamo in questo casino tutti insieme. E che quello che quando ti vede si sposta dall’altra parte della strada è pure più fortunato e preparato di te, perché è riuscito a trovarne una e tu no.

Sul New York Times, Vanessa Friedman ne ha raccontato brevemente la storia. Prima che sui volti di popstar come Billie Eilish e nelle collezioni dei designer, come Marine Serre, che più negli ultimi anni si sono concentrati sull’ecologismo, sono comparse alla fine dell’Ottocento in Europa per proteggere i dottori dalle infezioni batteriche e intorno al 1910 sono arrivate in Cina, dove le autorità le consigliavano per combattere il diffondersi della peste polmonare. Sono perciò diventate ben presto «l’emblema della medicina moderna, svolgendo una doppia funzione: da una parte fermavano i germi e dall’altra segnalavano la mentalità scientifica dei cittadini». È uno dei tanti motivi, da sommare alle recenti epidemie di Sars, per cui sono così radicate in molte culture asiatiche (non è un caso che in zona Paolo Sarpi, nella Chinatown di Milano, le mascherine circolassero già da un bel po’, pure in versione modaiola) dove, come spiega Connie Wang su Refinery29, «una persona che indossa una mascherina non sta ammettendo di essere malata o paranoica: piuttosto riconosce di essere a conoscenza del suo dovere civile riguardo alla salute pubblica». È un gesto di cortesia e di senso civico, insomma, un modo di esprimere appartenenza e cura verso la comunità di cui si fa parte: qualcosa che noi italiani abbiamo compreso appieno solo in questi giorni di quarantena e che si porta dietro anche una serie di interrogativi etici.

L’assenza o la drammatica incompletezza di protocolli da seguire in caso di epidemia nei Paesi occidentali è sotto gli occhi di tutti, in primis da noi, e le mascherine sono diventate un terreno di scontro e litigi in questi tempi in cui ognuno, anche se dal divano di casa sua, cerca di partecipare a questo incredibile, e per certi versi inquietante, sentimento di unità nazionale. Ai nostri egoismi, a quello che ti scansa per strada se non ce l’hai, al nonno del secondo piano che dalla sua mascherina tira fuori il naso e continua a toccarsi la faccia mentre si dirige chissà dove e stimola in noi indecenti istinti polizieschi che non sapevamo di avere, si sommano infatti le notizie cui è praticamente impossibile sfuggire. C’è carenza di mascherine e equipaggiamento protettivo per il personale sanitario, non c’è dimostrazione scientifica che siano utili per chi non ha sintomi, comprandole le togliamo a chi ne ha davvero bisogno (come i medici, gli infermieri, i rider, i cassieri del supermercato, i farmacisti, tutti quelli sui quali in questo momento l’Italia si fonda), la Cina ce ne ha mandate un milione, anzi due, no trecentomila, almeno loro ci aiutano, ah no ora dicono che il virus circolava prima da noi che da loro, siamo noi gli untori, cosa cavolo è successo in Lombardia, ah se non l’avessi perduta ora sarei più tranquilla di fare la mia parte.

Intanto molte aziende del tessile si stanno impegnando per fornirne di nuove a chi è in prima linea: oltre alle italiane Miroglio, Artemisia e Santini, che hanno inaugurato già nelle scorse settimane la riconversione della loro produzione e sono in attesa della certificazione ufficiale, il gruppo francese Kering ha annunciato che le factory dove normalmente si confezionano Balenciaga e Saint Laurent inizieranno a produrre mascherine e materiale tecnico sanitario da donare al sistema sanitario francese (anche loro in attesa dello sblocco normativo sulla questione), mentre è già partito un ordine di oltre 3 milioni di pezzi che arriveranno dalla Cina la prossima settimana. Più di un milione di mascherine e circa 55 mila tute mediche saranno donate al servizio sanitario nazionale da Gucci, che fa sempre parte di Kering. Prada ha invece riconvertito temporaneamente lo stabilimento di Perugia per produrre mascherine che verranno consegnate agli ospedali toscani entro il 6 aprile. La scarsa reperibilità è lampante e non c’è niente, al momento, che ci fa infuriare di più che pensare un infermiere in reparto sprovvisto di mascherina. Accessorio distopico per i cultori del tecno-streetwear e per gli ecologisti urbani, simbolo della fiducia comunitaria ma anche pericoloso segnalatore di provenienza, tant’è che quando il New York Times ha messo la foto di un uomo asiatico in un articolo sul Coronavirus l’ha poi rimossa perché molti utenti si sono lamentati della stigmatizzazione (Trump d’altronde lo chiama “il virus cinese”, chissà che tra qualche settimana non diventi “italiano”), la mascherina è entrata nelle nostre vite a segnalarci, brutalmente, che niente è più come prima.

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