Nascere, crescere, studiare, lavorare, curarsi e abbandonare il Paese delle Vacanze

L'abbandono e la turistificazione del Sud Italia non sono incidenti della storia. Tutt'altro: l'uno non sarebbe mai stato possibile senza l'altro.

11 Agosto 2026

Nel 2023 trecentoquarantuno comuni italiani non hanno registrato una sola nascita: più di tutti i comuni della Basilicata e del Molise messi insieme, un anno intero senza che nessuno, in quei paesi, abbia avuto motivo di comprare una culla. Il dato riguarda soprattutto le aree interne, e quelle meridionali più delle altre, ma da solo dice poco: va letto accanto a un secondo numero, che non riguarda chi nasce ma dove sia ancora possibile farlo. Il flusso ministeriale dei certificati di assistenza al parto contava trecentoquarantanove punti nascita nel 2024, un numero che scende di anno in anno mentre sale quello dei reparti sotto i cinquecento parti annui – centotrentasette già nel 2023, secondo il Programma nazionale esiti dell’Agenas, in aumento sull’anno precedente – e nel 2025 un parto su dieci è avvenuto in una struttura sotto quella soglia, mentre appena sei su dieci sono avvenuti in reparti che superano i mille.

Mille parti l’anno è la soglia fissata dall’accordo Stato-Regioni del 2010 e confermata dal decreto Lorenzin del 2015: tra i cinquecento e i mille si valuta caso per caso, sotto i cinquecento si chiude o si accorpa, salvo deroga che il Comitato percorso nascita nazionale concede per disagio orografico documentato. La base clinica del criterio è solida: un’équipe che assiste meno di un parto e mezzo al giorno perde la mano sulle emergenze, la Società italiana di ginecologia e ostetricia difende la soglia esattamente in questi termini, e la mortalità materna, negli anni della riforma, è effettivamente scesa. Il costo del criterio, però, non è stato distribuito con la stessa cura con cui se n’è calcolato il beneficio: dove il reparto chiude i chilometri si allungano, e in diverse aree del Paese il viaggio verso il punto nascita più vicino supera l’ora. Una donna che nell’entroterra calabrese o lucano entra in travaglio a gennaio prende, nello stesso istante, una decisione clinica e una logistica, e la seconda non compare in nessuna delibera.

Questa asimmetria – una regola nazionale ragionevole che produce effetti opposti a seconda del territorio su cui atterra – è la forma che il divario sanitario ha preso negli ultimi quindici anni, e conviene seguirla nei dettagli, perché da qui, per una catena di passaggi tutti documentabili, si arriva alla ragione per cui gli stessi paesi che perdono un reparto compaiono, tre mesi l’anno, come meta di una vacanza autentica.

Come si chiude un reparto

Il primo strumento è il piano di rientro. La Calabria ha firmato il suo nel dicembre 2009 ed è commissariata da allora, con una successione di programmi operativi che arriva a quello 2022-2025; Molise, Campania, Sicilia, Puglia e Lazio hanno percorso strade analoghe in tempi diversi. Il piano di rientro è uno strumento contabile, e come ogni strumento contabile agisce su ciò che si comprime in fretta, cioè il personale e i posti letto: da qui il blocco del turnover, che in un decennio svuota gli organici di reparti che sulla carta continuano a esistere; da qui i medici a gettone chiamati a coprire turni che nessun contratto copre più. Da qui, quando il decreto ministeriale 70 del 2015 impone soglie minime di attività e un tetto di posti letto per mille abitanti, la razionalizzazione della rete ospedaliera, parola che nei territori a bassa densità si pronuncia chiusura del presidio più vicino.

Il secondo strumento riguarda i soldi prima ancora che vengano spesi. Il Fondo sanitario nazionale si ripartisce con la quota capitaria ponderata: la popolazione residente pesata soprattutto per età, secondo un impianto che risale alla legge 662 del 1996 e che le riforme successive hanno confermato in un regime transitorio che dura tuttora. Poiché il consumo sanitario cresce con l’età, il criterio sposta risorse verso le regioni più anziane, che sono in prevalenza settentrionali; l’intesa Stato-Regioni del novembre 2023 ha introdotto correttivi legati alla mortalità e alla deprivazione socio-economica, che restituiscono qualcosa a Campania e Sicilia, ma il peso resta largamente sui consumi per età. È il motivo per cui, in vista del riparto 2026, le regioni meridionali chiedono in Conferenza delle Regioni criteri strutturali legati alla dispersione della popolazione e alla densità, sostenendo che servire un territorio spopolato costa di più per abitante.

L’obiezione contraria esiste, ed è quella che ha vinto per vent’anni: prima della ponderazione il Sud riceveva pro capite più di quanto spendesse, e i disavanzi che hanno prodotto i commissariamenti sono stati generati in loco, tra assunzioni clientelari, accreditamenti al privato e bilanci che nessun revisore ha mai potuto firmare. Le due letture non si escludono: la prima spiega perché oggi manchi il denaro, la seconda perché sia mancata la capacità di spenderlo con giudizio. Insieme spiegano come mai un cittadino calabrese, a parità di diritto scritto, si trovi davanti un’offerta pubblica più povera.

Il terzo passaggio. Quando il reparto vicino non c’è il paziente si sposta, e lo spostamento si salda in denaro tra le regioni: quella di residenza paga quella che eroga. Il report della Fondazione Gimbe presentato nel marzo 2026, su dati 2023, quantifica la partita in 5,15 miliardi di euro, il valore più alto mai registrato: Lombardia in attivo per 645,8 milioni, Emilia-Romagna per 564,9, Veneto per 212,1; Calabria in passivo per 326,9, Campania per 306,3, Puglia per 253,2, Sicilia per 246,7. Tre regioni del Nord assorbono da sole il 95,1 per cento del saldo attivo nazionale. Tradotto in scala domestica: il passivo calabrese diviso per i residenti fa circa centosettantotto euro a testa l’anno, poco più di settecento per una famiglia di quattro persone, prelevati dal bilancio sanitario della regione in cui quella famiglia vive per pagare ospedali in cui non ha mai messo piede. E oltre un euro su due – 1.966 milioni, il 54,5 per cento – non arriva nemmeno alla sanità pubblica della regione che accoglie ma alle strutture private accreditate, sicché il denaro in uscita rafforza l’offerta di chi riceve e assottiglia quella di chi perde, e il divario si fa cumulativo: meno servizi, più mobilità, meno risorse, meno servizi. Nella contabilità familiare la stessa partita si scrive in biglietti del treno, permessi non retribuiti, notti in bed and breakfast vicino all’ospedale del Nord.

La SVIMEZ, nel rapporto Un Paese, due emigrazioni presentato con Save the Children nel febbraio 2026, conta 350 mila laureati under 35 partiti dal Mezzogiorno tra il 2002 e il 2024 – una Firenze da cui fossero usciti tutti i laureati sotto i trentacinque anni, e in 195 mila casi si tratta di donne – e 270 mila di perdita netta una volta contati i rientri. Nello stesso ventennio gli over 75 che risultano residenti al Sud ma vivono stabilmente al Centro-Nord sono passati da 96 mila a oltre 184 mila, più degli abitanti di Reggio Calabria, saliti per stare vicino a figli e nipoti e per curarsi. L’Istat, per il 2025, aggiunge i più giovani: su dieci ventenni e trentenni che hanno finito di studiare, al Nord ne lavorano più di otto, nel Mezzogiorno cinque; la disoccupazione giovanile colpisce un ragazzo su cinque al Sud, uno su sedici al Nord.

Chi conta come popolazione

Fin qui si è parlato di residenti, perché sui residenti si calcola tutto: la quota capitaria, il fabbisogno di personale, le soglie di attività, i posti letto per mille abitanti. Esiste però un secondo conteggio, quello delle persone fisicamente presenti su un territorio in un dato momento, e nelle località turistiche i due numeri divergono in modo estremo per una decina di settimane l’anno. È il punto in cui la sanità e il turismo, che sembrano due capitoli separati, si rivelano lo stesso capitolo.

La divergenza è misurata. Secondo la Società italiana della medicina di emergenza-urgenza, nelle aree turistiche gli accessi al pronto soccorso crescono d’estate del 40-50 per cento: un reparto che a febbraio smaltisce cento pazienti al giorno se ne trova davanti centoquaranta ad agosto, e a riceverli c’è meno personale di quanto ne servirebbe già a febbraio, dato che – sempre secondo la Simeu – solo il 31 per cento dei pronto soccorso italiani ha un organico adeguato, nel 70 per cento le carenze vanno dal 25 al 70 per cento dei medici previsti e su scala nazionale ne mancano circa cinquemila. L’organico, del resto, è dimensionato sui residenti d’inverno, e i residenti d’inverno sono sempre meno. Chi ha i conti in ordine compensa: la Valle d’Aosta, dove d’estate i presenti arrivano a essere sette o otto volte i residenti, prepara con mesi di anticipo un piano contro l’iperafflusso, recluta medici per i turni aggiuntivi da giugno a settembre, offre foresterie e alloggi agevolati a chi arriva da fuori regione. Chi è in piano di rientro quel margine non ce l’ha, e il risultato si vede nei comuni costieri del Mezzogiorno, dove le guardie mediche turistiche partono in ritardo e a orario ridotto, con l’ospedale lontano e le ambulanze come variabile critica dell’estate: sul Gargano la questione si ripropone identica ogni giugno.

C’è poi un effetto più lento, che agisce sulla base di calcolo stessa. Quando una quota crescente delle case di un centro storico passa dalla locazione annuale a quella turistica, i residenti non spariscono per un fatto demografico: si spostano, e con loro si spostano le iscrizioni anagrafiche su cui si misurano la scuola, il consultorio, il punto nascita, i medici di base assegnati. La popolazione presente d’agosto non entra in nessuna di quelle formule. Un comune può così vedere crescere insieme il fatturato, gli arrivi, il valore degli immobili e la propria vicinanza alle soglie che fanno chiudere un servizio, perché le due prosperità si contano in unità di misura diverse. È la ragione per cui la formula «il turismo salverà il Sud» va maneggiata con i guanti: il turismo produce reddito nei tre mesi in cui c’è e sottrae, nello stesso movimento, la base residenziale su cui poggiano i servizi degli altri nove.

Il prodotto

L’industria che riempie quei tre mesi non si è fatta da sola. La Puglia ha chiuso il 2025 a 6,7 milioni di arrivi, quasi due per residente, e la costruzione della destinazione è ricostruibile passo per passo: la prima Notte della Taranta a Melpignano nel 1998, promossa dall’Unione dei Comuni della Grecìa Salentina e dall’Istituto Diego Carpitella; l’Apulia Film Commission istituita nel 2004 e operativa dal 2007, con oltre quattrocento produzioni portate in regione; Pugliapromozione nel 2011; poi Borgo Egnazia e il mercato dei matrimoni internazionali. Politica industriale applicata al turismo, con fondi pubblici e obiettivi dichiarati, e gli obiettivi sono stati raggiunti.

Le conseguenze materiali sono due. La prima riguarda le case: la Regione Puglia, approvando il 19 maggio 2026 un disegno di legge sulle locazioni turistiche, lo ha motivato con lo spopolamento dei centri storici occupati da B&B e case vacanza e con l’emergenza abitativa che ne deriva per residenti e studenti – la stessa dinamica descritta sopra, vista dal lato dell’amministrazione che se ne accorge. Anche la reazione all’eccesso, del resto, è già stata assorbita dal mercato: l’indagine sui borghi presentata nel 2026 da Ruralis con la Rome Business School li propone come alternativa all’overtourism, ritmi distesi, contatto con l’identità locale, cioè come segmento premium dello stesso settore che li sta svuotando.

La seconda riguarda il lavoro. Il comparto turistico-ricettivo assorbe ogni estate oltre trecentomila stagionali: a giugno si assume una città come Catania, a settembre la si licenzia. La norma che stabilisce quali attività siano stagionali è ancora il decreto del Presidente della Repubblica 1525 del 1963, quello che elenca fra le altre la raccolta dei funghi: contratto che si estingue con la stagione, NASpI a coprire un pezzo d’inverno, diritto di precedenza per il richiamo dell’anno dopo. Nel 2025 il Mezzogiorno ha segnato il maggiore incremento del tasso di occupazione del Paese, più 0,7 punti contro lo 0,1 di Centro e Nord, ed è stato l’unica area in cui l’inattività sia diminuita; una parte consistente di quel miglioramento si concentra nei mesi in cui la costa è piena, il che lo rende reale e fragile insieme, poggiato com’è su un settore a bassa produttività per addetto, con salari contenuti e continuità occupazionale limitata.

Il canale

Un prodotto ha bisogno di un canale di distribuzione, e da dieci anni quel canale non è più la brochure, il catalogo del tour operator o l’inserzione sul supplemento di viaggi: è il video verticale che gira su Instagram e TikTok, ed è lui a decidere quali cinquanta chilometri di costa si riempiono e quali no. Buona parte del lavoro la fanno le caratteristiche tecniche del formato, prima ancora delle intenzioni di chi filma. Il video verticale ha un rapporto d’immagine di nove a sedici: taglia i lati e conserva l’altezza, cioè elimina per costruzione tutto ciò che sta a destra e a sinistra del soggetto, che è esattamente il posto dove stanno la strada, le auto in doppia fila, l’insegna del compro oro, la palazzina del 1974. Inquadrando in verticale un uomo che pulisce il pesce si ottengono l’uomo e il mare; per avere anche il piazzale disordinato bisognerebbe girare in orizzontale, e in orizzontale il video non circola. La seconda operazione avviene sull’audio: la traccia originale viene disattivata e sostituita da una canzone rallentata, e con la traccia spariscono il generatore, il camion in retromarcia, la radio accesa nel gabbiotto – il suono che qualunque porto produce mentre lavora. Restano un’immagine privata del contesto laterale e un ambiente privato del proprio suono.

C’è poi la grammatica delle didascalie, che è la parte esplicita. La formula ricorrente è quella del punto di vista – POV: sei nato in un paese del Sud; POV: la tua estate italiana – e chiede al lettore di occupare per otto secondi la posizione di qualcun altro, senza nessuno dei suoi costi e senza il mese di un febbraio deserto. La geolocalizzazione fa il resto: il nome del comune diventa una voce cliccabile che raccoglie tutti i video girati nello stesso punto, e da lì si passa alle liste – i cinque posti da vedere prima che diventino affollati – che sono il modo in cui un tratto di costa entra nel mercato, ci resta due o tre stagioni e diventa, appunto, affollato. Il repertorio degli oggetti ammessi, dentro questa cornice, è ristrettissimo e non cambia da anni: la focaccia mangiata a Pane e Pomodoro, le mani che chiudono le orecchiette sulla spianatoia, la sedia in vimini davanti alla porta, il muretto a secco, il riccio aperto sul molo, la processione, il santo a spalla, la pizzica. Nessuno di quegli oggetti è falso – la focaccia è ottima, le orecchiette richiedono anni di apprendistato, i musicisti della Taranta sono tra i migliori in circolazione – e nessuno, preso da solo, dice qualcosa di sbagliato sul posto da cui viene.

Chi produce tutto questo non è una categoria omogenea. Ci sono le strutture ricettive e le agenzie regionali di promozione, che il canale lo usano come si usava la brochure; i creator che vivono di collaborazioni e partecipano ai viaggi organizzati dagli enti, con un numero di contenuti a contratto e una lista di luoghi da nominare; i turisti, che producono materiale promozionale gratis convinti di raccontare la propria vacanza; e gli abitanti, che hanno capito la distribuzione prima di molti operatori – il canale britannico che da anni filma le anziane mentre tirano la sfoglia, le lezioni di pasta con la nonna vendute a cinquanta euro sulle piattaforme di esperienze, i pescivendoli che hanno trasformato il banco in un set. Dal lato di chi guarda, il contenuto pagato e quello spontaneo sono indistinguibili, ed è precisamente questa indistinguibilità a rendere il canale più efficace della pubblicità: nessuno diffida di una nonna.

Il calendario di pubblicazione, poi, non coincide con quello delle riprese: si gira ad agosto e si pubblica da gennaio, perché la finestra delle prenotazioni estive si apre d’inverno, sicché il Sud che compare sugli schermi nei mesi in cui è più vuoto, più freddo e più sguarnito è quello di sei mesi prima, con la luce di agosto e i tavoli pieni. Il gennaio reale di quei paesi non è documentato da nessuna parte, se non nella memoria di chi ci abita.

Quello che conta, alla fine, è la regola di esclusione. Fuori dall’inquadratura restano l’automobile cotta dal sole, il capannone abbandonato, il call center, la palazzina addossata alla casa in pietra e soprattutto la sala d’attesa del distretto sanitario, cioè esattamente le cose di cui si è parlato finora. Il pescivendolo che sul molo interrompe il rito del polpo per rispondere al telefono e precisare che il pagamento si fa col POS non entra nel montaggio, perché in quel secondo smette di somigliare a un reperto e torna a essere un titolare di partita IVA nel 2026. Il formato seleziona sistematicamente contro il presente, e non per un’ideologia di chi lo maneggia: il presente non converte, le visualizzazioni le fa l’anteriorità.

La conversione

Tra il territorio delle prime sezioni e il prodotto delle ultime c’è un passaggio che avviene nel linguaggio, e consiste nel riformulare una privazione come qualità. L’assenza di lavoro si chiama lentezza; la partenza dei figli, destino; la distanza dall’ospedale, un rapporto più semplice con la vita e con la morte; il salario basso, la prova che il denaro non fa la felicità. Ogni riformulazione toglie di mezzo un responsabile e mette al suo posto una caratteristica del luogo, che per definizione non risponde a nessuno.

L’operazione ha una genealogia colta, ed è per questo che smontarla è difficile. Carlo Levi, in Cristo si è fermato a Eboli (1945), descrive i contadini lucani come esclusi dalla storia e per ciò stesso depositari di una civiltà intatta; Pasolini, negli Scritti corsari, fa della scomparsa delle lucciole il segno della fine di un mondo popolare divorato dal consumo. In entrambi i casi il compianto conteneva un’accusa politica precisa e una richiesta di intervento; nel passaggio alla circolazione di massa l’accusa è caduta e la commozione è rimasta, e la commozione, a differenza dell’accusa, non ha destinatari a cui presentarsi.

Un modo diverso di guardare esisteva già allora e ha lasciato archivi consultabili. Tra il 1952 e il 1959 Ernesto De Martino conduce in Lucania e in Salento spedizioni con l’etnomusicologo Diego Carpitella, il fotografo Franco Pinna, un medico e un magnetofono, e ne ricava Sud e magia e La terra del rimorso: il tarantismo, che i contemporanei archiviavano come folclore immobile, viene datato e ricondotto a un’organizzazione del lavoro agricolo e a una condizione femminile determinata, e le donne di Galatina, nel testo, hanno un’età, un reddito, un marito, un debito. La differenza rispetto al racconto corrente non sta nell’affetto per il luogo, che in De Martino era enorme, ma nel fatto che ogni fenomeno viene ricondotto a cause discutibili, e quindi modificabili.

Va detto che oggi la conversione la eseguono in larga parte i meridionali stessi, e che nel farlo si comportano razionalmente: in un’economia che ha smesso di esportare quasi tutto tranne le persone, l’immagine di sé è l’ultima merce collocabile sui mercati esteri, e l’accento, la ricetta di famiglia e la lentezza diventano formati commerciali. Perfino la restanza di Vito Teti – restare come scelta attiva, come cura di un luogo che si svuota, come sapere prodotto dall’abbandono, in un libro Einaudi del 2022 – è passata all’uso corrente perdendo la parte che riguardava il lutto e la responsabilità.

La scelta politica

Il modo in cui un territorio viene descritto determina il tipo di richiesta che è legittimo avanzare per esso. Il Piano strategico nazionale delle aree interne, redatto dagli uffici del ministro per le politiche di coesione, reso pubblico nella primavera del 2025 e finito al centro del dibattito a giugno, quando la sua formula chiave è arrivata in commissione alla Camera, riguarda quasi quattromila comuni, tredici milioni di abitanti – più di un italiano su cinque – e circa il sessanta per cento del territorio nazionale, e li classifica in quattro tipologie secondo la possibilità di contrastare lo spopolamento. L’inversione di tendenza è considerata perseguibile solo in alcune grandi città; per una parte del Paese, che il Piano indica come verosimilmente comprensiva di gran parte del Mezzogiorno, resta il quarto obiettivo, definito accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile, da rendere socialmente dignitoso per chi ancora vi abita. I numeri sono corretti – circa settecentomila abitanti persi dalle aree interne in dieci anni, una Palermo svuotata in un decennio – ed è la conclusione che diversi sindaci hanno contestato, tra cui quello di Gagliano Aterno con una lettera al ministro Foti; ma la frase resta lì, scritta in un documento del governo.

Mentre quel Piano veniva scritto procedeva un secondo cantiere, che tocca direttamente la sanità dell’inizio: l’autonomia differenziata. L’articolo 116, terzo comma, della Costituzione consente a una Regione a statuto ordinario di chiedere allo Stato competenze ulteriori su una lista di materie, tra cui la tutela della salute; la legge 86 del 2024 ha fissato la procedura – intesa negoziata tra governo e singola regione, approvazione parlamentare, validità decennale – e le funzioni trasferite si finanziano con la compartecipazione al gettito dei tributi erariali maturati nel territorio della regione richiedente, cioè con le imposte raccolte lì: un criterio che, applicato a un Paese con le basi imponibili distribuite come sappiamo, produce risultati diversi a Vicenza e a Crotone. La Corte costituzionale, con la sentenza 192 del 2024, ha posto due condizioni: funzioni specifiche e motivate, non intere materie, e prima di tutto la determinazione e il finanziamento dei livelli essenziali delle prestazioni, la soglia di servizi da garantire ovunque. Quei livelli oggi non sono determinati – il disegno di legge delega per definirli è fermo al Senato dall’agosto 2025 – ma il percorso opposto corre: gli accordi preliminari con Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto sono stati firmati a novembre 2025, il Consiglio dei ministri ha approvato gli schemi di intesa a febbraio 2026, le Camere li hanno esaminati in primavera e a luglio hanno votato le risoluzioni favorevoli, e tra le funzioni in trasferimento figurano la tutela della salute e il coordinamento della finanza pubblica. La sanità italiana è già differenziata di fatto, dai piani di rientro, dai criteri di riparto, dai 5,15 miliardi che migrano ogni anno; questo passaggio la renderebbe differenziata di diritto, prima che esistano i livelli che dovrebbero impedire alla differenza di allargarsi.

Qui l’iconografia smette di essere una questione di gusto. Una rivendicazione presuppone due parti che si riconoscano contemporanee e negozino: chi chiede un punto nascita entro trenta minuti chiede una riallocazione di risorse a qualcun altro, e per farlo deve poter descrivere la propria condizione come effetto di decisioni, non come tratto del paesaggio. È il meccanismo che Johannes Fabian, in Time and the Other (1983), individuava nell’etnografia: l’osservato collocato in un presente senza data smette di essere un interlocutore e diventa un oggetto di tutela. Finché la sanità meridionale viene percepita come una caratteristica antropologica, i 5,15 miliardi restano una statistica anziché il risultato di criteri di riparto, piani di rientro e standard ministeriali modificabili per via amministrativa; finché i paesi che si svuotano sono borghi, la pagina che ne programma l’accompagnamento passa senza discussione parlamentare. E la rappresentazione opposta non funziona meglio, per la stessa ragione: l’hub, il polo, la Silicon Valley del Mediterraneo e il rendering dei giovani sorridenti davanti a un edificio mai costruito collocano il Mezzogiorno sulla stessa linea del tempo con il Nord più avanti e il compito di raggiungerlo, e attribuiscono la distanza a un ritardo generico invece che a decisioni con data e firma.

Perché le firme ci sono, e stanno in posti precisi. I criteri di riparto del Fondo sanitario si scrivono in un’intesa in Conferenza delle Regioni; le deroghe sui punti nascita le concede un comitato ministeriale; gli organici dipendono dai programmi operativi dei commissariamenti; i chilometri di binario elettrificato stanno nei contratti di programma con Rete Ferroviaria Italiana; l’elenco delle attività stagionali è un decreto del 1963 che il legislatore può riscrivere quando vuole; i livelli essenziali delle prestazioni sono un disegno di legge fermo in commissione. Le guardie mediche turistiche, per fare l’esempio più piccolo di tutti, si bandiscono a marzo: se il bando esce a giugno i medici prendono servizio a luglio inoltrato, e in quelle settimane l’ambulatorio del paese resta chiuso mentre i posti letto sono tutti occupati.

Dove sta andando il Sud

Le previsioni pubblicate dall’Istat nel luglio 2025 danno il Mezzogiorno in calo di 3,4 milioni di abitanti entro il 2050 e di 7,9 entro il 2080, contro i duecentomila che perderebbe il Nord nello stesso primo intervallo; nel breve periodo il Sud arretra di 4,8 residenti ogni mille all’anno mentre il Nord ne guadagna 1,1. Secondo la SVIMEZ, nel prossimo quarto di secolo gli under 15 caleranno di circa il 35 per cento e gli over 65 cresceranno di circa il 30, con Basilicata, Molise e Sardegna che potrebbero perdere un quinto degli abitanti; nel 2050 l’età media al Sud sarà di 51,5 anni contro i 50,2 del Nord, e per la prima volta da quando esiste la questione meridionale la parte giovane del Paese sarà quella settentrionale.

Su questi numeri va appoggiata la domanda sull’autenticità, che altrimenti resta conversazione da spiaggia. Un repertorio culturale non sopravvive perché viene documentato: sopravvive perché qualcuno lo pratica quando non lo guarda nessuno – la pizzica esisteva perché a Galatina c’erano braccianti e mogli di braccianti, la focaccia perché un forno vendeva a chi lavorava lì intorno, il dialetto perché lo si parlava con i vicini. Se in venticinque anni un paese perde un terzo dei bambini e le case del centro passano dai residenti agli ospiti, quel repertorio non diventa falso: diventa un servizio, erogato da un numero calante di persone a un numero crescente di visitatori, la cui continuità dipende dal mercato che lo richiede e non più dalla comunità che lo produceva. La differenza si vede a febbraio.

C’è poi la domanda che riguarda chi guarda da fuori, la meno frequentata perché costringe a parlare del Nord. Dieci mesi di vita che si accettano a condizione di poterne uscire per trenta giorni assegnano al Sud una funzione dentro l’economia settentrionale, quella di riserva di compensazione: finché l’agosto in Salento funziona, il novembre a Milano resta tollerabile, e nessuno è tenuto a chiedersi se sia normale pagare milleduecento euro per quaranta metri quadri e cenare in piedi davanti al frigorifero. Lo scambio richiede però che il Sud resti uguale a se stesso, perché una riserva di compensazione che comincia a somigliare al posto da cui si fugge non serve più a niente; è la ragione per cui il centro commerciale sulla provinciale irrita il visitatore molto più di un reparto chiuso.

Sui nonni, infine. Chi salì a Milano nel 1962 partiva perché mancava il lavoro e le cure stavano altrove; chi parte oggi, dice la SVIMEZ, parte per gli stessi due motivi, con in più una laurea in tasca in sei casi su dieci, ed è per questo che i rientri esistono ma tengono solo dove esistono i servizi, dalle reti del lavoro da remoto ai 54 milioni stanziati dalla Sicilia per il triennio in corso. Le cause, in sessant’anni, non si sono mosse; si è mosso tutto il resto. I nostri nonni lasciarono un posto che nessuno voleva visitare, con le valigie di cartone che nelle fotografie hanno smesso di commuoverci a forza di vederle, e dietro di sé lasciavano una casa: una casa vera, con le persiane accostate e la chiave dal vicino, che d’inverno stava vuota e ad agosto si riapriva con quell’odore di stanze chiuse che chiunque abbia parenti giù riconosce prima ancora di entrare. Su quella casa si è retto per sessant’anni il doppio calendario delle nostre famiglie – undici mesi sopra il Po e trenta giorni sotto, la coda al casello nei primi giorni di agosto, i matrimoni, i funerali, la festa del patrono – e la certezza, mai discussa perché mai messa alla prova, che si potesse tornare.

I loro nipoti lasciano un posto che tutti vogliono visitare, e lo lasciano per gli stessi motivi. Ma la casa, nei centri storici sotto pressione, adesso si vende, o si converte in affitto breve perché rende in un mese quanto un inquilino annuale in sei, e il ritorno che i nonni ci avevano tenuto aperto senza chiederci niente in cambio si sta chiudendo proprio mentre di quei paesi non si è mai fatta tanta pubblicità. Diciassette milioni di persone continuano intanto a nascere, curarsi, cercare lavoro e invecchiare in un posto che il resto del Paese ha imparato ad amare soltanto per il tempo in cui somiglia a una fotografia. A settembre le persiane si richiudono.

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