Chi è davvero l’artista dietro al padiglione dell'Austria alla Biennale di Venezia, autrice della performance più discussa e virale di questa edizione.
Questa edizione del Salone del Mobile è stata probabilmente la più chiacchierata della storia recente. C’è chi ha ribattezzato la Design Week in Eeverything Week, la settimana in cui a Milano arrivano tutti, succede tutto, si può vedere e scoprire tutto. Al centro di tutto questo c’è sempre il Salone, però. Un evento che ogni anno ritorna sempre uguale e tutto diverso: la missione è sempre quella di far conoscere al mondo un’industria immensa, che al suo interno tiene assieme gli estremi più distanti, le multinazionali e le botteghe. I modi in cui questa missione si compie cambiano continuamente, con la velocità con cui cambiano le cose del mondo. È una sfida stare al passo, è una sfida correre ogni anno un po’ più veloce e un po’ più lontano dell’anno precedente. È una sfida che è diventata il mestiere e la passione di Maria Porro, Presidente del Salone del Mobile.Milano, che in questa intervista ci racconta cosa è riuscito a essere il Salone quest’anno e cosa dovrà essere in futuro.
ⓢ Come si fa a rendere “casa” un evento come il Salone del Mobile? Casa per chi viene da fuori, per chi in questa settimana trova sia opportunità di business ma anche la possibilità di entrare in contatto con un nuovo know how, nuove culture, nuove opportunità produttivi e relazionali.
La cosa incredibile del Salone del Mobile è proprio il suo abbracciare la diversità. Qui ci sono aziende grandi, grandissime, piccole, piccolissime. Chi fa il mobile classico, chi fa il mobile contemporaneo, chi inventa un nuovo modo di illuminare, chi inventa un nuovo di nuovo modo di cucinare. E arrivano visitatori da tutto il mondo, si parlano tutte le lingue del mondo. E quindi questa casa che ogni anno viene ridefinita dentro la dimensione del dialogo è una grandissima coprogettazione. Un grandissimo esempio di collaborazione e coprogettazione, questo è il Salone del Mobile.
ⓢ Come sta cambiando il ruolo del Salone a Milano? E come si sta trasformando lo spazio che occupa nel panorama nazionale e internazionale?
Il ruolo del Salone è sempre stato quello di accelerare i processi e offrire delle soluzioni, soprattutto nei momenti di crisi. Sicuramente lo shock del Covid ha velocizzato dei grandi cambiamenti nel modo in cui viviamo, i luoghi che abitiamo, i luoghi in cui lavoriamo, il modo in cui stiamo negli spazi pubblici. E qui entra in gioco una cosa semplice: l’arredo che assolve a delle funzioni ma entra anche nei meccanismi sociali. In questo senso il ruolo del Salone del Mobile come evento: non il più grande, non quello con la maggiore affluenza ma il più rilevante al mondo per quanto riguarda la dimensione dell’abitare. Io amo molto citare questa idea fantastica di Bruno Munari, quando inventò le sue “sculture da viaggio”, dei fogli di carta tagliati e piegati che si mettevano in valigia. Ed era il modo arrivare dall’altra parte del mondo, aprire quella scultura, metterla sul comodino e così si faceva casa. Ecco, noi dobbiamo ritrovarci intorno a questa idea di casa, che è legata anche a questi oggetti speciali che poi si tramandano di padre in figlio, di generazione in generazione, che sopravvivono al giudizio del tempo. C’è un’idea non solo di funzione e di bellezza ma anche di longevità, in quello che facciamo.
ⓢ Quali sono i prossimi obiettivi e appuntamenti per il Salone?
Si potrebbe pensare che il Salone comincia e finisce in una settimana. In realtà è un lavoro che dura tutto l’anno, che si fa tutti i giorni. È un lavoro che dura tutto l’anno soprattutto per le aziende. Sono più di 1900 gli espositori che qui presentano quello su cui hanno fatto ricerca e sviluppo nel corso dell’anno precedente, talvolta dei dua anni precedenti. Allo stesso tempo, il Salone sta già lavorando al 2027. Abbiamo avuto qui, in questa arena, il grandissimo architetto Rem Koolhaas con lo studio OMA, che sta disegnando, in veste di curatore, il masterplan del nuovo padiglione interamente dedicato ai grandi progetti, agli aeroporti, agli alberghi, agli ospedali. Insomma, a tutte quelle circostanze in cui non basta fornire un prodotto ma c’è bisogno di fornire una soluzione, di immaginarsi un progetto. E poi a breve cominceremo questo tour internazionale, che il mio direttore generale chiama il rock tour, perché gireremo tutti i continenti, tutto il mondo per parlare del Salone del Mobile, dell’importanza del design, del valore di questa filiera incredibile. E lo facciamo coinvolgendo tutte le comunità del design che si trovano sparse in tutto il mondo. Quindi ci vedremo nel 2027, la strada da fare è ancora tanta.
ⓢ A seconda dei momenti storici, la casa cambia. Altrettanto ha fatto e sta facendo il Salone sotto la sua guida. Ci racconta come?
Nelle ultime sei edizioni il Salone del Mobile è cambiato profondamente, senza snaturare però la sua missione. È cambiato nel modo in cui si comunica. È cambiato rendendo più visibile la dimensione culturale dell’evento, non solo quella economica. È cambiato ponendosi in dialogo sempre di più col mondo, non limitandosi ad attrarre le persone qua, ma andando incontro alle persone. Questo significa rispettare la missione del Salone. È stato così fin dall’inizio, da quando quel gruppo di imprenditori coraggiosi decise che anche se erano acerrimi rivali dovevano fare squadra per essere più forti e più visibili a livello internazionale. Quindi questo Salone sì, è cambiato, ma non ha smesso di credere nella qualità e anche in una certa democraticità, per cui qui fianco a fianco vediamo grandi gruppi multinazionali e le piccole aziende a conduzione familiare e il giovane talento emergente. C’è una una trasversalità in quello che facciamo, che è ciò che ci permette di continuare a innovare. Questo essere aperti, inclusivi, pronti al dialogo: questo ci stimola a mantenere saldi i nostri valori ma anche a pensare di vedere prima i grandi cambiamenti che arriveranno.
Questa intervista la trovate anche in video, sul nostro canale YouTube.
«È la storia di un uomo che ci ha messo 15 anni a fare un film e che finché non ci è riuscito non ha fatto nient'altro. Tutto raccontato con l'ironia di mio padre», ha detto Raffaella Leone, figlia di Sergio e produttrice del film.
