Come già a Milano, la stagione appena conclusasi è stata perlopiù pragmatica e visibilmente afflitta dall’incertezza e dalle pressioni del momento storico. Ma la moda è ormai davvero solo lusso?
Dante indossa il parka, sopra una camicia rosso fuoco, e un maglione dal collo a V; i fustigati portano dei vestiti monospalla neri, consumati dalla violenza e dal dolore sui bordi, e che però ricordano certi esperimenti pauperisti della moda degli Anni 90; Francesca da Rimini (metà del duo formato da lei e da Paolo Malatesta, passato alla storia letteraria monco dei cognomi) sfoggia un vestito avorio che sembra essere fatto della stessa materia impalbabile delle nuvole, con trasparenze che lasciano intravedere un intimo in pizzo e un fiocco di un rosso peccaminoso e cingere la vita.
Sono i personaggi dell’Inferno dantesco, reimmaginati nei costumi da Maria Grazia Chiuri, per l’omonima pièce teatrale che debutta stasera al Teatro dell’Opera di Roma, con la regia di David Hermann e la partitura affidata a Lucia Ronchetti, compositrice tra le più apprezzate in Italia e Europa, che aveva già presentato quest’opera a Francoforte, dove aveva debuttato in forma semi-scenica nel 2021.
Un Inferno contemporaneo
«L’opera scritta da Ronchetti è contemporanea, lo scenografo Jo Schramm ha ambientato l’inferno in un appartamento, l’abbigliamento non poteva essere quello che ci aspettiamo quando pensiamo, da italiani, a Dante e alla sua opera» spiega Chiuri quando la raggiungiamo in video call, per chiederle del suo coinvolgimento nella performance, che affida a Tommaso Ragno il ruolo principale. «Certo, è comunque un’avventura: avevo già lavorato con Lucia (Ronchetti, ndr), quando è stata direttrice artistica della Biennale Musica. Già all’epoca era stata lei a chiamarmi, e io ad accettare con molta titubanza. La mia formazione è molto diversa. L’ho seguita anche in questa nuova esperienza al Teatro dell’Opera: è molto bello potersi confrontare con professionalità diverse su questi progetti, anche se ti intimidiscono. E questo progetto, bè, mi intimidiva».
Nessun Dante in tonaca rossa «che poi manco è vero, che indossava la tonaca rossa, mi sono messa a studiare per verificare tutto», ma comunque un uomo afflitto da interrogativi a cui è impossibile dare risposte nette, in maniera non molto dissimile a ciò che succede a molti di noi oggi. Il capolavoro dantesco trova quindi nuova vita non solo in una trasposizione più vicina a noi, fatta di stanze abitate dai penitenti, ma anche in un epilogo originale, firmato dallo scrittore Premio Strega Tiziano Scarpa.
Non è però un debutto assoluto per Chiuri, che aveva già disegnato i costumi de La Traviata con la regia di Sofia Coppola (sempre al Teatro dell’Opera) e aveva collaborato con Eleonora Abbagnato. «Nonostante abbia una formazione diversa, questo compito è per me una possibilità» afferma la designer. “Quando ci si immagina dei costumi per il teatro, che siano per delle pièce o delle opere così come per il balletto, bisogna confrontarsi con delle limitazioni, che sono quelle delle performance. Sei al servizio del regista, che ha l’ultima parola sull’aspetto visuale, e fai del tuo meglio per venire incontro ad artisti che rappresentano un personaggio e che lo devono interpretare anche attraverso le loro movenze fisiche. Ricordo che per La Traviata, a un certo punto dell’opera, la cantante doveva scendere una scala mentre si esibiva: mi chiese di non metterla sui tacchi. Ecco, mi sembra una richiesta tutto sommato comprensibile» ride «e però l’aspetto del confronto rende per me questo compito molto estremamente interessante».
All’incrocio tra teatro e moda: la performance
D’altronde, le verosimiglianze tra teatro e moda, secondo Chiuri sono diverse: entrambe sono vicine all’aspetto della performance, in fondo. Questo non vuol dire che la designer, nonostante un passato e un cv che parlino da soli, si senta totalmente a suo agio. «Ai miei tempi si andava a teatro con la scuola. Non avevo una famiglia di quelle che faceva abbonamento alla stagione teatrale, ma ho comunque assistito da ragazzina al teatro di De Filippo all’Argentina. Oggi, in queste collaborazioni, il mio approccio è sempre titubante, mi dico che non sono una esperta, e quindi voglio capire bene cosa devo fare, mi sento impreparata, e poi mi metto a studiare come una pazza» ammette Chiuri sorridendo. «Accetto solo se penso che posso dare un supporto, pure se ogni volta metto le mani davanti. “La mia è una prospettiva che viene dalla moda, prendila con le dovute cautele”, dico, ogni volta che il regista Hermann mi chiede un parere».
Nonostante la modestia, la storia d’amore tra Chiuri e l’istituzione del teatro, è tale che la designer ha rilevato nel 2020 storico Teatro della Cometa, che è stato inaugurato lo scorso anno dopo un lungo restauro. La nuova stagione che prenderà il via marzo si incentrerà sul gemellaggio tra Roma e Parigi, che nel 2026 compie 70 anni. Sembra una scelta precipua, considerato che la carriera della stilista romana si è sempre divisa tra queste due città tra Valentino, Dior, e poi ancora Fendi.
«Non è una scelta legata a me, quanto alla fondatrice dell’istituzione (Mimì Pecci Blunt, ndr), e credo che sia importante conservare luoghi di aggregazione per gli abitanti, più che posti da mostrare ai turisti. Però è indubbio che queste due città siano molto legate, sin dai tempi poi di Napoleone, perchè come le dicevo, quando io non so mi metto a studiare» ride. «Ciò che le differenza è il loro approccio alla cultura: è estremamente diverso, e me ne sono resa conto proprio perché sono arrivata a Parigi, e poi ci sono rimasta per 10 anni, già con un certo bagaglio e una certa consapevolezza. A Parigi ogni opera d’arte, ogni espressione della cultura è celebrata, a Roma pare tutto normale. Ed è una cosa che mi stupisce, perché abbiamo, da cittadini, un rapporto di familiarità con questa città, che poi in realtà ha una storia importantissima. E forse dovremmo imparare ad averne cura, a celebrarla un po’ di più, non crede?»
La pandemia, il pregiudizio culturale tutto italiano nei confronti della moda, il ruolo del direttore creativo e quello degli influencer: conversazione con la critica e curatrice sui temi più attuali dell’industria a partire dal suo ultimo libro.
L'1 marzo, alle 10, al Teatro Franco Parenti di Milano una puntata live del nostro vodcast dedicato alla moda e ai suoi protagonisti. Assieme a Giuliana Matarrese e Andrea Batilla ci sarà Cathy Horyn, critic-at-large del New York Magazine.
Un percorso di riposizionamento estetico "facilitato" dai migliori del settore e dagli scivoloni delle maison: perché Zara sul più grande palco al mondo era un finale prevedibile, ma che ha comunque sorpreso tutti.
