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04:56 domenica 21 giugno 2026
Meloni e Trump s’erano tanto amati ma adesso si stanno tanto insultando Lui ha detto di essersi fatto una foto con lei «perché mi ha fatto pena». Lei ha detto che lui «si è inventato tutto». Fino a ieri andavano d'amore e d'accordo.
All’improvviso Rick Rubin ha annunciato che questo fine settimana torna in Toscana per la seconda edizione del suo Festival of the Sun Anche questa volta l'annuncio è arrivato all'ultimo momento: festival gratuito, basta prenotarsi e presentarsi domenica 21 a Colle Val d’Elsa, vicino Siena.
Persino J.D. Vance si è stufato delle deliranti uscite di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich sull’accordo di pace con l’Iran «Trump è l'unico capo di Stato al mondo solidale con Israele. Non attaccherei l'unico alleato che mi è rimasto», ha detto in conferenza stampa il Vicepresidente USA.
In Giappone sono tutti indignati per lo scandalo del “cartello del gelato”, cioè di un gruppo di aziende che si sono messe d’accordo per aumentare continuamente il prezzo del gelato Aumenti di 6 centesimi alla volta ma frequentissimi e che non avevano nulla a che fare con l'aumento del prezzo delle materie prime. Finché non se ne è accorta l'Antitrust.
Se volete trasformare casa vostra in uno spazio liminale, A24 ha fatto la carta da parati di Backrooms E costa anche relativamente poco: 60 dollari a rotolo. Una cifra accettabile per trasformare un ambiente di casa in un incubo.
La Nazionale francese ha deciso che dopo ogni gol che segna al Mondiale nello stadio deve partire One More Time dei Daft Punk a tutto volume In questa edizione del Mondiale tutte le Nazionali hanno dovuto scegliere un "inno da gol". C'è anche una playlist ufficiale che li raccoglie tutti.
Tra le opere meno conosciute di David Hockney ci sono delle bellissime illustrazioni che fece per le sue fiabe preferite dei fratelli Grimm Le realizzò nel 1969 e le tavolo vennero raccolte tutte in un volume, pubblicato un anno dopo, intitolato Six Fairy Tales from the Brothers Grimm.
A causa della crisi climatica è morto l’albero più famoso del mondo, la vecchia quercia della foresta di Sherwood La quercia, che cresceva da almeno mille anni, quest’anno non ha prodotto nessuna foglia a causa delle sempre più frequenti ondate di calore e degli eccessivi interventi umani.

Capire Marc Augé leggendo Alain Elkann su Repubblica

A 87 anni è morto il filosofo, antropologo e inventore dei non luoghi, uno dei pensatori più citati, e anche banalizzati, del Novecento.

25 Luglio 2023

Nella giornata di ieri sono successe due cose. La prima: Repubblica ha pubblicato un articolo di Alain Elkann dal titolo eloquente “Sul treno per Foggia con i giovani lanzichenecchi”, nel quale, nella sostanza, l’altolocato Alain Elkann incontrava l’altro da sé sul treno Italo Roma-Foggia. Nonostante fosse in prima classe, si è trovato circondato dai lanzichenecchi. Eccone una descrizione: «Un ragazzo che avrà avuto 16 o 17 anni, T-shirt bianca con una scritta colorata, pantaloncini corti neri, scarpe da ginnastica di marca Nike, capelli biondi tagliati corti, uno zainetto verde. E iPhone per ascoltare con cuffia per ascoltare musica (…) nessuno portava l’orologio». Questo era il lanzichenecco, mentre invece il non lanzichenecco, cioè Alain Elkann si descriveva così: «Io indossavo, malgrado il caldo, un vestito molto stazzonato di lino blu e una camicia leggera. Avevo una cartella di cuoio marrone dalla quale ho estratto i giornali. Il Financial Times del we, il New York Times e Robinson. Stavo anche finendo di leggere il secondo volume della Recherche du temps perdu di Proust e in particolare il capitolo di Sodoma e Gomorra. Ho estratto anche un quaderno su cui scrivo il diario con la mia penna stilografica».

Per tutta la durata dell’articolo ho creduto che il suddetto fosse una parodia, voglio dire Sodoma e Gomorra di Proust ne racconta con accesa e viva curiosità di fatti, tra l’altro all’epoca scabrosi, di personaggi altolocati (a volte molto stronzi), vestiti di lino, che si divertono, e ne scandaglia di luoghi oscuri. E poi, in caso contrario (cioè che non fosse una parodia), a parte che c’era da organizzare un gesto dadaista contro Alain Elkann (o sporcargli il vestito di lino blu o costringerlo a vedere senza commentare Temptation Island) oppure c’era a malincuore da decretare la fine culturale di Repubblica che come sappiamo vanta parecchi opinion maker in grado di scandagliare con adeguati strumenti (dalla teologia all’antropologia, all’invettiva politica) gli abissi e le altezze del nostro mondo (anche se può capitare che mancano l’obiettivo, stupendosene poi e proponendo una ripartenza culturale e sbagliando il blocco di partenza). Non era una parodia, e meno male che i giornalisti di Repubblica si sono dissociati dal contenuto dall’articolo, hanno appoggiato i lanzichenecchi, compiendo così un sacrosanto gesto dadaista di ribellione, quindi onore al merito, anche se al momento più del mistero dell’origine della vita resta da indagare quali motivi ancestrali spingano un intellettuale a scrivere un articolo siffatto.

La seconda cosa invece è un fatto triste: è morto l’antropologo e filosofo francese Marc Augé. Una vita interessante, prima da esploratore di alcuni stati del continente africano e poi in America latina, dove ha descritto usando categorie freudiane (ormai un po’ vintage) le strutture culturali usate per affrontare la malattia, la morte e i sistemi religiosi (anche il nostro Ernesto de Martino l’ha fatto, non in Africa ma in Puglia, con risultati migliori, utilissimi tra l’altro a capire la natura umana e anche i lanzichenecchi). Poi nella seconda parte della sua vita si è occupato di realtà metropolitane. O, meglio, di surrealtà metropolitane, concentrando la sua attenzione sui luoghi strani, liberi dal peso della tradizione, dai segni del passato, ma anonimi e stereotipati e parecchio frequentati, anche se, a parere di Augé, la comunicazione tra individui risultava molto difficile. Insomma, aeroporti, centri commerciali: i non luoghi.

Una definizione per negazione che ne ha richiamate altre, come per esempio atemporale. Ovvero questi non luoghi sono rappresentativi della nostra epoca, caratterizzata da impermanenza, transitorietà e individualismo. Concetti che hanno reso la poetica di Augé interessante e nota (è stato un personaggio piuttosto influente nel mondo delle scienze umane francesi), tanto è vero che per un certo periodo non solo gli opinion maker di Repubblica ma molte persone non affezionate all’antropologia non appena entravano in un autogrill dicevano: siamo in un non luogo (ma pure se c’era una piazza frequentata da immigrati o un centro commerciale di nuova fondazione o in albergo di catena o un qualunque posto non ovvio).

C’è da aggiungere che per alcuni quei luoghi non erano affatto non luoghi, anzi quelle caratteristiche di abbondanza e anonimità risultavano desiderabili, perché permettevano di toccare delle zone ombrose del proprio io. Come quando da ragazzi si andava nelle sale porno non certo per vedere le ragazze nude ma perché quell’abbondanza di segni di nudità distruggevano l’identità, non solo dell’attrice e dell’attore ma anche la tua e appunto quell’abbondanza ti portava su una soglia piacevole: di spleen, malinconia creativa. Così, nei non luoghi ti trovavi bene, vagavi con la mente, ti rinfrescavi pure, visto che per alcuni il centro commerciale era il luogo ideale per trovare refrigerio dalla calura. Sull’assenza di relazione beh, insomma, era da vedere: certo se tiravi fuori il Financial Times del weekend mettevi una barriera tra te e il concetto di relazione tout court, ma in genere gli adolescenti andavano e vanno ancora nei centri commerciali per conoscere altri adolescenti, si tratta di una città in miniatura, più che un non luogo. Quella dei 15 minuti o giù di lì, tanto decantata dagli urbanisti

Per non parlare dell’impermanenza che magari si potesse sperimentare, sarebbe il più grande successo culturale della storia dell’umanità (tra l’altro è pure il fulcro della poetica di Proust, per tornare a quelli vestiti di lino), ma si sa, esperienze estetiche così sono rare, accadono a volte, quando guardi un ciliegio in fiore e intuisci, senti in modo confuso che quella bellezza è tale solo perché prossima a sfiorire (il grande Rino Gaetano l’ha cantata più volte l’impermanenza: fiorivi, sfiorivano le viole). Ecco magari si potessero trovare luoghi che come i ciliegi proponessero a cascata questa sensazione. Ci scopriremo tutti feriti e tutti bisognosi di supporto, dunque spiriti collaborativi e non individualisti cronici. È poi l’impermanenza, come per effetto domino, ti porta in altri luoghi estremi, per esempio capisci meglio quel lanzichenecco di Kafka.

Diciamo che Marc Augé negli ultimi tempi si era anche scocciato di quella definizione di successo, tanto di moda da rischiare di essere una non definizione, e insisteva più su altre categorie (a parte un sacrosanto elogio della bicicletta come strumento di misurazione), come per esempio quella dell’abbondanza. Credo che sia il concetto principale con cui dobbiamo fare i conti, perché all’abbondanza non ci siamo ancora abituati. Meglio: non ci siamo abituati all’abbondanza degli altri. Temiamo che quella degli altri rovini la nostra. Perché la nostra abbondanza, cioè di noi che leggiamo gli inserti culturali di Repubblica (io al Financial Times del weekend non ci arrivo: shame on me), è (equivocamente) per noi segno di ambizione, cultura, storia, passione, di letture di Proust, luoghi e segni giusti. Mentre quella degli altri è figlia della lanzichenecchitudine (eppure sua maestà, l’orgogliosamente sfaccendato Charles Pierre Baudelaire, il principe della modernità, ha dato fenomenali e ironiche descrizioni dei non luoghi del tempo, cioè dei passages parigini).

L’abbondanza è quel fenomeno tanto richiesto a parole (da politici e da noi quando stiamo sui palchi a prendere appalusi e dai tanti editorialisti) e tanto detestato nei fatti. Quel fenomeno sociale (con molti motori, tra cui quello tecnologico, ma anche abbondanza di cibo e della disponibilità di ammoniaca per coltivarlo) attraverso il quale i meno abbienti sono diventati più abbienti e hanno, incredibile a dirsi, sviluppato una propria cultura, che ovvio non piace a Alain Elkann ed è vista in maniera critica (con molte sfumature e intelligenza) da Marc Augè. Ma nella sostanza riguarda un esercito di lanzichenecchi, cioè di ex contadini (come me, come mio padre, mia nonna e via così fino al Neolitico) che solo di recente hanno avuto la possibilità di accedere a una soglia diversa, acquistando potere di spesa e anche potere culturale e sottraendo così potere ai religiosi che da sempre si sono occupati di regolare i bollenti spiriti. E hanno sottratto potere pure agli intellettuali che devi sì ascendere ma seguendo il percorso giusto, cioè quello da loro imposto, se ascendi ma non leggi Proust non è una vera ascesa, è una non ascesa.

L’abbondanza: gioia e dolori del capitalismo. Ha dato a miliardi di persone la capacità di dire “io” e dolore ad altre persone perché quella dichiarazione di individualità non piace: speravamo in Proust e invece abbiamo il Grande Fratello. Il capitalismo ha dato l’abbondanza ma pure lo sfruttamento (risorse e lavoratori), i diritti delle allora minoranze e il cambiamento climatico, il femminismo e l’ecologismo ma anche la concentrazione del potere (si sa le economie di scala funzionano meglio) e noi siamo continuamente sballottati nonché mortificati da questa tensione. Che è proprio un luogo specifico, non un non luogo, è il luogo della contraddizione nella quale c’è tutto, gli sforzi critici e le trovate dadaiste, le invenzioni e le sciocchezze, e chissà a forza di parlarne riusciremo (si spera, con urgenza) a risolverla (io suggerirei l’anarchia, ovvero la costruzione dal basso, fatta dai lanzichenecchi, ma ognuno ha la sua visione). O perlomeno ad osservarla dovunque essa si manifesti, in treno o al supermercato senza troppa ansia di giudizio: anche per prendere il meglio dagli sforzi di Marc Augé.

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