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Il miliardario Larry Ellison, fondatore di Oracle, ha dovuto cambiare nome al suo megayacht dopo essersi accorto che leggendolo al contrario diceva “Im a nazi” Peccato, perché Izanami, divinità madre del pantheon shintoista, era proprio un bel nome. Almeno, lo era se lotto da sinistra a destra.
Dopo la morte del figlio di Chimamanda Ngozi Adichie, in Nigeria è iniziata una protesta contro il disastroso stato della sanità nazionale La scrittrice ha perso un figlio di appena 21 mesi e ha fatto causa all'ospedale in cui era ricoverato, accusando i medici di gravissime negligenze.
15 francesi, 13 tedeschi, 2 finlandesi, 2 norvegesi, un britannico, un olandese, nessun italiano: sembra una barzelletta ma è il contingente militare europeo in Groenlandia Basteranno un centinaio di soldati a fermare le mire espansionistiche degli Stati Uniti d'America? Il rischio di scoprirlo presto, purtroppo, c'è.
Maria Corina Machado ha offerto il suo Premio Nobel a Trump, lui se l’è preso e ha detto che se lo tiene Ma la Fondazione Nobel ha fatto sapere che non vale, non basta avere il Premio Nobel per essere il Premio Nobel.
Kim Gordon ha annunciato che il suo nuovo album si chiamerà Play Me e uscirà a marzo Sarà il terzo album da solista dell'ex-bassista dei Sonic Youth dopo The Collective e No Home Record.
È uscito il trailer di Euphoria 3 e tutti stanno parlando di Sydney Sweeney che fa la onlyfanser Ma ci sono diverse altre novità rispetto alle precedenti due stagioni, tra cui la presenza di Rosalía e Sharon Stone.
L’Ukip vuole usare un nuovo logo elettorale praticamente identico alla croce di ferro della Germania nazista È la seconda volta che il partito di estrema destra guidato dal personal trainer Nick Tenconi cerca di far approvare un simbolo che richiama apertamente l'iconografia del Terzo Reich.
Su GTA Online è apparsa una missione in cui i giocatori giocano l’omicidio di Charlie Kirk Apparsa e già scomparsa: i moderatori hanno cancellato tutto e inserito anche le parole “Charlie Kirk” all’elenco dei termini proibiti.

Scoprire Manifesto incerto di Frédéric Pajak è una rivelazione

Seguendo la vita di Walter Benjamin, lo scrittore e disegnatore racconta la storia del Novecento europeo, mescolando forme e stili narrativi come poche volte si è visto fare in letteratura.

24 Ottobre 2023

Il ritratto di Walter Benjamin è un primo piano. Indossa un cappello, gli occhi dietro gli occhialini dicono tutta la necessità di doversi trovare altrove e, al contempo, l’incapacità di saper davvero scappare. Lo scrittore, critico (se preferiamo), intellettuale (se vogliamo stare tranquilli) tedesco non ha mai saputo davvero sottrarsi alla dittatura nazista, ha sempre cercato di scrivere prima un’ultima pagina e dopo, forse, magari, se restava del tempo, di valicare un confine. Non è mai stato al riparo nei giorni in cui ha vissuto in Francia, non ha mai pensato davvero a salvarsi, ma a salvare un ultimo manoscritto, un’ultima pagina sì. Nell’espressione ritratta si vedono insieme tutta la sua determinazione e la sua debolezza. Scorgiamo la melanconia di cui scrive Susan Sontag (in Sotto il segno di Saturno, Nottetempo, traduzione di Paolo Dilonardo) attribuendo a quel particolare sentimento il punto di volta attraverso il quale comprendere sia l’opera sia il personaggio che è stato Benjamin. Quello che ben definisce Sontag in un saggio viene racchiuso in un disegno di Frédéric Pajak. Il ritratto di cui stiamo parlando lo si trova in uno dei libri della serie Manifesto incerto (L’Orma ne ha pubblicati fino a oggi quattro volumi, tutti tradotti da Nicolò Petruzzella), il lavoro della vita dell’autore francese – la serie in tutto consta fino a qui di nove volumi – e una delle opere più affascinanti e interessanti di questi anni.

Gli occhi di Benjamin sotto la matita di Pajak paiono muoversi, così come si muovono i libri della serie. Ogni pagina è composta da un disegno e da un testo scritto. Il testo non è mai la didascalia del disegno, il disegno viceversa non serve mai a sciogliere i nodi delle frasi che lo accompagnano. Il rapporto tra disegni – tutti in bianco e nero – è simbiotico e allo stesso tempo slegato, come se ci trovassimo davanti agli occhi due binari da percorrere a due diverse velocità di lettura, che comunque non si allontanano mai troppo dall’altro, la stazione d’arrivo è la stessa, il fine ultimo del racconto. Parliamo di due differenti approcci cognitivi, che però si fondono quando si viene illuminati, incendiati dal fascino dell’opera. Può accadere, accade, che il suono di una frase di Pajak, o di una citazione da lui usata, rimandi a un disegno osservato cento pagine più indietro, perché quelle parole sono composte sotto lo stesso chiaroscuro, nella stessa stanza. I libri della serie Manifesto incerto sono già stati premiati più volte, ricordiamo qui – tra gli altri – il Gouncourt per la biografia del 2019.

Manifesto incerto è di rara bellezza, come detto, ma soprattutto è interessante perché come opera non somiglia a niente. Non è una graphic novel, non è un libro illustrato, non ha niente a che vedere con il fumetto, non è un memoir che procede per immagini, non è una biografia di questo o di quell’autore che procede per ritratti, non è una poesia anche se di poesia si nutre. Anche se definissimo la serie con il titolo di saggio disegnato forse falliremmo, avremmo l’impressione di mancare qualcosa, e forse uno dei segreti del lavoro di Pajak sta proprio qua, è incerto anche nella resa finale: non provare a definirmi, attraversa le pagine, segui le mappe, creane una tua. I lettori siano come «briganti ai bordi della strada», qui Pajak con Benjamin, all’interno di un ampio uso che fa delle citazioni, anche quella è una tecnica che contribuisce a rendere l’opera ancora più aperta. Sta scrivendo e disegnando Pajak, ma poi con lui ci sono Benjamin, Pound, Breton, Hemingway, Cesare Pavese, Faulkner, Van Gogh, Hopper e molti altri.

Frédéric Pajak non mette in scena (forse si tratta di questo? Un teatro su pagina? Se lo è, è d’avanguardia) biografie, né la sua né quella degli autori che attraversa, ma le relazioni che esistono tra la biografia di un autore e la sua opera, tra una biografia e l’altra, restituendoci una sorta di grande avventura della biografia. Ed ecco che la migliore definizione di Pound – sia pazzo, sia genio, sia maestro, sia dannato figlio di puttana, – Pajak la farà dare da Hemingway. Ed ecco che Van Gogh emerge dal suo epistolario. Benjamin dalle case precarie in cui abita in tutta la Francia, dai soldi che chiede continuamente in prestito, dalle lunghe passeggiate che durano giornate intere, dalle lettere che riceve, dai suoi amori. La storia di Benjamin, più della sua vita, è riassunta in un momento del 1939 dopo l’occupazione nazista di Parigi. L’autore tedesco vive camminando in clandestinità per arrivare al confine spagnolo sui Pirenei, ha con sé un solo bagaglio, all’interno c’è un manoscritto «è più importante della mia vita», ma nel momento più importante, quello dell’attraversamento della frontiera, un cavillo burocratico blocca tutto e il manoscritto andrà perduto per sempre. Ecco che tornano in mente gli occhi del ritratto, ecco la sensazione di perdita, ecco che capiamo che la fuga è sempre figlia di un’altra fuga, e per Benjamin è sempre destinata a fallire. La fuga non è altro che uno scampo temporaneo, non ci si salva, e se un testo è più importante della nostra vita, poco dopo il suo smarrimento moriamo.

Le frasi e i disegni in bianco e nero di Pajak ci dicono che in fondo questi autori hanno una sola biografia legata dai luoghi, dal tempo e dallo spazio. E se il profilo si sovrappone fino a essere uno solo – così che Pajak scrive di Van Gogh e di sé nella stessa pagina – anche l’opera che andiamo cercando e poi leggendo da sempre è una sola, tessuta e tenuta insieme da fili segreti che si muovono dalla gabbia in cui verrà recluso Pound al piccolo letto in cui dorme Benjamin. Per Pajak, Dickinson e gli anni di piombo in Italia hanno la stessa funzione, la stessa importanza, come ce l’hanno Parigi nella sua totalità e un bar per emigranti italiani a Berlino.

Manifesto incerto è una sorta di viaggio nel Novecento, che di stazione in stazione crea connessioni e ci riporta – stimolando la nostra capacità di accoglienza e di sguardo – nel flusso del tempo e degli eventi, avendo la sensazione di aver partecipato anche noi (scegliamo noi in che veste) a questa grande opera collettiva, di vederci in un disegno di Pajak, di essere una delle schiene di una folla di manifestanti a Parigi o a Roma. Per lo scrittore francese è importante l’estraneità dei personaggi, spesso non ne sottoscrive le opinioni, le posizioni politiche, i ragionamenti, perfino parte dell’opera. Pajak in quelle distanze trova la misura del suo interesse, non serve cercare uno che ci somigli, così si garantisce l’oggettività, il rispetto verso chi si racconta, e ci si mantiene lontani dal pericolo dell’agiografia.

Pajak ha più volte spiegato il suo metodo di lavoro, potremmo dire che si sviluppa in tre fasi. Per prima c’è quella relativa all’opera dell’autore trattato: documentazione, archivio, rilettura. Pajak riempie pagine e pagine di taccuini che a un certo punto riesamina e riscrive, cominciando ad assemblare la narrazione. Nel frattempo, su altri taccuini, riporta le sue esperienze personali, le sue impressioni di viaggio. La terza fase è quella del disegno «dal vero». Quando queste tre parti sono pressoché composte, Pajak comincia il montaggio del libro, come se fosse un film, tagliando e cucendo, questo è il lavoro più lungo, il più complesso, quello che dà senso all’opera. Ho letto i quattro volumi prima separati e poi di seguito, uno dietro l’altro, quasi totalmente in spiaggia, e in quel luogo, che per definizione attribuiamo alla lettura leggera, ho visto l’opera nella sua interezza, nella sua vasta complessità, nella sua capacità di commuovere e di mostrarci come il racconto moderno sappia trovare nuove strade, nuove forme e – di conseguenza – nuova sostanza.

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