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23:38 giovedì 5 novembre 2026
Tre sex worker si sono stufate delle piattaforme che le sfruttano e censurano, così hanno deciso di fondarsi una piattaforma tutta loro, «la più pro-sex worker del mondo» È nata per accorciare la strada tra i social e i contenuti per adulti, e la gestiscono tre sex worker. Vieta l’AI, commissioni più basse di OnlyFans e promette alle creator una cosa rara in questo lavoro: una comunità.
Il rimedio contro la desertificazione potrebbe venire da una sperduta isola dell’Atlantico che da deserto si è trasformata in giungla Dal 1847, su un’isola vulcanica di Ascension, gli alberi dei Kew Gardens hanno creato una foresta che si mantiene da sola. Gli scienziati la studiano per capire come fermare l’avanzata dei deserti, ma il modello ha dei limiti.
Il paradiso esiste e si chiama Gifcities, il museo che raccoglie tutte le gif apparse sull’internet dei bei vecchi tempi Più di quattro milioni di GIF animate recuperate dalle pagine di GeoCities, grazie all'ennesimo sforzo di conservazione del benemerito Internet Archive.
Le proteste in Francia continuano e adesso agli studenti si sono aggiunti lavoratori di praticamente tutti i settori Lavoratori degli ospedali, degli aeroporti, delle poste, delle scuole, delle ferrovie e molti molti altri: questo fine settimana sono attesi in piazza centinaia di migliaia di persone.
Le banche stanno iniziando a rinegoziare i mutui concessi alle persone che vivono nelle zone più a rischio a causa del Super El Niño Con il super El Niño che si sta formando nel Pacifico, i grandi istituti di credito stanno rivedendo i prestiti esposti a siccità e alluvioni, soprattutto in agricoltura.
Se come noi siete ancora in lutto per la morte di Juan Atkins, il padre della techno, sappiate che su YouTube è stato appena pubblicato uno dei suoi ultimi set in versione integrale L'uomo che a Detroit inventò un suono che non esisteva è morto a 64 anni. Una delle sue ultime esibizioni è stata quella al Dekmantel di Amsterdam, nella scorsa estate. Ora la si può vedere tutta, ancora e ancora.
Nonostante non ci siano stati né incidenti né scontri, la polizia ha comunque sgomberato l’accampamento del movimento per la casa a Puerta del Sol a Madrid Quattrocento agenti hanno allontanato 334 persone dall’accampamento nato dopo lo sfratto e la morte di Maricarmen Abascal. La protesta contro la crisi abitativa, però, continua.
La Casa Museo di Rembrandt offre agli amanti di Rembrandt un tatuaggio di Rembrandt alla modica cifra di 400 euro Il museo dice che non è affatto una trovata pubblicitaria, perché le stampe e i tatuaggi servono alla stessa cosa: far conoscere l'arte di Rembrandt.

M ridicolizza Mussolini ed è la miglior condanna possibile

Marinelli interpreta un Duce cialtronesco, macchiettistico e senza scrupoli, umanizzandolo ma senza sconti.

20 Gennaio 2025

«Io sono lo sbandato per eccellenza», dice Benito Mussolini nel primo capitolo di M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati, ed è vero che quello che passerà alla storia come il Duce, faccione e mascellone di marmo, severo sguardo sui sudditi, naso spigoloso come l’architettura che accompagnerà il suo regime ventennale, è in realtà un eterno trasformista, un incerto, una bandierina che tira dove gli conviene. Dall’inizio, per sempre, fino alla fine.

L’evento televisivo del 2025 italiano è l’uscita di M. Il figlio del secolo in versione miniserie: distribuita da Sky Atlantic, prodotta da The Apartment, scritta da Stefano Bises e Davide Serino con Antonio Scurati, e girata da Joe Wright. Otto episodi che devono contenere quasi 900 pagine di romanzo e cinque anni che cambiarono per sempre l’Italia, l’Europa, il mondo: dal 1919, quando lo sbandato di cui sopra radunò un manipolo di reduci in una piazzetta sudicia (oggi bella, esclusiva, costosissima) di Milano, fino al 1924, quando quel manipolo – proprio quello – rapì e ammazzò il deputato socialista Giacomo Matteotti, inaugurando di fatto la dittatura del fascismo.

In M ci sono echi di una rappresentazione pop del potere che abbiamo già visto ne Il divo, per citare l’esempio più recente, ma la narrazione non è incentrata tanto sul fascismo e sulla sua evoluzione come movimento. Negli sport americani da qualche anno esistono le PlayerCam: telecamere che seguono non tutta l’azione, come si è sempre fatto, ma un giocatore soltanto, uno di quelli in grado di cambiare le sorti della gara. M fa questo con Benito Amilcare Andrea Mussolini: Milano prima e l’Italia poi sono soltanto lo sfondo, mentre in primo piano studiamo la mente, il faccione e la mimica di Benito Mussolini. Che troviamo a tratti detestabile, perché cinico e calcolatore, spietato e violento pur senza sporcarsi le mani, ma troviamo anche umano, umanissimo: perché indeciso, confuso, seduttore, ruffiano e traditore.

Un ragionamento che dobbiamo fare è: quanto fa bene al fascismo, questa serie? E quanto all’antifascismo? Io penso molto all’antifascismo, e soprattutto fa arrabbiare un sacco i fascisti. M dipinge Mussolini utilizzando l’arma del ridicolo, che è “empowering”, come si dice, e non quella dell’indignazione, che spesso è invece il contrario. Il Duce, per Bises e Serino, è prima di tutto un cialtrone, bugiardo e incoerente. E certo, un violento senza scrupoli: ma un violento pavido, sempre col manganello degli altri. Mussolini seppe nel 1919 riunire migliaia di sbandati, criminali e reduci sotto l’ombrello di una propaganda confusa, antipolitica e antiparlamentare.

Nel Programma di San Sepolcro, il primo dei manifesti fascisti, apparso nel giugno 1919, leggiamo proposte di abolizione del Senato, nazionalizzazione delle fabbriche, sequestro dei beni alla Chiesa, partecipazione degli operai al funzionamento dell’industria. «Siete più a sinistra dei socialisti», lo irride l’amante futurista Margherita Sarfatti. Cambierà tutto nel giro di pochi anni: il fascismo entrerà in Parlamento, il movimento diventerà partito (forse vi ricorda qualcosa), la Chiesa sarà un alleato fondamentale di quel fascismo, i sindacati saranno aboliti tutti tranne quello fascista, la borghesia e l’industria diventeranno la spina dorsale del regime. Solo in un elemento il Duce rimane uguale dal 1919 fino alla fine: l’ossessione per la rigidità, la disciplina, il terrore della mollezza e della liquidità: la democrazia paragonata a una  “palude”, il socialismo a una “marea”. Al quindicesimo minuto della prima puntata vediamo andare in stampa Il Popolo d’Italia con il Programma sansepolcrista, in prima pagina campeggia il titolo “Noi vogliamo”. Benito Mussolini dice: «Noi vogliamo. E quello che vogliamo lo perseguiamo fino alla morte, senza gli infiniti, flaccidi “se” e “ma”». Questa paura del liquido come elemento fondante del fascismo è tematizzata da Jonathan Littell, autore de Le benevole, nel libro Il secco e l’umido: «Tutti i pericoli assumono per lui [il fascista] due forme, intimamente connesse: quella del femminile e quella del liquidità, di “tutto ciò che scorre”».

Per tutti questi motivi questo Mussolini di Marinelli, ho pensato, può essere impegnativo da manovrare anche per un certo antifascismo. M costringe lo spettatore a impegnarsi nello sfidare l’empatia che rischia di nascere spontaneamente, a non farsi toccare dal lato più umano del nemico. È più difficile, insomma, odiare un istrione affabulatore e dongiovanni, anziché un nemico marmoreo, lontano e disumanizzato, con cui è impossibile ogni contatto umano. Quando Mussolini guarda in camera, rompendo la quarta parete (lo fa molte volte, forse troppe), quello è il solo momento in cui dice la verità; la dice a noi, e non la ammette mai ai suoi camerati, ai suoi avversari, ai suoi sottoposti. Ci dice di odiare l’uomo che è diventato, ci dice che è confuso, ci dice che è finito, lo pensa spesso perché la sua ascesa è spericolata ma incertissima. «Io sono il primo ad aver permesso la corruzione dei propri principi». Poi si fa vedere invece che gongola, che si imbroda dei successi arrivati, insperati, anche e soprattutto per i pasticci di una classe politica ed ecclesiastica allo sbando.

Oltre che il libro di Antonio Scurati, mentre guardavo la serie ho riletto una biografia forse più simile all’operazione-umanità di Bises e Serino: Mussolini. Il fascino di un dittatore, scritta nel 1989 da Antonio Spinosa e pubblicata da Mondadori. Anche qui c’è in primo piano Benito Amilcare Andrea più che il Mussolini tiranno. C’è il donnaiolo che, prima del sansepolcrismo, scriveva e musicava canzonette così: «Bimba non mi guardare / forse tu m’ami di un affetto serio / ma questo cor che tu sognano brami / è pieno di veleno». C’è l’istrione pateticamente melodrammatico anche nella proposta di matrimonio alla madre di Rachele Guidi, che era contraria all’unione. Mussolini le fece un’imboscata con la fidanzata, scrive Spinosa, «mise mano alla tasca della giacca traendone una grossa pistola. E, con tono melodrammatico, esclamò: “Se non mi date Rachele, qui ci sono sei colpi. Uno per lei, gli altri cinque per me”». C’è il provinciale arrivista che, quando i suoi redattori ancora socialisti all’Avanti! lo vedono indeciso su cosa fare con questa Prima guerra mondiale, intervento o neutralità, e gli chiedono cos’è che vuole lui, sbotta in romagnolo: «Me a voi cmandè!», io voglio comandare. C’è il giornalista che segue il vento che tira più forte, e che nel 1917 sottotitola Il Popolo d’Italia “Quotidiano socialista”, ma già nel 1918 sostituisce la dicitura con “Quotidiano dei combattenti e dei produttori”. Lo smaschera meglio di tutti una sua conquista, Angelica Balabanoff, ex segretaria del Comintern poi trasferita in Italia, prima delle sue amanti ebree (poi venne Sarfatti), che disse: «È un semplice poetino che ha letto qualche pagina di Nietzsche».

Il filo rosso di coerenza, l’unico, che attraversa tutta la vita e la carriera di Mussolini, è il ricorso alla violenza. M smonta anche il mito del fascismo sansepolcrino mezzo socialista e mezzo rivoluzionario e quindi più buono, puro o pulito di quello che invase l’Etiopia o l’Albania o si alleò con la Germania. Il fascismo fu molte cose, ma prima di tutto, sommamente e per tutto il ventennio, fu una banda di assassini. Picchiare e ammazzare non fu un errore giovanile, di foga, ma la chiave che aprì tutte le porte. Lo dice Margherita Sarfatti alla fine della stagione, alla vigilia delle elezioni del ’24: «Volere sempre di più, fino a prendersi tutto, con qualunque mezzo: questo è il fascismo». Lo stesso Mussolini, nella serie, ha paura degli squadristi: che gli rovinino i piani più politici con la loro sete di pugni e di sangue, che gli si rivoltino contro. Li chiama “cani”, li disprezza, ma gli servono per portare il suo messaggio a tutti, anche a chi non lo vorrebbe ascoltare. Loro uccidono, picchiano e silenziano, e il Paese si sente più sicuro. Il fascismo prospera sul terrore del socialismo, la borghesia avvicina Cesare Rossi come il Gatto e la Volpe avvicinano Pinocchio. Una delle scene migliori si trova nella seconda puntata, è una riunione del Fascio ormai sempre più popolata. Mussolini cammina tra due ali di gente, le due anime del fascismo. Da un lato le camicie nere, coltello tra i denti, mani sporche di sangue, pronte all’azione e all’omicidio. «Il mio popolo», dice lui. Dall’altro lato, i piccolo-borghesi spaventati dal caos, dal Biennio rosso, dal socialismo, che si rifugiano sotto l’ala della violenza nera, conservatrice. «Il mio nuovo popolo», dice Mussolini, «il popolo della paura».

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