In crisi demografica ed economica, distrutta da siccità e incendi, la città è diventata ora cavia dell'esperimento autoritario di Donald Trump. Un esperimento che, se dovesse riuscire, potrebbe cambiare la storia americana.
Questa introduzione è stata scritta e consegnata subito dopo gli incendi che, nel gennaio 2025, hanno devastato Los Angeles. Presentarla oggi, a un anno di distanza, significa farlo da un’altra città, o forse dalla stessa città, ma in un diverso stadio della sua trasformazione.
Da un punto di vista materiale, Los Angeles è profondamente cambiata. L’industria che per oltre un secolo l’ha definita come luogo fisico, Hollywood (intesa non come marchio globale ma come sistema locale di lavoro) è entrata in una fase di collasso accelerato. Le produzioni si sono spostate altrove, seguendo incentivi fiscali, costi più bassi e una logica di mobilità estrema. I set sono diminuiti, le maestranze vivono in uno stato di precarietà permanente, interi quartieri che costituivano il tessuto “medio” dell’industria sono diventati inabitabili o economicamente insostenibili dopo gli incendi. La città ha perso il suo centro di gravità. È cambiata nella sua infrastruttura più profonda: quella che teneva insieme sia i sogni che il loro contenitore.
Eppure, sul piano simbolico e spirituale, Los Angeles sembra non essere cambiata affatto. Quando ci sono stati gli incendi abbiamo tutti pensato a una fine di tutte le fini. Il fuoco sembrava una sorta di maledizione, una piaga biblica che aveva a che fare con l’espiazione di un grande peccato originale. Ci siamo tutti convinti che qualcosa di profondo sarebbe cambiato per sempre… E invece mi ero sbagliata. Qualche giorno fa lo scrittore Matthew Spektor ha scritto un articolo su Hollywood Reporter sulla “memoria breve” della città e come gli incendi del 2025, pur essendo tra i più distruttivi della storia californiana, siano già scivolati ai margini della coscienza collettiva. In assenza di un centro simbolico, di un luogo capace di contenere il trauma, la catastrofe si è dissolta nel flusso continuo di crisi sovrapposte. Per molti, soprattutto per chi non è stato colpito direttamente, gli incendi sembrano appartenere a un tempo vago, quasi ipotetico. Ricordo una riunione su zoom con un produttore a solo un mese dagli incendi. «Scusate mi connetto dalla macchina che in albergo non prende bene internet e la mia casa non c’è più». La volontà di rispettare gli appuntamenti era superiore a qualsiasi altra cosa. Business as usual. Molti amici sono andati in visita dopo gli incendi e mi hanno chiesto consigli o raccomandazioni per la città. Gliele ho date con il monito che molti dei miei luoghi preferiti come il Reel Inn a Malibu o il Moonfire Ranch di Topanga Canyon, non c’erano più. Eppure nessuno mi ha mai scritto per dirmi di aver vissuto o percepito un senso di trauma o assenza, anzi. «C’è un tempo meraviglioso. Mi sento avvolta dalla città», mi ha scritto un’amica che era andata in viaggio di lavoro a marzo. I fuochi sono un evento concluso, archiviato.

LOS ANGELES, CALIFORNIA, 8 gennaio 2025 (Photo by Apu Gomes/Getty Images)
Spektor osserva che Los Angeles non ha mai avuto il tipo di concentrazione, geografica, simbolica o emotiva, capace di produrre uno slogan come “Boston Strong” o alla retorica del “Never Forget” delle Torri gemelle di New York. Questa constatazione non risolve la domanda più inquietante: che cosa succede quando un disastro che ha raso al suolo decine di migliaia di acri, evacuato centinaia di migliaia di persone e causato morti dirette e indirette non riesce a diventare memoria condivisa? La tentazione, suggerisce Spektor, è che l’oblio diventi una strategia di sopravvivenza: se non possiamo prevenire il prossimo incendio, la prossima epidemia, il prossimo terremoto, tanto vale dimenticare. Perché sacrificare ciò che resta della joie de vivre sull’altare di qualcosa che sembra comunque inevitabile?
Le ragioni di questa rimozione accelerata sono molteplici: un sistema mediatico sempre più frammentato, una cronaca ininterrotta che consuma se stessa, una soglia dell’attenzione ormai incapace di sostenere eventi che non si lasciano ridurre a icona. Ma l’evanescenza con cui questi incendi sono stati assorbiti e neutralizzati appare anche profondamente, inconfondibilmente losangelina. Ed è proprio qui che mi rendo conto di aver fatto un errore di valutazione. Ho scritto un libro sulle storie scomode e nascoste della città: il furto primario della sua acqua, i campi di concentramento per giapponesi trasformati in parchi nazionali, il disastro del crollo della diga di Saint Francis nel 1928. La strategia della città è sempre, fin dalla sua fondazione, stata quella di risorgere grazie all’oblio. Il fallimento, il lutto, crisi non sono contemplate nel suo Dna. Los Angeles è il capitano del Titanic che affonda con il sorriso mentre l’orchestra continua a suonare.
Un anno fa durante i giorni dei roghi, ho pensato seriamente di aver assistito alla fine di Los Angeles. Non a una crisi, non a una trasformazione, ma a un collasso definitivo: ecologico, morale, simbolico. Invece, a modo suo, Los Angeles continua ad andare avanti. Tira avanti senza fermarsi a pensare a un destino comune, senza interrogarsi sulle malattie che arriveranno, sulle conseguenze lente e invisibili, senza ammettere la propria vulnerabilità. Questa incapacità di riconoscere i propri limiti è tanto più evidente oggi, mentre una delle sue risorse fondative, l’industria cinematografica, si sgretola, ridotta a oggetto di una bidding war su Warner Bros tra colossi come Netflix e Paramount. Eppure anche di fronte a questo crollo che probabilmente sancirà la fine delle sale cinematografiche, la città non si arresta. Non elabora. In questo senso si svela nella sua qualità più effimera. Non è mai stata soltanto un corpo. È sempre stata uno stato mentale. Un campo di proiezione, una promessa, una storia che procede anche quando le fondamenta cedono. Forse Los Angeles non è un fantasma. È qualcosa di più disturbante: una lucertola decapitata, la cui coda continua a muoversi in avanti per inerzia.
Chiara Barzini è autrice e sceneggiatrice. Il suo ultimo libro L’ultima acqua è uscito nel 2025 con Einaudi ed è in uscita negli Stati Uniti e nel Regno Unito con il titolo AQUA: A story of water and lost dreams. Il libro ha avuto estimatori prestigiosi, da Olivia Laing a Francis Ford Coppola e qui, per gentile concessione dell’autrice e della casa editrice ne presentiamo l’introduzione scritta subito dopo gli incendi devastanti del gennaio 2025.
Il 7 gennaio 2025 ho consegnato l’ultima versione di questo libro, una storia sulle origini del sistema idrico di Los Angeles e le conseguenze dei sogni sfrenati. La mattina seguente, a Roma, mi sono svegliata presto e ho trovato un messaggio della mia amica Kate, dalla California. «Los Angeles è in fiamme… e i tuoi amici, stanno bene?» A questo ne è seguito un altro: «Ti sto pensando e mi manchi». E quindici minuti dopo un altro ancora: «Cavolo, questi incendi sono davvero terribili». Con ogni aggiornamento del browser la mappa dei fuochi si allargava. I venti di Santa Ana spargevano scintille e braci per chilometri, alimentando le fiamme e diffondendole a grande velocità. L’incendio delle Palisades bruciava l’equivalente di sette campi da calcio e mezzo al minuto. L’incendio di Eaton, scoppiato sulle montagne di San Gabriel, era aumentato di venti volte in poche ore. In un attimo, lo scenario iniziale è passato da «I tuoi amici stanno bene?» a «L’intera città di Los Angeles sta bene?»
Ci tenevamo in contatto al telefono mentre osservavamo una città amata piegarsi a un inferno senza precedenti. Los Angeles è il primo posto dove ho vissuto quando la mia famiglia si è trasferita negli Stati Uniti ed è dove ho passato gli anni più formativi. L’avevo vista sopravvivere ad altri incendi, frane di fango, alluvioni e terremoti, ma mai a una cosa del genere.
I cumuli di cemento fumante a terra erano ormai diventati una realtà familiare. Per piú di un anno avevamo assistito a bombardamenti, massacri e distruzione. Le immagini delle Palisades evocavano le rovine di Gaza e sembravano un ammonimento divino sulle colpe comuni e sull’interconnessione tra tutte le cose.
Nei giorni successivi molti amici hanno iniziato a condividere le notizie di quello che avevano perso. Alcuni avevano passato le notti a guardar bruciare le loro abitazioni dagli schermi dei telefoni connessi alle videocamere di sicurezza. Ho ricevuto la fotografia della cornice di una porta rimasta in piedi in mezzo alle macerie con il messaggio «Questo è ciò che resta», una foto di una singola palma affacciata sulla spiaggia di Malibu con la stessa scritta. Un produttore ha rimandato un nostro appuntamento su zoom. Non aveva piú una casa né un computer da cui chiamare. Un’amica ha perso il suo nido d’infanzia a Malibu. Setacciare tra le ceneri dei detriti la faceva sentire come se stesse piangendo una persona cara. Ho sempre avuto l’impressione che le case di Los Angeles avessero una vita propria, ed ero sicura che dalle macerie sarebbe emersa una nuova entità psichica, spettri rossi e scintillanti che avrebbero soffia- to sulla terra nelle future notti di scirocco. Ma per ora la perdita sembrava irreparabile. 12 000 abitazioni, attività e strutture erano state spazzate via, piú di 150 000 persone avevano perso la loro casa, il costo dei danni stava raggiungendo i 275 miliardi di dollari. Benvenuti nel Pirocene.
Nei giorni degli incendi, molti abitanti di Los Angeles si sono stufati della continua diffusione di letteratura distopica e chiaroveggente sulla città. Le citazioni di Joan Didion sui venti di Santa Ana apparivano ovunque, insieme ai riferimenti a Raymond Chandler, gli estratti da Il giorno della locusta di Nathanael West e i rimandi all’emblematico saggio di Mike Davis del 1995, The Case for Letting Malibu Burn. La piú inquietante di queste evocazioni profetiche proveniva dal romanzo di fantascienza di Octavia Butler del 1993, La parabola del seminatore, con la sua visione di una California devastata dagli incendi, governata da crisi climatica e disparità economica, e minacciata dalla presenza di un nuovo candidato presidenziale il cui motto è «Make America Great Again».
«Grazie a tutti per le citazioni di Didion che avete condiviso. Stanno veramente aiutando la situazione», ha scritto qualcuno su Instagram accanto all’immagine di una distesa di macchine carbonizzate. Ma era davvero sorprendente che tanti scrittori del passato fossero stati in sintonia con questa terra di disastri eruttivi? Mentre la città bruciava, ho dovuto pensare a questo libro in modo diverso. Mi ero illusa che andare alla ricerca delle radici dei problemi ecologici di oggi avrebbe funzionato come scudo magico contro la rovina, non solo quella fisica, ma quella del nucleo propulsivo della California. La scrittura è sempre stata una forma di esorcismo, per questo l’incendio mi sembrava un tradimento. Ero stata nel mondo dell’acqua per cosí tanto tempo che non mi aspettavo che finisse tutto in fiamme.
In realtà, gli incendi erano la logica conclusione di tutto quello che ho visto durante il viaggio del 2021 che ha ispirato questo libro. Percorrendo l’acquedotto di Los Angeles ho visto con i miei occhi che aspetto ha la siccità e ho scoperto che la carenza di risorse attira allo stesso tempo avvoltoi e sognatori. Fin dal primo momento in cui ha deviato l’acqua a Los Angeles, nel 1913, William Mulholland ha predisposto la città a un destino di malagestione, avidità e corruzione. L’acqua, il nuovo oro liquido, è oggi la moneta piú preziosa del pianeta. In California può essere venduta a costi esorbitanti. È difficile credere che esistano «banche dell’acqua» – fa paura anche solo il nome. Eppure esistono. I proprietari indicono aste private di diritti idrici in tutto il mondo e nella maggior parte degli Stati Uniti occidentali. In California la quota di maggioranza della colossale Kern Water Bank, nel Sud della San Joaquin Valley, è di proprietà dei Resnick, una coppia di agricoltori che ha cominciato a mettere da parte l’acqua fin dalla metà degli anni Novanta. Ora, a causa della siccità, il valore della banca è considerato quasi incalcolabile.
L’acqua costruisce e distrugge gli imperi, ma è l’illusione collettiva dell’abbondanza perpetua che sta causando l’apocalisse. Al telegiornale guardavo i pompieri di Los Angeles alle prese con gli idranti vuoti. La pressione era cosí bassa che alcuni di loro si erano messi a perforare direttamente l’acquedotto, un’immagine spaventosa e violenta. Sembrava di vedere qualcuno che infilza un cadavere per prelevargli del sangue d’emergenza. Frattura, penetrazione, smantellamento delle strutture: questa era la parte dell’ethos di Los Angeles che aveva consentito il degrado e l’abbandono che avevo scoperto in viaggio. Ma le rovine di cui avevo scritto erano ormai consumate da una rovina ancora maggiore – forse la piú grande che la città avesse mai visto.
Gli incendi sembravano una sorta di purga psicosomatica. Los Angeles si stava separando da tutti coloro che avevano osato sognarla e per un momento anch’io mi sono sentita libera da ogni infatuazione. «Questo posto è barcollante, fumante e rotto, eppure zoppicherà per tornare alla vita, come sappiamo. La cosa buffa è che mi ritrovo per metà a fare il tifo perché torni in sesto e per metà perché continui a rompersi ed evolversi e a trovare il suo futuro: meno presuntuoso, meno rigido, piú flessibile ed eterogeneo, imprevedibile, impulsivo, vibrante e piú divertente», mi ha scritto un produttore. Stava ospitando degli amici la cui casa era andata a fuoco e mi ha inviato una descrizione commovente della cenere degli incendi che pioveva ininterrottamente sul suo giardino, come neve. Mi ha anche inviato una foto della sua valigia pronta per l’evacuazione, un trolley pieno di antiche edizioni di Shakespeare e romanzi di Virginia Woolf. «Questi sono i miei oggetti di valore», ha scritto.
In questo momento di crisi, il punto non è agitare le braccia al cielo e arrendersi, ma scegliere con cura gli oggetti di valore, tornare a un senso di appartenenza primordiale e osservare. È quello che ho cercato di fare in questo libro. Entrare in contatto con il sentimento del primo amore, piuttosto che con quello della fine della storia. L’impulso iniziale non mi era venuto da un’attrazione morbosa per l’apocalisse, ma dalla curiosità per l’alfabeto genetico della città, un nucleo che conteneva al tempo stesso un monito e un ottimismo inestinguibile. Faccio tesoro di quella prima particella acquatica perché tutto è cominciato da lí.
Questo è un libro sull’acqua, sulla sua magnifica e incongrua presenza nel deserto, sulle vite immaginarie e sulle illusioni che ci creiamo quando siamo spinti dal desiderio di costruire e possedere, e su come fare i conti con la magia una volta che sfugge alla nostra presa romantica. È un libro che parla di terra arida, tempeste e incendi, di una città esoterica e incomprensibile e dei suoi codici misteriosi.
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