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13:54 lunedì 17 agosto 2026
Il più grande baobab del Madagascar sta morendo e la causa della sua morte (ovviamente) è la crisi climatica Ha vissuto per più di mille anni. Poi sono arrivate le piogge eccessive e le infezioni fungine. E adesso non c'è più niente da fare.
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen , questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.
Iberia, la compagnia aerea di bandiera della Spagna, ha organizzato un volo speciale per “inseguire” e trasmettere in streaming l’eclissi solare del 12 agosto Si tratta della prima eclissi solare totale visibile dalla Spagna continentale dal 1905. Come si può capire, c'è una certa attesa attorno all'evento.

Riscoprire la fotografia di Lisetta Carmi

Roma celebra la fotografa genovese di 94 anni con una mostra antologica: un viaggio fotografico raccontato attraverso 170 scatti.

25 Ottobre 2018

All’entrata del centro Bhole Baba di Cisternino, in Puglia, dove Lisetta Carmi, nella terza delle sue cinque vite, una più straordinaria dell’altra, aveva messo in piedi un Asrahm ispirato ai principi e alla fede di Babaji, il Mahavatar dell’Himalaya, c’era un piccolo e consumato libretto di fotografie, oggi introvabile, a meno di non volerlo pagare una cifra superiore alle millecinquecento euro. Che forse li meriterebbe anche, visto i bellissimi ritratti in bianco e nero dei travestiti genovesi che conteneva, raffigurati dalla fotografa nella loro innocente quotidianità: nel rito della vestizione, in camera da letto, nelle vecchie trattorie avvolte da nuvole di fumo, tra i vicoli dei caruggi o con il vestito buono per la passeggiata domenicale, un po’ come in quella divertente canzone che è A Dumenega.

Sono foto degli anni Sessanta, dove spiccano acconciature che oggi possono far sorridere ma allora denunciavano le prime forme di trasgressione. Ma sopratutto sono foto di volti con nomi e storie da raccontare. C’è la Gitana, un tempo considerata la regina del gruppo di “Via del Campo”. C’è la Novia, che faceva coppia con la Gitana, da giovane era stata per un breve periodo l’amante di De Pisis e si dice che conservasse in casa una sua piccola opera, ricordo di quel giovane amore. C’è Elena, che nella vita diurna faceva la gruista all’Italsider ma la sera si trasformava in una blonde fatal. Aveva anche provato a sposarsi una lesbica, inseguendo il sogno di una pacifica vita familiare, ma non aveva funzionato. Dicevano che si divertisse molto di più a fare il travestito che a preparare il minestrone. Forse non aveva tutti i torti. E poi naturalmente c’era lei, la Morena, all’anagrafe Mario Doré, che aveva un banco di frutta al mercato, fra via Gramsci e via Prè, voleva diventare suora e secondo la vulgata ispirò Via del Campo di Fabrizio De André.

Lisetta Carmi, I Travestiti, Dalida,1965-1967, courtesy Martini & Ronchetti

Mai prima d’ora nessuno aveva osato, in quel paesone puritano e conformista che era l’italietta di allora, puntare l’obiettivo sulle storie dei transessuali. Per di più con una maestria tale da scansare il rischio di trasformarli in un fenomeno da baraccone ma, al contrario, provando a raccontare attraverso quegli scatti così minimali le loro illusorie aspirazioni piccolo borghesi. D’altronde per Lisetta Carmi la macchina fotografica non era uno strumento che aveva a che fare con l’estetica ma un mezzo per costruire racconti a forza di sequenze narrative, come si può facilmente intuire osservando i suoi magnifici lavori da qualche giorno esposti al Museo di Roma in Trastevere, che alla novantaquattrenne fotografa genovese ha dedicato la mostra antologica (curata da Giovanni Battista Martini) “Lisetta Carmi. La bellezza della verità”. Un viaggio fotografico lungo vent’anni raccontato attraverso 170 le immagini (che certamente avrebbero meritato sale e spazi più grandi), tra le quali spiccano tre nuclei di lavori concepiti come progetti di pubblicazione su tre temi assai diversi fra loro ma sempre basati su una scrupolosa osservazione della realtà. Oltre a quello sui travestiti, sono presenti infatti le fotografie contenute nel volume Acque di Sicilia, pubblicato nel 1977 con i testi di Leonardo Sciascia, e quelle del testo a copia unica Metropolitan, dove compaiono le immagini della metropolitana parigina scattate nel ’65 e accompagnate dal testo Instantanés di Alain Robbe-Grillet, presentate al pubblico per la prima volta.

Eppure, nonostante sia stata una superba foto-giornalista, Lisetta Carmi non avrebbe mai immaginato di fare la fotografa. All’epoca della sua prima vita stravede infatti per il pianoforte. “Lo fa cantare”, esclamano entusiasti i giornali italiani e stranieri. Per anni alterna l’insegnamento all’attività concertistica ma il suo percorso musicale è destinato ad interrompersi bruscamente il 30 giugno del 1960. Pochi mesi prima era nato a Roma il Governo Tambroni, un monocolore Dc con i voti determinanti del Movimento Sociale Italiano, che come contropartita chiede di tenere a Genova il Congresso nazionale. Una provocazione, considerato il luogo, medaglia d’oro alla resistenza. La città si mobilita, si organizzano proteste e la camera del lavoro indice uno sciopero generale. Lisetta vorrebbe partecipare, unirsi ai portuali che si raduneranno in piazza De Ferrari, ma è sconsigliata dal rigore austro-ungarico del suo maestro They: «mi disse che non potevo andare in piazza perché se mi avessero rotto una mano non avrei più potuto suonare. Ricordo benissimo di aver risposto che se le mie mani erano più importanti del resto dell’umanità allora avrei smesso di suonare il pianoforte». Eppure, nel momento della scelta, non ha un ripensamento, scrive Giovanna Calvenzi nella biografia Le cinque vite di Lisetta Carmi, e con il solito coraggio generato dall’incoscienza, ma sorretto dai suoi ideali, pensa a cosa fare del futuro senza nessuna angoscia.

Alla fotografia arriverà per caso. «Non l’amavo, lo consideravo un mezzo di conoscenza. Mi è servita per capire chi ero io e chi sono gli altri». Dopo un breve apprendistato a Berna, dal fotografo Kurt Blum, compra una Leica M2 e un libro di tecniche di Andreas Feininger. Lo studia a lungo e inizia a fotografare, con in testa l’idea già chiara di provare a costruire un racconto per immagini. Perché a prescindere dal mezzo utilizzato c’è sempre una storia da raccontare. Nel 1962 è assunta al teatro Duse come fotografa di scena. Lavorerà, tra gli altri, con Luigi Squarzina e Carlo Quattrucci, acquisendo quel mestiere e quell’esperienza che torneranno utili nei suoi lavori più personali. Dal servizio sul cimitero di Staglieno, dove fotografò le tombe che le ricche famiglie dell’Ottocento genovese si facevano costruire, prima di morire, a loro somiglianza, a quello, splendido, che testimoniò le terribili condizioni in cui erano costretti a lavorare i famigerati Camalli, i lavoratori del Porto di Genova, che negli anni Sessanta erano più di diecimila e si riunivano ancora sotto il ritratto di Lenin. Fino a un piccolo reportage che ha fatto storia della fotografia italiana: quello su Ezra Pound, con quelle 12 foto scattate sulle colline sopra Rapallo che raccontavano per immagini la disperazione di un uomo. «Ho visto il suo sguardo fissare l’infinito».

Lisetta Carmi,Il porto, Lo scarico dei fosfati, Genova, 1964 (Martini & Ronchetti)

Il suo lavoro più noto resta però quello sui travestiti genovesi, anche se all’epoca incontrò non poche difficoltà. Il libro, pubblicato nel 1972 da Sergio Donnabella in versione mecenate, è invisibile, le librerie non lo espongono, anzi lo nascondono, lo tengono sottobanco, un oggetto clandestino da destinare al contrabbando. Cesare Musatti uno dei fondatori della psicoanalisi italiana, si rifiuta di presentarlo, specificando, se non fosse sufficientemente chiaro, che si tratta di gente da rinchiudere in ospedale, non certo di persone a cui fare pubblicità. Ci penserà la scrittrice Barbara Alberti a salvare le copie dal macero, organizzando apposite feste e scegliendo gli invitati fra quelli che avrebbero potuto apprezzare il libro. Poi, in maniera imprevedibile come sempre le era accaduto, arrivò l’incontro con Babaji, il viaggio in India, l’abbandono della fotografia, la nascita dell’Asrahm e l’inizio di una nuova e affascinante terza vita. Non certo l’ultima.

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