I libri del mese

Cosa abbiamo letto a marzo in redazione.

31 Marzo 2026

Jana Karšaiová, Io non parlo russo (Feltrinelli)
La politica scava fossati nelle famiglie, allontana persone cresciute insieme e che hanno passato la vita ad amarsi. Non più tanto da noi in Italia, ormai abituati alle tavolate guareschiane tra cattolici e comunisti. Ma in Paesi come quelli appartenenti alla parte più orientale dell’Europa la questione è diversa. È una storia di questo tipo quella che racconta Jana Karšaiová, scrittrice italiana nata a Bratislava nel 1978, autrice di questa storia molto contemporanea uscita per Feltrinelli. Come lei, anche la giornalista Hana vive in Italia, il Paese che ha scelto e di cui è diventata cittadina. Deve tornare a casa, in Slovacchia, per un importante voto: si elegge il nuovo Parlamento, ed è un pericoloso testa a testa tra il partito europeista e quello filorusso. C’è molto, sul menù di questo romanzo: prima di tutto il ritratto di una nazione che guarda a Est, per allontanarsi dal sogno (tradito?) di federalismo europeo; poi il rapporto con il fratello Martin, eccolo qui, diventato non solo un reazionario pro-Putin, ma anche celebre attivista e youtuber del complotto; infine, il profugo Levan, che dalla Georgia vuole andare in Italia, e che farà affidamento proprio su Hana. È un romanzo, Io non parlo russo, di legami e di politica, e la sua forza sta anche in una serie di personaggi secondari disegnati con una profondità strabiliante. La madre di Hana e Martin, una donna che appare sconfitta e rinunciataria, schiacciata dal lutto e dalla solitudine; il padre defunto, professore saggio e progressista; il figlio adolescente di Martin, Tomáš, che crede in un futuro aperto al contrario del padre; gli amici di Hana, quelli rimasti a Bratislava, che sembrano guardare a lei, invece, con una certa invidia.

Rachel Kushner, Il lago della creazione (Einaudi)
Traduzione di Silvia Pareschi
Tutti a fare i complimenti a Paul Thomas Anderson, a dargli gli Oscar, a fargli le feste perché ha fatto un film in cui il sistema lo sfasciano le ragazze, in cui la rivoluzione la fanno (finalmente!) le donne, guerriere che portano nomi di battaglia come Perfidia Beverly Hills, Junglepussy, Lady Champagne. Era ora che qualcuno raccontasse una storia così radicale, di politica che o è dura e pura o non è, di eroine riluttanti che affrontano un mondo che nei loro confronti è ostile due volte. Chissà come si è sentita Rachel Kushner leggendo tutte le lodi sperticate che Anderson ha ricevuto per aver fatto una volta quello che lei fa da tutta la vita: I lanciafiamme è del 2013, Mars Room del 2018, è il filo è sempre quello, sempre rosso, rosso in quel senso (e pure i saggi di Fatti per bruciare non scherzavano mica, in quanto a radicalità). Ora Kushner ha scritto un nuovo romanzo, di nuovo questo romanzo, che stavolta si intitola Il lago della creazione. La protagonista è ovviamente una donna, una spia controrivoluzionaria che si fa chiamare Sadie Smith. È la migliore in quello che fa, ma quello che fa non è molto carino: la prossima missione è stroncare sul nascere l’utopia di Moulinard, comune anarchica, anticapitalista e antimoderna, odiatrice di tutti quegli Homo Sapiens che ci hanno impedito di essere dei «Neanderthal felici». Sadie pensa che sarà un lavoro facile facile, fino a quando non incontra Bruno Lacombe, leader moulinardiano, ex amico di Guy Debord, che la inizia ai piaceri della rivoluzione e le fa capire come mai, nonostante tutte le spie controrivoluzionarie che si sono succedute nella storia, siamo ancora qui ad aspettare che sorga il sol dell’avvenire. Se Paul Thomas Anderson è davvero l’incendiario che ci ha fatto vedere con Una battaglia dopo l’altra, il suo prossimo film sarà un adattamento di questo libro.

Alessandra Castellazzi, La radura (Edizioni E/O)
Da quando è uscito il fortunato film Le città di pianura si è iniziato a parlare di Veneto Wave, e ci si è messo dentro un bel po’ di roba, non solo filmica. Anzi, tutta una fortunata tradizione di letteratura di pianura, dalla Laguna fino a Verona. Ma se allarghiamo il campo geografico, a questa onda di interesse per il Veneto potremmo in realtà affiancare una “Pianura Wave” che includa anche la Lombardia e il Piemonte, tutti luoghi con un’anima affine. È qui allora che metteremmo La radura, l’esordio di Alessandra Castellazzi (già traduttrice di Maggie Nelson e Olivia Laing, tra le altre): è la storia di una bambina/adolescente in cerca di sé stessa e della sorella scomparsa in una città di pianura in cui non piove da mesi, nell’estate rovente e immobile dei suoi 14 anni. Viola, in poche settimane che le cambieranno la vita, cercherà di capire dove è finita la sorella, che molti pensano portata via dalla piena del fiume dell’anno precedente, e farà i conti con una misteriosa radura che la chiama e la seduce: ma è un luogo aperto solo a lei, che rifiuta di mostrarsi alle sue amiche e ai suoi primi corteggiamenti. L’unico luogo verde di tutta la pianura. Che cos’è la radura? Un luogo magico o stregato? Una metafora della crescita e del diventare donna? Una reale possibilità di fuga dalla provincia? Si sentono, in questo esordio coraggioso e originale, tutti gli influssi di una letteratura del perturbante (Mariana Enriquez soprattutto) e la consapevolezza di poter parlare di temi urgenti come il cambiamento climatico, su uno sfondo magico e inquieto.

Jonathan Escoffery, Se campo più di voi (Fazi)
Traduzione di Silvia Pareschi
Non è facile essere un autore non-italiano sul mercato italiano, si sa: stampiamo e compriamo moltissimi connazionali, è una costante che succede un po’ ovunque, questa tendenza a leggere ciò che ci è simile, ciò che ci sembra già di conoscere abbastanza bene. Questa introduzione è necessaria perché Se campo più di voi, di Jonathan Escoffery, è un libro decisamente diverso dal solito, più diverso dei diversi, eppure è così forte, così profondo, così divertente che si merita davvero un po’ di coraggio nel leggerlo. Escoffery racconta, d’altronde, la storia di una famiglia diversa da quasi tutte le famiglie, anche nella finzione in cui è ambientato: in Florida, Trelawny e suo fratello Delano ci sono nati, perché i loro genitori Topper e Sanya ci si sono trasferiti, ma non sentono di appartenerci, prima e soprattutto per una questione di pelle. Sono giamaicani, ma non sono neri. Eppure non sono bianchi, e certamente non sono portoricani, non sapendo una parola di spagnolo. Non trovano un posto preciso nelle gerarchie etniche rigidissime delle comunità scolastiche, e nemmeno nel mondo dei grandi, quello del lavoro. Un fallimento dopo l’altro, Trelawny e Delano tenteranno di rimanere a galla in otto racconti che si leggono come un romanzo, tutti connessi l’uno con l’altro. Quello che va premiato, in questo esordio del 41enne Escoffery già finalista al Booker 2023, è lo sguardo originale, di cui abbiamo parlato in queste righe; la lingua, che spazia dall’inglese al patois, dalla prima persona alla seconda alla terza, senza sembrare mai forzata; e dall’umorismo dal gusto amaro, che ammanta tutto il romanzo di una leggerezza malinconica che lo rende un oggetto unico, davvero originale.

Eleonora C. Caruso, Backroom (Nutrimenti)
Un bambino strano cresce e diventa adolescente strano, tormentato, diverso dagli altri, forse anche un po’ pericoloso, senza dubbio geniale, che si scopre capace di scandagliare e manipolare le viscere più oscure di internet. Poteva andare diversamente, la storia del protagonista di questo libro, deragliare e concludersi in un atto folle come quelli avvenuti a Bergamo e Perugia di cui stiamo parlando in questi giorni. Invece, dopo aver scampato un tentato suicidio, cominciato una terapia con antidepressivi, e aver lavorato come moderatore di contenuti – ogni giorno a contatto col peggio del peggio di internet (e quindi, dell’esistenza) – il protagonista fonda una comunità in cui si vive come negli anni Novanta, dove internet e gli smartphone sono banditi, così come tutto ciò che è contemporaneo. Questo libro ce lo si immagina come un link che a un certo punto compare nel libro precedente di Eleonora C. Caruso, Doveva essere il nostro momento (Mondadori), ambientato proprio in quella comunità, che raccontava (anche, non solo) una storia d’amore, quella tra un Millennial frustrato e una youtuber coi capelli rosa. Clicchi su quel link e arrivi a Backroom, uno spinoff del romanzo, di fatto la back story del guru di quella setta, in cui la scrittrice si concede tutt’altra libertà creativa. Immerso in un’atmosfera cupa, profondamente nichilista, è uno dei migliori libri sui social-internet che ho letto negli ultimi anni, per il modo in cui ripercorre – da dentro, cioè dal Pov di una persona che ha vissuto più dentro internet che fuori – la tragica trasformazione che ci ha portato tutti, indistintamente, dove siamo oggi, a scrollare con «la serafica rilassatezza di un sacco dell’immondizia che va alla deriva». Perché come dice a un certo punto il protagonista: «È di questo che dovremmo preoccuparci. Non che le macchine diventino più intelligenti di noi, ma che noi diventiamo più stupidi di loro».

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