Stili di vita | Moda

Perché i leggings ci fanno così arrabbiare

Dopo l'ennesimo invito a non indossarli, si riaccende il dibattito su un capo d’abbigliamento che non dovrebbe essere così controverso.

di Silvia Schirinzi

L’ultima è stata un’esasperata madre cattolica, che ha pensato bene di scrivere una lettera aperta sul giornale dell’Università di Notre Dame (quella in Indiana, negli Stati Uniti) per incitare le ragazze del Campus a non mettersi più i leggings, grazie tante, perché metterebbero molto in difficoltà i suoi quattro figli maschi. La reazione è stata comprensibilmente accesa, con tanto Leggings Day e una miriade di hashtag dedicati all’orgoglio da semi-pantalone comodo, perché ora sappiamo tutto il male che fanno i jeans alle parti intime, perché gli skinny li ha abbandonati pure Hedi Slimane, perché cosa abbiamo fatto il #MeToo a fare se manco ci possiamo mettere i fuseaux, la calzamaglia, il collant, tenete quelle vostre manacce a posto. Tutto giusto, e tra l’altro ci saremmo anche stancat* di discutere dell’argomento che, come ha riassunto efficacemente Kaitlyn Tiffany su Vox, macina da almeno dieci anni polemiche nient’affatto interessanti.

In realtà, dietro a quest’avversione ingiustificata per i leggings si possono leggere tante cose: l’immancabile fissazione dell’opinione pubblica nei confronti del corpo delle donne, certo, l’addossare alle femmine le responsabilità degli impulsi maschili e il mito stesso di quegli impulsi, quasi fossero comandati dal divino, quindi l’andare e venire delle silhouette e degli stereotipi femminili e, giusto per non farsi mancare nulla, pure i doppi standard sulla nudità. Sfera Ebbasta e Fedez, infatti, potranno continuare a farsi ancora milioni di stories e selfie mostrando il loro petto tatuato, ma se una donna (metti pure Rihanna, ma magari lo facesse Rihanna, meno male che abbiamo le campagne della lingerie di Fenty) scoprisse il seno su Instagram, verrebbe inesorabilmente censurata dall’app. Senza voler ritornare in un dibattito anche quello trituratissimo e questionare così le battaglie Millennial per la liberazione dei capezzoli – che anno era quando hashtaggavamo #freethenipple? E chi se lo ricorda più – esiste ancora un angolo interessante per inquadrare la questione, che ci permette di allontanarci con le mani alzate dal terreno scivoloso del corpo per approdare in quello più sicuro, perché i corpi li ingloba tutt*, della storia della moda.

Lo accenna Vanessa Friedman sul New York Times, guardate che oltre del maschilismo della società è colpa principalmente della “casualizzazione” del guardaroba, di quella cosa lì che qualche anno fa (che noia) abbiamo chiamato athleisure, delle t-shirt e delle ciabatte della Silicon Valley, della scomparsa, in ordine sparso, dei codici dell’abbigliamento classico, delle divise e della separazione netta tra il tempo del lavoro e quello privato, e se anche alle ultime sfilate i direttori creativi hanno rimesso in pista giacche, cappotti e cravatte nel tentativo di arginare lo strapotere delle sneaker, rimane il fatto che oggi l’avvocato può andare in ufficio in jeans e pullover, la professoressa che sceglie il tailleur passa a tutti gli effetti per una pericolosa sovversiva e le studentesse si vestono come se fosse sempre l’ora di ginnastica, quello è vero, ma guarda Billie Eilish come si nasconde dentro a quelle felpone XXXL fino a cancellarlo, il suo corpo da diciassettenne. È un  modo di dire delle cose su se stessi, eh. Anche quella è libertà, dobbiamo farci pace una volta per tutte: pure quell* che pensano che solo certi culi possono permettersi una certa aderenza, o che forse in Chiesa e in pochi altri luoghi, lungi dal dare ragione alla mamma mormona, un pantaloncino sopra al leggings si potrebbe anche metterlo, ricordatevi sempre che quando Jay Z e Biggie negli anni Novanta si mettevano la tuta stavano ridefinendo l’immagine dell’uomo di potere. Anche le ragazzine che ciarlano in metro potrebbero farlo, siete voi quelli che se ne stanno lì a guardare.

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