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Lana del Rey santa subito

La Gen Z su TikTok la tratta come una divinità e i critici celebrano il suo nuovo album, Did You Know That There’s a Tunnel Under Ocean Blvd: a 37 anni ha finalmente convinto tutti, ma non è sempre stato così.

28 Marzo 2023

Una cosa delle tante cose belle dell’essere fan è che puoi ricostruire tutta la tua vita e le sue “evoluzioni” (o il contrario) sulla base dell’uscita degli album di chi ami. Ho scoperto Lana Del Rey guardando su YouTube il video di “Born to Die”. Era il 2012 e vivevo a Londra, mi ero appena riappacificata (a distanza, su Skype) con il mio fidanzato, un ex tossico (come me) conosciuto in comunità, e quella lagna melanconica ma anche così intensa, e quelle scene di passione tra lei e il figo tatuato, erano la perfetta colonna sonora e visuale per le mie lunghe passeggiate solitarie a East London, guardando gli aerei decollare e atterrare e pensando al nostro immenso e disperato amore. Fumavo fissando le mie mani – mi ero procurata delle unghie finte lunghissime, come le sue nel video – e, tornata nel cubicolo che chiamavo casa, passavo le ore a guardare e riguardare il video di “Video Game” e riascoltare l’album vecchio, quello di prima del successo mainstream, poi ritirato dal commercio, che ero riuscita a scaricare illegalmente, Lana Del Ray A.K.A. Lizzy Grant (2010) con sulla copertina una versione senza filler di Lana con tremendi capelli corti biondo platino, corti e sfibratissimi. Avevo trovato anche un video in cui cantava malino a una serata sfigata e lo guardavo e riguardavo, immaginando per me un glow up come il suo (soprattutto di capelli: ci ho messo anni a capire che erano parrucche), quello che l’aveva trasformata da ragazzina carina a femme fatale, quell’estetica che gli americani, abbastanza scettici rispetto al suo (nuovo) esordio, avevano definito “costruita a tavolino”, come se fosse un difetto. Lo diceva anche Vox nel 2019: per capire com’è cambiato negli anni il modo in cui si giudicano le pop star, basta guardare la carriera di Lana Del Rey. Nell’articolo si ricorda come veniva definita nel 2012, tra cui un «fake» e «a failed pop singer who got lip injections and changed her name».

Sono passati 10 anni, siamo passati dalla famosa intervista del Guardian con titolo il virgolettato “I wish I was dead already” a lei che ai Billboard Awards di qualche settimana fa, visibilmente commossa, in uno speech che è diventato virale, dichiara di essere molto felice: finalmente è stata capita. Siamo passati dalle parodie del SNL (una delle sue prime esibizioni live era diventata un meme, le sue labbra fillerate derise quasi come le tette finte di Pamela Anderson) alla venerazione (musa di Gucci, genio indiscusso, grande artista). Nel mezzo, nove album, tutti perfettamente riusciti (qualche giorno fa un giornalista di Variety li ha rimessi in ordine in base alla qualità, ed è d’accordo con me nel giudicare Ultraviolence il migliore). A un certo punto l’abbiamo usata per definire il tipo di musica che ha caratterizzato gli anni pre-Covid, associandola a Billie Eilish (sua grandissima fan, che infatti l’ha intervistata sul numero di marzo di Interview, confessandole che la sua foto con l’ape sulla bocca è stata lo sfondo del suo primo iPhone), tirando in ballo lo Xanax: nel 2017 un articolo del Washington Post circolato tantissimo parlava di “pill-pop”, citando Lana Del Rey alla terza riga.

Ma la consacrazione definitiva è avvenuta negli ultimi anni, su TikTok. Perché se su Instagram Lana non dà grandi soddisfazioni e rivela tutta la sua appartenenza alla disgraziata generazione dei Millennial (il suo account privato, honeymoon, 3,5 milioni di follower, è una banale raccolta di foto di famiglia e con gli amici), su TikTok la sua musica, i suoi testi, la sua estetica hanno assunto una vita autonoma. La Gen Z ha creato tantissimi trend, dal filtro che ti dice quale suo verso, album o canzone sei, a quello in cui le adolescenti condividono le loro reaction a canzoni che hanno ascoltato troppo presto. In tante condividono il prima e dopo la scoperta di Lana Del Rey, che corrisponde a una sessualizzazione precoce: prima mettono le loro foto da maschiacci spensierati in tuta, poi una carrellata di foto da sexy lolite, apparecchiate per il “male gaze”. Ci sono anche varie sosia che si vestono, scrivono e parlano come lei, anche se hanno tipo 16 anni. Eppure nessuno si sogna più, come succedeva anni fa, di definire Lana Del Rey un’anti-femminista. L’insistenza con cui, nonostante le critiche, ha continuato a essere fedele a se stessa, celebrando le sue relazioni tossiche e i suoi amori disperati e i suoi name-dropping letterari e musicali, oggi appare come una dimostrazione di forza e coerenza.

Nonostante questo illustre percorso, non era affatto scontato che il nono album, Did You Know That There’s a Tunnel Under Ocean Blvd, sarebbe stato il capolavoro che è. C’è un video su TikTok realizzato dopo l’uscita del singolo omonimo che esprime perfettamente la sensazione: un ragazzo dice «che palle l’ennesima canzone di Lana Del Rey, sono tutte uguali». Poi la canzone parte e Lana canta: «Open me up, tell me you like it, fuck me to death, love me until I love myself», e durante l’ultimo verso il ragazzo finge di svenire, come se l’avessero colpito con una mazzata. È proprio così: non pensavamo di aver bisogno della nona dose, soprattutto dopo il bombardamento degli anni scorsi (a cui si è aggiunto il libro di poesie, Violet Bent Backwards over the Grass), eppure siamo già ossessionati dal nuovo album. Tra le recensioni più belle e accurate, per ora, ci sono quella di Variety, che lo definisce «an emotional tour de force», e quella di Pitchfork che parla di «self-mythology» e «psychoamericana».

L’ottimo marketing che l’ha preceduto – un unico cartellone installato nel paese del suo ex, le foto col seno scoperto, un nuovo look più morbido, naturale e rilassato – non c’entra niente: sono 77 minuti di musica stupenda, duetti (bellissimo quello con Father John Misty), pastori che fanno la predica come in un album di Kanye West, poesie che come al solito parlano di morte, amori disperati, bellezza, sesso, Dio, citazioni varie di cultura pop, ma anche, per la prima volta, preoccupazioni allineate ai 37 anni che ormai Lana Del Rey ha raggiunto, come l’idea (o meglio, la paura) di diventare madre. Da quanto è uscito l’ho ascoltato diverse volte, durante le mie lunghe camminate sul naviglio della Martesana in secca, pensando alla mia ultima, ennesima relazione tossica, e a come il mio glow up non è mai avvenuto («Voglio una vita come Lana Del Rey», scrivevo nel 2015, e invece, 8 anni dopo, sono ancora qui a scrivere articoli su Lana Del Rey), ma almeno ho sempre avuto, e continuo ad avere, la colonna sonora perfetta per il mio struggimento.

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