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20:02 lunedì 13 aprile 2026
In realtà, quella tra Usa e Vaticano è una crisi diplomatica che prosegue da settimane e che va molto oltre gli insulti di Trump al Papa L'ultimo, delirante attacco di Trump a Papa Leone XIV è solo il capitolo finale di una crisi che va avanti da tempo, tra minacce velate e inviti ignorati.
La foto di Silvia Salis che gongola per il successo del dj set di Charlotte de Witte a Genova è diventata il meme del momento Il sorrisetto soddisfatto della sindaca di Genova a molti ha ricordato un meme famosissimo: quello della Disaster Girl, di cui Salis è involontariamente diventata la versione "adulta".
Su internet c’è una teoria secondo la quale Orbán ha perso le elezioni perché poco prima aveva incontrato JD Vance e JD Vance porta sfortuna È stato l'ultimo a incontrare Papa Francesco prima che morisse. Era lì mentre naufragava la trattativa tra Usa e Iran. Ed era stato anche in Ungheria a fare un comizio per Orbán. Sono tre indizi, cioè una prova.
Il presidente del Nepal Balen Shah, che è un ex rapper, ha scelto come suo Ministro degli Interni Sudan Gurung, che è un ex dj E il suo primo provvedimento è stato ordinare l'arresto del suo predecessore, liberato solo dopo 12 giorni di prigione e interrogatori.
Per la prima volta Kill Bill 1 e 2 tornano al cinema ma stavolta come un unico film lungo 281 minuti, senza tagli e con tante scene inedite Questa nuova versione si intitola Kill Bill: The Whole Bloody Affair e arriverà al cinema per una settimana soltanto, dal 28 maggio al 3 giugno.
Sabina Guzzanti ha pubblicato su YouTube il suo documentario sul centro sociale Spin Time di Roma Il film è uscito nel 2021, ma Guzzanti lo ha pubblicato adesso online perché vuole «far conoscere questa realtà prima che sia troppo tardi», cioè prima che arrivi lo sgombero.
Nei suoi primi 100 giorni da sindaco di New York, Mamdani ha fatto una cosa meglio di tutti i suoi predecessori: aggiustare le buche per strada Il sindaco ha appena sigillato la centomillesima buca della sua amministrazione, un traguardo raggiunto nei cento giorni dall'insediamento. E di cui va molto fiero.
I Nine Inch Nails hanno annunciato un nuovo album che uscirà tra neanche una settimana Si intitola Nine Inch Noize, uscirà il 17 aprile ed è l'ufficializzazione del trio Trent Reznor, Atticus Ross e Alexander Ridha, in arte Boys Noize.

Siamo arrivati alla fine del Grande Romanzo Americano?

La letteratura Usa ha formato generazioni di lettori anche in Italia, ma da qualche anno sembra aver perso energia. Un declino sancito anche dal New York Times che ha eletto L’amica geniale “libro del secolo”.

07 Novembre 2024

Lo scorso luglio il New York Times pubblicava la sua lista dei “100 libri migliori del secolo” generando nel popolo dei lettori italiani una gamma di reazioni che andava dallo sconcerto all’orgoglio patriottico. Questo perché in cima a quella lista, al primo posto, c’era My Brilliant Friend, ovvero L’amica geniale di Elena Ferrante, il libro di E/O e della sua consociata Europa Editions che tutti sapevamo oggetto di culto internazionale (e americano in particolare), ma che nessuno si aspettava di trovare al comando nella classifica di un’arte – la letteratura – in cui gli americani sono stati storicamente autarchici, tanto da essersi guadagnati per molti decenni la fama di quelli che non traducevano, perché poco e per nulla interessati a letterature che non fossero la loro. Ma i tempi sono cambiati e viene da pensare che il New York Times volesse anche lasciare un segno di questo cambiamento.

Oltre a Elena Ferrante, nei primi dieci posti di quella classifica troviamo infatti anche Sebald e Bolaño, due figure mitologiche della letteratura mondiale, che a ben diritto si trovano in quelle posizioni (e magari – opinione strettamente personale – meriterebbero anche di essere più in alto di Elena Ferrante), ma che, probabilmente, solo quindici o vent’anni fa, non sarebbero neanche stati tradotti. C’è un numero che sintetizza in modo eloquente tutto questo discorso ed è il 3: tre per cento è la quota dei libri tradotti negli Usa rispetto all’intera produzione di fiction interna. Per fare un rapido confronto: in Italia la percentuale si aggira intorno al 50. Il 2018, che è anche l’anno di pubblicazione della traduzione in inglese de L’amica geniale, viene considerato un anno di svolta per la traduzioni in America, ma è una svolta legata più alla ricezione che alla produzione. In altre parole, come dimostra la classifica del New York Times, i libri tradotti sono diventati più rilevanti di prima, anche se le traduzioni non sono aumentate consistentemente. 

L’aumento di rilevanza in America della narrativa straniera sembra essere andato di pari passo con la perdita di rilevanza della narrativa americana, almeno in Italia, Paese in cui come lettori, soprattutto come lettori forti, siamo stati appassionatamente filoamericani dal Dopoguerra in poi, anzi dal 1941, anno in cui veniva piantato il seme, cioè la famosa antologia curata da Vittorini, Americana, che raccoglieva testi di Steinbeck, Hemingway, Hawthorne, London. Da quel momento, ogni generazione di lettori (e anche di scrittori) ha avuto i suoi miti e le sue correnti predilette. La Lost Generation di Hemingway Fitzgerald, Dos Passos; i Beat di Kerouac, Burroughs, Ginsberg; i minimalisti di Carver e Paley; i postmoderni di Pynchon, De Lillo, Barth; il Literary Brat Pack di Ellis, Tartt, McInerney; quelli infine che in Italia furono ribattezzati (da minimum fax) Burned Children of America, ma che sono anche stati incasellati nell’avant pop o realismo isterico, ovvero la generazione dei David Foster Wallace, Dave Eggers, George Saunders. Più una quantità incalcolabile di scrittori non riconducibili a correnti generazionali, ma ben presenti in questa walk of fame, come Philip Roth, John Cheever, Joan Didion o Joyce Carol Oates, tanto per citare quattro tra i tanti grandi che si potrebbero citare. 

Da lettore e da scrittore li ho attraversati tutti o quasi. Mi sono innamorato dei libri grazie a Hemingway, sono stato e sono ancora un ellisiano di ferro, ho incontrato per la prima volta la literary non-fiction grazie a Joan Didion, ho letto tutti i libri di Pynchon e di De Lillo e accolto con eccitazione l’ondata di scrittori, David Foster Wallace in primis, che furono lanciati in Italia da quella famosa antologia di minimum fax. E non credo che la mia sia un’esperienza così soggettiva. Pochissimi lettori e ancora meno scrittori, tra quelli che conosco, non hanno avuto un percorso simile con la letteratura americana.

Tra la fine degli anni Zero e l’inizio degli anni Dieci, però, c’è stato un momento in cui tutta questa energia – la capacità di raccontare l’America come emblema del mondo tutto, ma soprattutto il bisogno di sperimentare e di trovare sempre nuove forme di scrittura – è sembrata essersi esaurita. Buoni libri sono continuati a uscire naturalmente, così come scrittori che sono apparsi almeno per un momento la “novità” che bisognava assolutamente leggere (Lerner prima, Moshfegh poi, per esempio), ma è come se la letteratura americana avesse smesso di essere la lingua ufficiale della narrativa ed è come se avesse perso hype.

Il grande critico Harold Bloom aveva profetizzato la fine del romanzo americano, attribuendone la causa alla “scuola del risentimento”, qualcosa che oggi sarebbe rubricato sotto l’abusatissimo termine woke, e quindi a questioni di quote e di identità, una tendenza che sicuramente potrebbe avere qualche responsabilità in questo declino. Ma c’è una causa più profonda che riguarda la fine della vocazione imperiale americana. Come qualsiasi impero nella storia, quello americano è stato responsabile di alcune nefandezze politiche, ma è stato anche la culla del meglio della produzione culturale del suo tempo che a quelle nefandezze ha fatto da controcanto. Il declino di questo “impero culturale” è evidente e anche la letteratura potrebbe essere una delle chiavi per parlare delle elezioni di novembre.

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