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19:27 giovedì 1 ottobre 2026
Esiste una mappa che raccoglie tutte le donne, militanti, scrittrici e studiose, che hanno fatto la storia dell’anarchia Si chiama Mujeres Anarquistas e al momento include sette grandi italiane: Virgilia D'Andrea, Luce Fabbri, Giovanna Berneri, Maria Roda, Tina Tomasi Ventura, Anna Maria Mozzoni e Marie Louise Berneri.
Qualcuno ha modificato le pagine di diversi film su IMDb in modo che risultassero distribuiti nei Territori Palestinesi Occupati invece che in Israele I distributori dicono di non saperne niente, IMDb dice di non saperne niente. Nel frattempo, però, le modifiche sono state tutte già cancellate.
La crisi climatica è talmente grave che siamo in autunno e sul Cervino non c’è ancora nessuna traccia di neve Con l'Europa sotto una cupola di calore le Alpi perdono ghiaccio e pezzi di roccia, e sul Monte Bianco quest'anno si attendono quattrocentocinquanta cadute di massi.
Dei coloni israeliani hanno bloccato l’esercito israeliano mentre stava facendo rientrare in casa una famiglia palestinese eseguendo l’ordine di un tribunale israeliano Nella stessa notte i coloni hanno bruciato anche altre case palestinesi e ferito tre agenti della polizia di frontiera israeliana.
C’è una sacrosanta polemica attorno allo sgombero di una via di Milano usata come rifugio dai senza tetto per far posto a una sfilata della Fashion Week The Attico ha chiuso e rimbiancato il tunnel di via Sammartini per la sua sfilata, privando di un rifugio le persone senzatetto e causando notevoli disagi ai residenti.
Il movimento per la casa ha ottenuto una vittoria storica, ed è tutto merito di una 87enne spagnola che ha rifiutato di farsi sfrattare dalla casa in cui viveva da 70 anni Il 23 settembre Maricarmen Abascal è stata portata fuori in barella dalla sua casa di Madrid, sfrattata dal fondo di investimento che ne è proprietario. Ne è nata una protesta che ha costretto il governo Sanchez a intervenire.
L’ultima iniziativa di Mamdani è regalare 70 mila biglietti per l’opera ai newyorkesi che non si sono mai potuti permettere di andarci L'iniziativa si chiama Opera for All: i biglietti saranno distribuiti via lotteria, 10 mila al mese per tutta la stagione del Metropolitan Opera.
Dopo quasi trent’anni uscirà un nuovo romanzo di Donald Antrim, il più tragico, spassoso, originale, misterioso e fenomenale degli scrittori americani Arriverà il 12 gennaio 2027 negli Usa, si intitolerà My Eliot ed è già considerato il romanzo più antrimiano di tutti.

La narrazione esotica italiana all’estero

Analisi del successo de La grande bellezza e dei libri di Elena Ferrante, fuori dai nostri confini. Un successo che passa per il racconto di Napoli, di un passato rimpianto, di un sentire ultraterreno.

21 Gennaio 2014

1. Lussuriosamente, seducentemente, sorprendentemente cinematico / un tumulto di immaginazione lussureggiante che mischia passato e presente, sacro e profano, sgargiante e grottesco / sontuoso e auto-indulgente / in equilibrio tra satira pungente e malinconia / un tumultuoso banchetto visivo…

2. Intensamente, violentemente personale/ nel suo essere profondamente controllato, un romanzo atrocemente asciutto / di un’onesta emotiva e carnale così potente / a volte lirico, a volte brutale…

Avete appena letto una sintetica raccolta di giudizi e di definizioni sparse pronunciate dai critici americani su due opere italiane che tra la fine del 2013 e questo inizio di 2014 hanno, come si dice, fatto fortuna in America in un modo abbastanza insolito per i tempi magri che corrono. Al punto 1 un collage di frasi da recensioni uscite per La grande bellezza; al punto 2 si parla, invece, dei Giorni dell’abbandono di Elena Ferrante. A parte il fatto che si tratta rispettivamente di un film e di un romanzo, le definizioni danno la dimensione di due stili sostanzialmente opposti: da un lato il barocco, grottesco, lussureggiante Sorrentino; dall’altro l’asciutta, violenta, passionale, intensa Ferrante. E viene da dire: la tradizione del mettere (Fellini, Manganelli, Arbasino, Gadda) contro la tradizione del levare (Pavese, Parise, Antonioni, Moravia).

Un rapido giro sui giornali e riviste in Rete consente di scoprire che: a) Golden Globe a parte, il film di Sorrentino è stato accolto in America molto meglio di com’è stato mediamente giudicato in Italia; b) Elena Ferrante, una scrittrice considerata in Italia magari brava, non direi grande (di sicuro è una scrittrice apprezzata che vende, ma non una scrittrice al centro delle attenzioni critiche), è inclusa in molte liste americane di migliori libri del 2013 ed è stata recensita dal New York Times e soprattutto dal New Yorker, nella persona di James Wood, con elogi sperticati.

Sarebbe interessante riuscire a calcolare il bias, la distorsione nella valutazione, nel confronto tra come una data opera viene letta o guardata nel Paese d’origine e altrove. Non c’è ombra di dubbio che da italiani guardiamo Sorrentino e leggiamo la Ferrante in un modo diverso rispetto agli americani o ai francesi, così come guardiamo un film o leggiamo un romanzo americano o francese senza il retroterra, composto indistinguibilmente da conoscenza delle cose e pregiudizi, che solo un americano o un francese possono avere. Ma allora qual è il modo più giusto, più puro? Lo dico perché mi sono chiesto, di fronte a questo successo, che è soprattutto critico, ma anche in parte commerciale – circa un milione di dollari d’incassi fino a questo momento per The Great Beauty, venticinquemila copie vendute solo per The Days of Abandonment, senza dunque considerare gli altri libri tradotti di Elena Ferrante, alcuni dei quali si attestano intorno alle stesse cifre, il che non è un risultato da poco considerata l’allergia degli americani per la letteratura straniera – quanto queste due opere siano effettivamente universali e quanto, invece, piacciano per ragioni di esotismo – l’Italia è l’Occidente esotico per eccellenza – e di conseguenza quale immagine del nostro Paese venga rappresentata.

Da una parte, si diceva, uno stile barocco e dall’altra quello che potremmo definire un minimalismo romanico (austero, rigoroso, spoglio). Da una parte la vicenda individuale che si trasforma in grande satira sociale, dall’altra la vicenda individuale che rimane chiusa, soffocata tra le mura di casa. Da una parte la Roma chiassosa ed esagerata, dall’altra la Torino silenziosa e solitaria. Da una parte i preti e i vip, dall’altra gli anonimi professionisti e i mediocri vicini di casa. Nulla sembrano avere in comune le due narrazioni, se non il fatto di avere come protagonisti due napoletani sradicati: Jep Gambardella (giornalista mondano, autore in giovane età di un romanzo di culto, intuitivamente modellato sulla figura di Raffaele La Capria) e Olga (casalinga emigrata a Torino per seguire il marito, aspirante scrittrice, madre di due figli, abbandonata). Altra importante cosa in comune, però, è che due napoletani sradicati, volendo tenere fede alla biografia non è dato sapere quanto veritiera della scrittrice fantasma, sono anche gli autori: Paolo Sorrentino napoletano di stanza a Roma e Elena Ferrante, napoletana auto-esiliata in giovane età, girovaga tra isole greche e Italia settentrionale.

Dunque, anche se in modi molto diversi, sia Sorrentino che Ferrante trasferiscono la loro condizione su Jep e Olga dotandoli di uno sguardo sul contesto che è inevitabilmente straniato o di chi non è completamente dentro le cose. Stiamo parlando, è bene dirlo, di due cose uscite a più di dieci anni di distanza, che non hanno, lo ripeto, nessun legame evidente, nessuna parentela stilistica. Persino l’elemento esotico, diciamo folcloristico, è presente nella Grande bellezza, mentre è completamente assente nell’altro. E però: sentirsi ospiti, vedere le cose senza appannamenti affettivi, come se ci fosse la giusta distanza, con lucidità non è forse il modo più efficace per guardare l’Italia di oggi? Forse è un modo che rende per uno straniero l’Italia più comprensibile?

Più ci penso, più le somiglianze tra queste due storie italiane di successo aumentano… Due storie sulla lucidità, sul prendere consapevolezza… E c’è di più se si considera che in entrambi i casi Napoli custodisce un passato che rappresenta, e questa non può essere una coincidenza, la vita nella sua pienezza, mentre il tempo in cui tutte e due le storie si svolgono ha sembianze purgatoriali, ultraterrene. Per Jep Gambardella i ricordi di gioventù – il primo amore ambientato su un’isola che fa pensare a Capri – sembrano l’unico motivo che può restituire significato a un’intera esistenza (la “bella giornata” lacapriana, per chi avesse letto Ferito a morte, c’entra sicuramente qualcosa). Per Olga, l’infanzia napoletana rappresenta una specie di scuola di vita inconscia, e intensa, violenta, passionale, da cui trarre insegnamenti per il presente. Napoli come simbolo di un passato da vagheggiare, rimpiangere, riportare in vita. Napoli come teatro dei fantasmi.

Se sono similitudini che hanno senso, la visione di questi panorami italiani così apprezzata negli Stati Uniti ha qualcosa delle esperienze pre-morte. D’altra parte il fatto che una città sostanzialmente morta come Napoli (se pensate che sia un’affermazione pesante, controllate gli indici di produttività o i flussi migratori delle classi medie, per esempio) sia continuamente protagonista per un verso o per l’altro della rappresentazione del Paese (pensare anche al successo globale diGomorra) qualcosa sullo stato del nostro elettrocardiogramma dovrà pur dirla.

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