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Jonathan Safran Foer, salvare il mondo mangiando e scrivendo

Conversazione su ambiente e futuro con lo scrittore americano, che nel suo ultimo libro ha fornito una ricetta pratica per contrastare la crisi climatica: limitare il consumo di prodotti di origine animale, almeno fino a cena.

27 Gennaio 2020

Salvare il mondo è una cosa semplice: basta non mangiare prodotti di origine animale prima di cena, perlomeno stando alla pratica formula che lo scrittore americano Jonathan Safran Foer noto per il romanzo Ogni cosa è illuminata e per il saggio animalista Se niente importa – suggerisce nel suo nuovo libro, Possiamo salvare il mondo prima di cena, pubblicato in Italia da Guanda nella traduzione di Irene Abigail Piccinini. Significa che un giorno a pane e marmellata, pasta al pomodoro con costata a cena vi ha già resi eroi inconsapevoli. È probabile che queste parole stiano già mescolando dentro di voi diffidenza, allarmismo, noia, o che vi sentiate assolti per la poca carne che già mangiate; qualcuno proverà un vago terrore e volterà una pagina mentale piena di immagini apocalittiche, qualcun altro la volterà convinto che ormai non c’è speranza, qualche raro volenteroso ci proverà e dopo due settimane cederà a uno yogurt mattutino, dimenticando, pasto dopo pasto, i buoni propositi. Il libro di Safran Foer prova a rispondere a tutto questo, mettendo insieme un crudo elenco di dati scientifici sul cambiamento climatico, offrendo una soluzione pragmatica alla portata di tutti e testimoniando quanto sia difficile rispettarla «perché siamo essere umani», mi dice al telefono, e perché «il clima è probabilmente l’argomento più noioso che il mondo scientifico si sia mai trovato a presentare al pubblico», come scrive citando il biologo Randy Olson. «Non volevo scrivere questo libro», mi racconta, «volevo scrivere un romanzo, ma poi ho iniziato a preoccuparmi molto delle mie difficoltà, forse ero semplicemente deluso da me stesso. Proclamavo cose importanti da fare ma poi io per primo facevo troppo poco: a un certo punto questa cosa è diventata intollerabile e ho deciso di esplorarla, di capirla, per poi condividerla».

Tutto il libro – a metà strada tra il saggio e il personal essay, con venti pagine di bibliografia e note finali – corre su questo doppio binario: i fatti scientifici e le soluzioni pragmatiche contro la disperante debolezza dell’essere umano. «La verità è che secondo me non c’è speranza», scrive a un certo punto, e non perché il cambiamento climatico sia ormai irreversibile – come ha per esempio sostenuto Jonathan Franzen, in un articolo sul New Yorker di settembre – ma perché le persone non riescono davvero a credere alla gravità della situazione e ad agire di conseguenza. La voce da attivista di Safran Foer mi rassicura sul fatto che «bisogna considerare la scienza e non le nostre emozioni, e la scienza dice che non è finita, che l’apocalisse non pende su di noi ma che allo stesso tempo le cose non vanno bene e che siamo all’inizio di un periodo di disastri eccezionali che dipendono da come ci comporteremo ora». Le cose più efficaci da fare, sempre secondo gli scienziati, sono: usare meno la macchina, volare meno, fare meno figli e mangiare meno prodotti di origine animale. Tutto il resto – piantare alberi, non usare cannucce di plastica, fare una diligente raccolta differenziata – aiuta ma è meno decisivo e rischia di deresponsabilizzare. Tra queste quattro cose, quella che possiamo fare tutti prendendo una decisione nelle prossime ore è non mangiare uova, latte o carne: tutto sta nella volontà di farlo e nella motivazione per non farlo. Il problema è, scrive sempre Safran Foer, che «la crisi climatica è una crisi della capacità di credere: voglio essere allarmato ma non lo sono. Dico di esserlo, ma non lo sono. E più la situazione diventa allarmante, più aumenta la mia capacità di ignorare l’allarme».

Ovvio che i protagonisti sono Al Gore e Greta Thunberg, ma molto avviene in posti che non si vedono, nei campus universitari e nelle tavole delle famiglie, non per forza in tv o sui giornali

Questa battaglia contro l’incredulità e contro la pigrizia umana non può essere vinta dalla flebile capacità di persuasione delle parole, tanto più se quelle parole fanno appello alla nobiltà e alla bontà d’animo. È una critica che hanno fatto in molti a Safran Foer, sostenendo che convincere le masse è irrilevante e che bisogna influenzarne il comportamento attraverso leggi e regole. L’esempio più eclatante è che non abbiamo smesso di fumare perché sapevamo che faceva male ma soltanto quando gli Stati hanno effettivamente fatto qualcosa. «Non sono naïf», mi risponde Safran Foer, «vorrei essere il presidente degli Stati Uniti per poter fare più cose ma penso che quel che conta è che ognuno di noi faccia quel che può; sto usando le risorse che ho per far parte della soluzione. Mentre scrivevo non pensavo a un pubblico preciso, lo facevo per condividere una testimonianza: il mio obiettivo è raggiungere altre persone che poi siano in grado di raggiungere altre persone ancora». Come la chef Samin Nosrat «che ha un programma in tv e che ha un pubblico molto più vasto del mio. Ha letto il libro, ne è stata colpita e ne ha parlato molto». Ma valgono anche le persone comuni, che attraverso il loro comportamento possono influenzare quello degli altri: «Siamo costantemente condizionati dalle persone attorno a noi, viviamo in un mondo dove Amazon, Facebook, Twitter ti permettono di mostrare le tue preferenze e il modo in cui spendi i soldi: non è mai stato così facile influenzare gli altri semplicemente vivendo la tua vita. Ora sappiamo come mangia un vegetariano, quando qualcuno al ristorante ordina un piatto vegetariano lo notiamo e così lo notano i ristoranti. Penso basti questo e non che si debba discutere e litigare con le persone».

A guardare indietro le cose sono già molto cambiate rispetto a dieci anni fa, quando uscì Se niente importa, il libro in cui Safran Foer denunciava la crudeltà dell’allevamento industriale. Ancora allora i vegetariani, per non parlare dei vegani, erano guardati con sospetto, come estremisti irragionevoli che minavano l’ordine sociale e la serenità a tavola, matti da cui tenersi alla larga. «È cambiato soprattutto il modo in cui se ne parla», conferma Safran Foer, «ora è diventato un tema mainstream, ne parlano i politici, i liberali e ci sono sempre più vegetariani. Soprattutto ora non ci si definisce vegetariani o meno, c’è un interesse più generale nel mangiare meno carne, non è qualcosa di binario. Prima era una questione di identità ora è una scelta in risposta a quel che sappiamo sull’ambiente, sul benessere degli animali e sulla salute umana». Anche nella pratica rinunciare ai prodotti di origine animale è diventato decisamente più semplice: spuntano gastronomie vegane, i ristoranti offrono buoni menu a base di ortaggi, non solo un’insalata plasticosa, le grandi catene alimentari, tra cui McDonald’s e Burger King, fanno a gara per proporre hamburger di carne sintetica e si pubblicano un ricettario vegetariano dietro l’altro. Fino a pochi anni fa i vegani erano apertamente ridicolizzati ora invece anche i grossi giornali ne prendono le difese: lo ha fatto di recente il New York Times mentre l’Economist ha scritto che il 2019 sarebbe stato l’anno dei vegani, con un quarto degli Americani tra i 25 e i 34 anni che dicono di non mangiare carne o prodotti derivati dagli animali. Forse la strategia vincente non è legare l’essere vegetariani all’essere buoni ma all’essere fighi, chiedo a Safran Foer, immaginando un mondo molto vicino dove le serie tv di Netflix saranno piene di adolescenti queer che si nutrono di zucca e latte di soia.

Lui resta più moderato e mi risponde che l’obiettivo finale è «rendere il vegetariano la norma. Per esempio il comune di Amsterdam offre ai suoi eventi pubblici rinfreschi vegetariani; avere la carne non è né illegale né impossibile ma va esplicitamente richiesto». Si può anche procedere per gradi, «per esempio nelle mense pubbliche di New York ogni lunedì si serve un pranzo vegetariano», mentre il governo «dovrebbe smettere di dare sussidi e di rendere così i prezzi della carne più economici. Se il costo della carne fosse quello reale, sarebbe più facile spingere le persone a prendere la decisione giusta: se al ristorante l’hamburger costa 25 dollari e il resto 10, la gente mangerebbe meno carne».

Che siano politici, editorialisti, chef, cantanti, sportivi e gente comune per Safran Foer il cambiamento arriverà attraverso un mosaico assemblato da tutti: lo chiama wave, un’onda di fattori in grado di smantellare le strutture esistenti e di costruirne di nuove. «Ovvio che i protagonisti sono Al Gore, soprattutto con il documentario Una scomoda verità del 2006, e Greta Thunberg», dice Safran Foer, «ma molto avviene in posti che non si vedono, nei campus universitari e nelle tavole delle famiglie, non per forza in tv e sulle pagine dei giornali. Soprattutto, è una conversazione che bisogna ripetere e portare avanti in continuazione». Vero è che nel movimento ambientalista la storia del momento, l’unica finora in grado di smuovere le masse, è quella dell’attivista sedicenne Greta Thunberg: «Penso che stia facendo un buon lavoro nel rappresentare quelli come lei, ha fatto più e meglio di tutti nell’attirare l’attenzione e nel risvegliare le coscienze sul cambiamento climatico. Ma non può essere l’unica voce». Nel suo libro Safran Foer ricorda continuamente il sacrificio della nonna, che scappò dalla Polonia negli Stati Uniti riuscendo a sfuggire all’Olocausto, mentre il pensiero dei figli è un puntello a fare la cosa giusta ed è con una lettera di speranza e amore a loro che si chiude il libro. È una visione unificatrice e armonica in contraddizione con il messaggio di Greta Thunberg, che sta spaccando le generazioni e segnando una svolta nella lotta al cambiamento climatico: lo ha quasi trasformato in una battaglia tra i giovani idealisti che salvano il mondo a suon di “Ok, boomers” contro i vecchi egoisti e ottusi che l’hanno mandato in rovina, e che continuano a farlo. «Capisco bene il suo punto di vista e perché esprime l’estrema delusione per il mondo degli adulti, che sta cadendo a pezzi. Ma alla fine tutto questo deve essere risolto da tutti: non possono risolverlo da soli i giovani, né i vecchi, né un partito».

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