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00:51 lunedì 2 marzo 2026
Oltre al nuovo disco i Gorillaz hanno fatto uscire un film d’animazione che si può vedere gratis su YouTube Il film si intitola The Mountain, The Moon Cave and The Sad God ed esce nello stesso giorno del loro nuovo disco, The Mountain.
Ai Cèsar, il più importante premio cinematografico francese, il pubblico ha subissato di fischi il video tributo a Brigitte Bardot Pochi applausi, moltissimi fischi e anche un grido, che si è sentito distintamente durante la diretta: «Razzista!».
Una racconto distopico in cui l’AI distrugge l’economia mondiale pubblicato su un blog ha causato una perdita di 200 miliardi sul mercato azionario Secondo alcuni si è trattato di una coincidenza. Secondo altri, il racconto ha mandato nel panico gli investitori e stravolto i mercati per un giorno intero.
Mastro Lindo è andato in pensione dopo 68 anni di onorata carriera nell’industria delle pulizie La multinazionale P&G ha deciso di ritirare il logo e ha dato l'annuncio con una conferenza stampa tenuta dallo stesso Mastro Lindo su Instagram.
Paramount è riuscita a prendersi Warner, ma adesso dovrà pagare quasi tre miliardi di penale a Netflix Che si vanno ad aggiungere ai 77 che spenderà per completare l'acquisizione. Che comunque potrebbe non completarsi, se l'Antitrust non darà il via libera. E in questo caso, Paramount dovrà pagare altri 7 miliardi di multa.
Il ministro della Difesa pakistano ha dichiarato guerra all’Afghanistan con un post su X Per il diritto internazionale, ovviamente, non si può dichiarare guerra a un Paese via social, ma a Khawaja Mohammad Asif sembra non importare.
Non si è capito se è stato Morgan a non voler duettare con Chiello o Chiello a non voler duettare con Morgan nella serata delle cover di Sanremo Morgan ha detto che è stato lui a decidere di non esibirsi con Chiello, Chiello ha detto che la scelta di fare da solo è tutta sua.
I prezzi dei club di Berlino sono aumentati così tanto che è stato necessario inventarsi il termine technoinflazione Tutto è partito dal Berghain, ovviamente, che negli ultimi tre anni ha aumentato il costo del biglietto del 20 per cento. E tutti gli altri hanno seguito.

Joaquin Phoenix, quarantenne

Bravo ragazzo, cattivo ragazzo, o niente di tutto questo: la parabola di Joaquin Phoenix, che compie 40 anni, è quella di un grande del cinema in tutto e per tutto. Una panoramica della sua carriera e delle decine di volti che sa indossare.

28 Ottobre 2014

Nel 2010, anno in cui la Mostra del Cinema di Venezia cominciava a non essere più la Mostra del Cinema di Venezia, uno dei pochi brividi venne da Io sono qui! –I’m Still Here di Casey Affleck, documentario falso (è un ossimoro, come direbbeFedez a X-Factor) e scopertamente furbo, manipolatore, disonesto. Soprattutto, un monumento al suo protagonista: Joaquin Phoenix. Era il periodo in cui l’attore diceva che avrebbe smesso di recitare, non c’era dunque niente di meglio di un mockumentary di finto congedo per pubblicizzare meglio la notizia. Nel film il vero/falso Phoenix dava di matto, sniffava coca, chiamava puttane in albergo, faceva la cacca nel letto. A Venezia lo vide anche lui, ma si presentò in Sala Grande camuffato, evitò i posti ufficiali riservati al cast e si nascose qualche poltrona più in là. Faceva parte dell’operazione di marketing. Dissero che il film era una cagata (vero, in parte), che lui era un mitomane (falso, in parte). In realtà, era la conferma di un dato semplice e sostanziale: Joaquin Phoenix è, fondamentalmente, un cazzone.

Oggi Phoenix compie quarant’anni, e non accenna a sfatare la fama che lo procede da ben prima di quel film. Quando lo intervistai l’anno scorso a Roma per Her di Spike Jonze, grande ruolo non solo per via dei favolosi pantaloni di fustagno a vita alta, si divertì molto a dire che lui sesso online non l’aveva mai fatto. Lo affermava con l’aria di chi era stato su YouPorn fino a due minuti prima. Volete un cattivo ragazzo? Eccomi. Ma i quarantenni ragazzini, stropicciati, bamboccioni; i quarantenni cazzoni, insomma, non sono mai come li si dipinge. Nemmeno lui.

Che la sua sia una parabola da grande di Hollywood, più che il destino di un rebel without a cause, è scritto fin dagli inizi. Tanto per cominciare, ci vuole del talento a far dimenticare di essere un “fratello di”. È pure peggio del passare per “figlio di”, non c’è eredità anagrafica, solo un altro troppo simile e troppo vicino a te che ha preso il tuo posto. Nel 1993, quando River Phoenix morì di overdose, Joaquin aveva diciannove anni e tre giorni. Aveva girato qualche film, nulla di paragonabile al Belli e dannati del prematuro defunto. Il primo titolo a cui prende parte dopo la morte di River resterà uno dei suoi migliori: Da morire di Gus Van Sant, era il 1995. «Ogni volta che piove, nevica o fa tempesta, devo farmi una sega» diceva Jimmy, il suo personaggio, l’amante balordo di Suzanne Stone Maretto/Nicole Kidman. A voler dare stupide letture simboliche, era un commento a quel che era successo due anni prima e una dichiarazione d’intenti sull’intera carriera a venire. Il film che arriva poco dopo stabilisce la programmaticità di quella battuta. Era Inventing the Abbotts, 1997, storia di turbamenti adolescenziali e linee d’ombra da scavalcare. In italiano si chiamava Innocenza infranta: titolo come sempre idiota, ma per una volta puntualissimo.

Volete un cattivo ragazzo? Non è lui. Phoenix è il re del far credere ogni volta di essere un’altra cosa, del saper parlare come pochi altri a seconda del target che ha di fronte. Volete lo scapolo sgarrupato? Ecco Two Lovers, uno dei suoi film più ingiustamente sottovalutati. Volete il virtuoso da Metodo Strasberg? Ecco le nomination agli Oscar, pure abilmente variegate: la prima per quel sandalone kitsch del Gladiatore di Ridley Scott, l’ultima per il concettualissimo intellettualissimo cineforumissimo The Master di Paul Thomas Anderson. In mezzo, una statuetta l’ha quasi vinta. Quando in Walk the Line ricalcò perfettamente vita e alcolismi di Johnny Cash (un totem della cultura americana, altro che parti da ragazzaccio ribelle), il premio gli sfuggì solo perché quell’anno c’era un altro biopicizzato che si sarebbe magnato chiunque: il Truman Capote di Philip Seymour Hoffman.

Non solo non ha smesso di recitare: oggi rivendica apertamente il posto di quelli che la critica gli ha sempre messo tra i piedi, in più di vent’anni di recensioni. Marlon Brando. Montgomery Clift. James Dean, ereditato con doppio salto mortale dal fratello, che l’aveva rievocato in morte ancora più che in vita.

Esce in Italia a febbraio prossimo Vizio di forma, un altro Paul Thomas Anderson, stavolta tratto dal romanzo omonimo di Thomas Pynchon (Einaudi). Phoenix, con basettoni che lo fanno sembrare la dottoressa Zira del Pianeta delle scimmie, è un investigatore privato tossicomane nella California anni ’70. Dalle prime immagini si direbbe un Lungo addio di Altman con modaiolismi rubati all’insopportabileAmerican Hustle.

In più, Joaquin ha appena finito di girare il prossimo film di Woody Allen, ancora senza titolo. Lo avrei visto bene in una parte come quella di Sean Penn in Accordi e disaccordi, chitarrista stropicciato per davvero. Dalle foto dal set (accanto a Emma Stone) si capisce che è un ritorno di Allen a Manhattan. Aspettiamo.

Non solo non ha smesso di recitare, Phoenix, ma continuerà ancora per molto. «Sarò qui ogni giorno, per altri trent’anni, se vivrò così a lungo». Lo diceva sempre il suo Jimmy in Da morire. Un’altra dichiarazione d’intenti, un auto-augurio di compleanno preventivo. Se permettete, I’m still here.
 

Nell’immagine in evidenza, Phoenix nel 2005. Frazer Harrison / Getty

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