“L’Avversario” è libero

Dopo 26 anni esce di prigione il re degli impostori diventato personaggio di un famoso libro di Emmanuel Carrère.

26 Aprile 2019

Come annunciato dalla Corte d’Appello di Bourges, Jean-Claude Romand, 65 anni e artefice del più efferato caso di cronaca nera di Francia, entro la fine di giugno uscirà dal carcere. Dopo 26 anni, beneficiando della libertà condizionale – due anni con l’obbligo del braccialetto elettronico – lui che nel 1993 uccise la moglie, i due figli, i suoi genitori, cercò di strangolare la sua amante e appiccò un incendio a casa sua tentando il suicidio, che venne evitato dal soccorso tempestivo dei vigili del fuoco.

Romand è il re di tutti gli impostori: mentì a chiunque per un bel pezzo della sua vita, sin dai tempi dell’università, dove non riuscì mai a laurearsi, fingendo invece di averlo fatto a pieni voti; disse quindi di avere un posto all’Oms a Ginevra, mentre passava le giornate a passeggiare nei boschi; fece credere di essere un esperto di investimenti per farsi prestare nel corso degli anni dai suoi famigliari i soldi che usava per mantenersi.

La storia di Jean-Claude Romand, come molti sanno, è diventata materia letteraria grazie a Emmanuel Carrère, che prima ne seguì il processo come inviato di Libération e poi decise di farne un libro, L’Avversario, uscito per la prima volta in Francia nel 2000 e che è ormai considerato una pietra miliare della non fiction, oltre a essere la prima tappa per lo scrittore francese di quel passaggio dal romanzo tradizionale alla letteratura della realtà che con Vite che non sono la mia, Romanzo russo e Limonov diventerà il suo marchio di fabbrica.

In una vecchia intervista di Francesca Borrelli uscita per il Manifesto nel 2012 e realizzata in occasione dell’uscita italiana di Limonov, Carrère inquadra così i motivi che lo hanno portato a scrivere libri su persone reali come Romand, appunto, o Limonov: «È come se mi fossi aspettato da ciascuno di loro che incarnasse una certa potenzialità dell’essere umano, qualcosa che c’è anche in me. Sono persone di cui potrei dire: la sua vita avrei potuto viverla anch’io, sarebbe potuto capitare anche a me di andare nella sua stessa direzione». E la cosa che infatti impressiona dell’Avversario, che è anche la ragione della sua potenza letteraria, è il fatto che, rispetto alla parabola di Romand, il lettore prova una doppia distanza: da un lato il raccapriccio e l’estraneità verso una persona che sembra incarnare il male assoluto; dall’altro il dubbio che, a determinate condizioni, chiunque potrebbe trovarsi nella sua situazione, costruendo una rete di bugie, una dopo l’altra, e poi, nel momento in cui tutto inizia a sgretolarsi, scegliendo di cancellare il mondo intorno a sé – ammazzando tutti – invece di accettare la verità.

Oggi la piccola vertigine provocata da questa notizia che ci informa dell’uscita di prigione di Romand non è tanto l’indignazione per la scarcerazione dopo una sequenza criminale così spaventosa, quanto – almeno per chi ha letto il libro – l’idea che un personaggio letterario come lui, che ha praticamente perso la sua consistenza umana, possa vivere tra di noi, ed essere, come noi, nella realtà. Una vertigine che ovviamente è frutto di una mitizzazione: Romand, così come viene descritto nelle ultime pagine dell’Avversario, prendendo per buone le parole dei volontari che lo assistevano in carcere, è diventato un uomo di «buona volontà», uno che prende «la vita per il verso giusto», nonostante tutto quello che gli è capitato. La sua essenza di personaggio letterario sta anche nell’essere normale in un modo terrorizzante. Dunque, probabilmente, si confonderà nella folla, insieme ad altre migliaia di potenziali personaggi, come succede sempre. Il suo avvocato Jean-Louis Abad ha commentato così la notizia in un’intervista a Le Point: «Ha trascorso 26 anni in prigione o anche più, che non è poco. Ha avuto una condotta esemplare. I rischi di recidiva sono assolutamente nulli».

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