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Mamdani ha reso pubbliche 170 mila pagine di report, dichiarazioni e indagini sulla qualità dell’aria dopo l’attentato alle Torri Gemelle Quattro amministrazioni comunali diverse hanno tenuto quelle carte fuori dalla portata del pubblico, del Congresso e del consiglio comunale, mentre i funzionari continuavano a definire l'aria sicura e accettabile. Ora sono consultabili online.
Per la prima volta un’AI ha progettato virus mai esistiti in natura e perfettamente replicabili in laboratorio Una scoperta potenzialmente molto utile per la medicina ma con dei lati inquietanti, per via delle possibili applicazioni dei virus come armi biologiche.
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Siccome a Sandra Huller piacciono solo i ruoli difficili, nel suo prossimo film interpreterà un maschio, scrittore, morto di cancro al cervello Il film si chiama Arbeit und Struktur ed è ispirato al diario di Wolfgang Herrndorf, morto prematuramente a causa di un tumore al cervello.
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Jeff Bezos continua a investire miliardi nella moda nella speranza che prima o poi qualcuno lo trovi simpatico Lauren Sánchez e Jeff Bezos continuano a investire milioni in tessuti ecologici e giovani designer. Ma di simpatia, per il momento, ancora nessuna traccia.

James Ivory, vita avventurosa di uno snob spaventato

Intervista al regista americano, che ci racconta la sua autobiografia, la famiglia, l'educazione cattolica, i film tra New York, Los Angeles, Venezia e Firenze e i giorni in Afghanistan passati a leggere Proust.

07 Dicembre 2021

Durante le vacanze che portano dal Ringraziamento a Natale ho intervistato James Ivory sulla sua autobiografia, Solid Ivory, uscita in America all’inizio di novembre. L’ultima volta in cui l’avevo incontrato, nel 2017 a New York, avevamo parlato della sua carriera e di ciò che ama includere nei suoi film. Oltre al suo portamento principesco e a un sottile senso dell’umorismo, ad animare il suo appartamento dell’Upper East Side erano una serie di oggetti del passato, libri, riconoscimenti e, naturalmente, il Leone d’argento a Maurice ricevuto in occasione della 44esima Mostra del Cinema di Venezia. Dopo il nostro incontro, lui ha vinto un altro Oscar, questa volta per la sceneggiatura di Chiamami col tuo nome. Durante la nostra conversazione, si trova nella sua casa nell’Hudson, mentre io sono a Santa Monica.

Ho veramente amato questo libro. Penso sia un libro molto importante per i giovani cineasti.
Grazie, sarebbe bello. Spero davvero che lo sia.

Si percepisce questo forte legame con la tua infanzia. Hai frequentato una scuola cattolica, giusto?
Giusto. Mio padre era cattolico ma non il tipo di cattolico che andava a fare la comunione ogni domenica. Era come il presidente Kennedy. Sai quelli che vanno a messa ogni domenica ma fanno la comunione solo a Natale e a Pasqua. E se eri cattolico, la chiesa si assicurava che frequentassi una scuola cattolica, se la tua città ne aveva una. La nostra città ne aveva una, era piuttosto grande. Quindi sono andato in quella scuola, fino alla terza media. Poi ci siamo trasferiti a Palm Springs, perché mia madre aveva un brutto problema di sinusite, e così abbiamo cercato un clima invernale più mite. Solo a quel punto sono stato in grado di andare in una scuola pubblica, che ho adorato. Però ricordo che abbiamo dovuto chiedere il permesso al prete per andare al liceo pubblico. Serviva il suo permesso. Mio padre l’ha ottenuto con la scusa del programma sportivo, che non c’era nella scuola cattolica. In realtà non avevo interesse di alcun tipo per il programma sportivo. Ma per la prima volta mi è stato permesso di andare al liceo pubblico.

Dici anche che tua madre non era cattolica, e non era affatto puritana. Pensi che ti abbia influenzato di più dal punto di vista artistico?
Non puoi mai sapere con certezza questo tipo di cose. Mia madre non era credente, e in effetti nemmeno mia nonna lo era. Anzi credo che mia nonna fosse atea. Sai è difficile dire se mia madre mi abbia inspirato di più. Certamente è sempre stata molto solidale con tutto quello che volevo fare. Anche mio padre lo era. Quando me ne sono andato, per esempio, mi ha sempre supportato. Ha sempre sostenuto la mia decisione di fare film. Direi che da piccolo ero molto più vicino a mia madre, mentre da adulto mi sono avvicinato a mio padre in modo completamente nuovo. Avevamo una relazione, padre e figlio, ma entrambi eravamo adulti. È una cosa molto diversa. Quando il padre e il figlio sono entrambi adulti, ti sembra di avere accesso a un nuovo tipo di mondo.

Capisco perfettamente. E credo che nel libro si percepisca questo cambiamento, e quanto tu abbia amato il tuo rapporto con tuo padre da adulto.
Ci sono molte cose che avrei voluto chiedere a mio padre. Per esempio, una volta mi ha raccontato che Sarah Bernhardt era in tournée negli Stati Uniti, e stava andando a New York per la sua ultima apparizione. Lui era così curioso di questa grande attrice francese di cui tutti parlavano che prese il treno da Londra, lasciando il college, e andò a New York a vederla. Sarah Bernhardt, capisci? E io non gli ho mai chiesto niente. Avrei potuto chiedergli: ti è piaciuto lo spettacolo? Pensavi che fosse una brava attrice? Credi che ne valesse la pena? Io non ho mai fatto queste domande. E la mia mancanza di curiosità al riguardo è semplicemente pazzesca, inspiegabile. Ma così sono, i padri e i figli.

Una storia molto proustiana. A proposito di Proust, mi incuriosisce il fatto che leggessi Dalla parte di Swann in Afghanistan.
Ero a metà lettura, avevo intenzione di leggere l’intera serie. Avevo con me Dalla parte di Swann, e ho continuato a leggerlo, sì.

Nel libro definisci il te stesso collegiale uno “snob spaventato”. Che significa?
(ride) Solo in relazione ai miei gusti. Non con i miei amici. Ho avuto amici di tutti i tipi e ceti sociali.

Hai studiato a USC, e poi ti sei innamorato dell’Italia tanto da voler girare il tuo primo film a Venezia. Qual era la tua personale relazione fra California e Italia? Los Angeles e Venezia non potrebbero essere due città più diverse l’una dall’altra.
Ma è proprio perché sono così diverse che funzionano perfettamente insieme! Ho dovuto frequentare la scuola di cinema perché altrimenti sarei stato arruolato nell’esercito. Erano gli anni della guerra di Corea. Così sono andato a USC. Ma ero determinato a tornare a Venezia. Ho convinto i miei insegnanti che avrei fatto un film su Venezia, invece di scrivere una tesi, come avrei dovuto. Mi dissero: «Va bene – suspense, suspense – ma non chiederci soldi!». Io ho detto che non avrebbero dovuto preoccuparsi perché mi sarei fatto dare i soldi da mio padre. E l’ho fatto. Così sono andato a Venezia, dove ho trascorso l’autunno, l’inverno e buona parte della primavera fra il 1952 e il 1953. Poi sono tornato a Los Angeles. Mi piace Los Angeles. Fondamentalmente, sono nato in California e mi piace la California. E se non vivessi a New York, sono sicuro che vivrei in California. Comunque alla fine la tesi me l’hanno fatta scrivere lo stesso. Una tesi su come avevo girato il mio film a Venezia. Sembrava noioso, ma sono contento di averlo fatto perché è una descrizione esatta di tutta la lavorazione del film. Ho ancora quella tesi. So esattamente dov’è. E forse un giorno qualcuno la leggerà e penserà che, beh, è interessante.

Se potessi salvare solo uno dei tuoi film, quale sarebbe?
Mi piacciono tutti i miei film. Non c’è un solo film che mi penta di aver fatto. Ma un film a cui sono legato particolarmente è Mr. and Mrs. Bridge, con Paul Newman e Joanne Woodward. Potrei dire che è quasi autobiografico. Ci sono molti elementi in comune con la storia della mia famiglia.

Ti è piaciuto lavorare con loro?
Moltissimo. Paul interpretava un padre, e mi ricordava il mio. C’era quell’idea di famiglia. Paul, Joanne e io sapevamo cose che gli altri non sapevano. Voglio dire, abbiamo vissuto la seconda guerra mondiale. In America, ovviamente. Ma noi avevamo vissuto quegli anni, ed è stata un’esperienza interessante. Un altro film a cui sono molto legato è La figlia di un soldato non piange mai, perché mi ricorda i miei anni parigini. Ho vissuto a Parigi quindici anni. E quando ci penso sento una forte nostalgia.

E Firenze?
Io non ero neanche mai stato a Firenze prima di girare Camera con vista. Sinceramente penso sia stato un bene perché avevo uno sguardo fresco sulla città. Vedevo Firenze come la vedevano i miei personaggi, che a Firenze non erano mai stati: per la prima volta.

I tuoi film sono anche una celebrazione della bellezza, in un mondo che sembra averla dimenticata. Pensi che i giovani li capiranno?
Penso di sì. È vero che l’idea di ciò che è bello cambia, ma la bellezza rimane. Mi accorgo che i film che ho fatto venti, trent’anni fa sono molto amati dalla nuova generazione. I giovani che apprezzano i miei film non lo fanno soltanto per la bellezza, ma anche perché le storie che ho scelto di raccontare sono senza tempo, e quindi facilmente relazionabili. Almeno questo è ciò che spero.

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