Cosa è successo e cosa succederà in Israele

Dopo due mesi di proteste, il primo ministro Netanyahu ha rimandato all’estate la discussione parlamentare della sua riforma: ne abbiamo parlato con Anshel Pfeffer, cronista politico di Haaretz.

29 Marzo 2023

Nel settantacinquesimo anniversario dalla fondazione, Israele è in subbuglio. Il primo ministro Netanyahu, a capo del governo per quindici degli ultimi ventisette anni, leader di una coalizione di estrema destra, ha proposto a inizio gennaio una riforma del sistema giudiziario che toglierebbe poteri alla Corte Suprema per rafforzare quelli del governo. Questa proposta di riforma – avversata dal 60 per cento della popolazione – viene percepita come pericolosa: Israele è una democrazia monocamerale, senza una vera e propria Costituzione scritta. La Corte suprema è quindi l’unico organo istituzionale che limita i poteri dell’esecutivo. Dopo due mesi di proteste e scioperi, sempre più rumorosi, Netanyahu ha ceduto e rimandato all’estate la discussione parlamentare della sua riforma. Le strade si sono svuotate e la vita è tornata più o meno alla normalità. È soltanto una pausa? Che cosa succederà adesso? Per provare a capirlo abbiamo scambiato quattro chiacchiere al telefono con Anshel Pfeffer, cronista politico del quotidiano Haaretz e corrispondente in Israele dell’Economist.

Nell’intervista concessa a Piers Morgan, Netanyahu si è difeso sostenendo che negli ultimi dieci anni la Corte Suprema ha smesso di essere un’istituzione indipendente. È vero?
No, per niente. La Corte suprema è indipendente e interviene quando serve ed è necessario. Come forse saprai, in Israele c’è solo un parlamento, non c’è sistema federale, non ci sono regioni. C’è solo una camera, controllata dal governo. La Corte Suprema svolge una funzione di bilanciamento fondamentale, è l’unica istituzione che impedisce il totale accentramento dei tre poteri.

È vero, però, che i suoi poteri non sono molto definiti.
La Corte suprema non è perfetta, e nemmeno intoccabile. Non è impensabile una riforma per modificarla. Il problema è che Netanyahu non sta cercando di rafforzare questa istituzione, ma di indebolirla.

Nella stessa intervista di Piers Morgan, Netanyahu si scaglia contro i «media mainstream che influenzano le persone».  Troppi anni al potere l’hanno fatto impazzire?
Lui sostiene che siano i media a essere impazziti, e si chiede come sia possibile che non si accorgano di quanto siano magnifici lui e la sua riforma. Non è impazzito, con queste dichiarazioni provocatorie sta cercando di compiacere la sua base elettorale e soprattutto i suoi alleati più estremisti, per mantenere unita la sua coalizione di governo. Sta facendo il bulletto, senza curarsi del benessere della nazione che guida.

Si è parlato molto delle proteste fra i riservisti. Qual è il potere dei militari nella società israeliana?
Non è corretto parlare di potere dei militari. L’esercito è una parte importante della società, quasi tutti i cittadini svolgono il servizio militare da giovani, e continuano da riservisti. Israele si trova in una posizione geografica piuttosto scomoda, che richiede un esercito forte. Si potrebbe parlare di potere dei militari in una società dove l’esercito ha una parte attiva nel mantenimento dello status quo. Ma non è così in Israele, dove l’esercito ha solo un’influenza esterna. E non penso che questo sia destinato a cambiare.

C’è qualche categoria in particolare, che ne so, i tassisti per esempio, che non ha partecipato allo sciopero?
Questo non è stata una protesta delle opposizioni, è stata una protesta trasversale. Moltissimi elettori e attivisti del Likud, il partito di Netanyahu, si sono uniti allo sciopero. Tutti i lavoratori degli aeroporti si sono fermati. Le ambasciate, i treni, le scuole, gli ospedali hanno partecipato attivamente alle agitazioni. Non era uno sciopero per protestare contro il governo, ma per fermare questa riforma.

Netanyahu sembrerebbe con le spalle al muro. Cercherà di formare una coalizione di governo più moderata?
Se anche volesse farlo, non potrebbe. I partiti all’opposizione in Parlamento non vogliono avere niente a che fare con un presidente che è imputato in un processo per corruzione.

Già, il processo per corruzione. C’è qualche legame fra le accuse rivolte a Netanyahu e questo suo desiderio improvviso di cambiare la forma di governo?
Non ci sono connessioni dirette e dimostrabili. Certamente, il fatto che lui sia sotto processo può averlo spinto a mettere le mani nel sistema giudiziario.

Mi sembra che il gap fra le due fazioni, pro e contro questa riforma giudiziaria, sia molto ampio. È una società irrimediabilmente divisa?
No, è una società divisa dal governo. Netanyahu adesso prenderà un po’ di tempo, e cercherà di mediare con le opposizioni. Ma non ce la farà, la sua coalizione di governo è troppo radicale. Se riproverà a presentare all’inizio dell’estate questa stessa riforma, le proteste ripartirebbero immediatamente con anche più vigore. Prima o poi qualcosa in questa dinamica dovrà cambiare, così è insostenibile. Netanyahu ha perso autorevolezza e credibilità: sarebbe utile, per il benessere di Israele, che si facesse da parte prima possibile.

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