Il vecchio Iran muore ma il nuovo non può nascere se non affidandolo ai giovani che hanno sfidato l’ayatollah

Dopo l’uccisione di Khamenei, nessuno sembra avere un piano per l’Iran. Che ne sarà allora della gioventù iraniana, quella a cui Trump si è rivolto per «rovesciare il regime»?

02 Marzo 2026

Lo scorso 11 febbraio i fuochi d’artificio per le celebrazioni del 47esimo anniversario della Rivoluzione islamica esplodevano nei cieli di Teheran. Neanche un mese dopo sono i missili provenienti dalle basi statunitensi presenti in Medioriente e da Israele a farlo, dando un colpo forse decisivo al regime degli ayatollah. Ali Khamenei è stato ucciso, e con lui una buona parte della sua cerchia di potere più ristretta. Per strada, un Iran più diviso che mai è sceso in piazza nonostante il lutto nazionale proclamato per la morte del suo leader religioso e politico: nelle piazze di Teheran e non solo, la folla si è radunata per commemorarlo, reggendo in mano cornici con la sua immagine, già diventata votiva. D’altronde, Khamenei ha sempre ritenuto che una fine da martire fosse “dolce come lo sciroppo”. Ma sempre più video circolati sui social media mostrano soprattutto un Iran in festa ballare e cantare per le strade delle principali città del Paese subito dopo l’annuncio della tv di stato: «Khamenei ha bevuto il calice del martirio ed è entrato nel regno celeste». L’Iran della rivoluzione khomeinista non è mai stato tanto vicino all’oblio.

Scrivo da Londra, una delle città in cui per primi gli iraniani della diaspora si sono riversati per strada a celebrare il tentativo di regime change che è l’obiettivo annunciato da Donald Trump alla Casa Bianca. Ma è sempre qui che Negin Shiraghaei, giornalista e attivista fondatrice di Azadi Network, un’organizzazione con sede impegnata nella promozione del movimento “Donna, Vita, Libertà” in Iran ha scritto ciò che meglio fotografa il sentimento contraddittorio che si agita nel cuore di milioni di suoi connazionali: «In questi momenti in cui vedo l’immagine della felicità degli iraniani da ogni angolo del mondo, la felicità di Khamenei che se ne va, il peso di un buco nero mi rotola nel cuore. La mia mente è sull’altalena tra felicità e tristezza». È sul ciglio di questo “buco nero”, di questa contraddizione che oggi milioni di giovani ragazzi e ragazze iraniani ballano.

In un Paese che conta circa 93 milioni di abitanti, di cui quasi il 60 per cento ha meno di 35 anni, l’Iran è oggi composto in larga maggioranza da cittadini nati dopo il 1979 e cresciuti interamente sotto la Repubblica islamica. Eppure, è soprattutto chi è vissuto sempre e solo con gli ayatollah ad aver contribuito maggiormente ad inclinare il piano della crisi di regime. Innanzitutto, con le proteste per la morte di Mahsa Amini, la 22enne uccisa dalla polizia morale iraniana nel settembre 2022 perché non portava il velo come imponeva le legge, a cui seguirono violente repressioni ed esecuzioni sommarie, oltre a centinaia di morti e decine di migliaia di arresti documentati dalle organizzazioni internazionali. Da quel momento in poi la protesta non si è fermata, ma si è trasformata – prima in ondate locali di scioperi e sit-in contro il carovita e la crisi economica, poi in mobilitazioni studentesche di massa che, tra la fine del 2023 e il 2024, hanno portato migliaia di giovani fuori dalle università in segno di solidarietà verso chi era finito in carcere e contro l’uso di forza letale da parte delle forze dell’ordine.

All’inizio del 2026, la repressione è tornata a livelli drammatici: analisti per i diritti umani stimano migliaia di persone uccise e decine di migliaia di arresti, con le piazze di Tehran, Mashhad, Isfahan e altre città principali che hanno visto proteste quotidiane contro la corruzione, il deterioramento delle condizioni di vita e l’autoritarismo persistente, spesso guidate da giovani che hanno trasformato gli scioperi in marce, le marce in blocchi stradali, e le strade in spazi di resistenza culturale. Queste generazioni — abituate a filmare ogni scontro, a diffondere ogni incursione nelle scuole, a intessere reti tra quartieri e social network — hanno continuato a chiedere non solo la fine di una politica di controllo sociale ma anche un reale spazio di partecipazione, dall’abolizione delle unità di polizia morale alla richiesta di riforme profonde nel sistema giudiziario e nella rappresentanza politica, nonostante la violenta risposta verticale dello Stato.

Domenica notte, un video girato probabilmente ad Hashtgerd, cittadina della provincia di Alborz a nord-ovest di Teheran, ha mostrato una fila infinita di automobili sfilare per la città al ritmo di clacson. Tra i motorini che sfrecciano spunta il volto una ragazza e del suo cane che abbaia seduti nel sedile posteriore di un’auto; entrambi guardano fuori dal finestrino, verso lo smartphone che sta riprendendo: «Persino il cane è felice», si sente dalla voce di chi sta dietro alla camera. Sembra quella di un ragazzo.

La Gen Y e Z iraniana è stata protagonista di un attivismo che ha messo in crisi le strutture del potere più di quanto non abbiano fatto generazioni precedenti. E lo ha fatto spesso in modo diverso rispetto alla narrazione occidentale circa l’opposizione al potere degli ayatollah: “The kids are alright: they can’t tell Khamenei from Khomenei”, è il titolo di un articolo comparso circa un anno fa su Iran International, nel quale si racconta come molti adolescenti non distinguano nemmeno tra l’ayatollah Ali Khamenei e il suo predecessore, Ruhollah Khomeini: “We cannot care less”, si ripete nell’articolo, mostrando plasticamente la distanza che le generazioni più giovani hanno rispetto ad un potere che aveva la pretesa di permeare ogni singolo ambito della vita delle persone.

Oltre all’azione della gioventù in prima linea, quella delle cosiddette student walkoutsuscite collettive dalle lezioni universitarie per protestare contro la repressione – anche questa impossibilità di raggiungere le generazioni più giovani, quelle che anche grazie a internet – seppur con molte difficoltà – sono riuscite a sgusciare via dalla propaganda di regime, ha contribuito alla crisi del regime. Questa generazione ha fatto della resistenza culturale uno strumento di cambiamento: nelle piazze, nelle università, persino nei social network, ha trasformato gesti quotidiani – dal togliersi il velo al condividere video ironici sui leader – in atti politici visibili e simbolici.

Negli ultimi mesi, i giovani e le giovani dell’Iran sono state un comodo e retorico alleato per l’Occidente. O meglio, hanno rappresentato il chiavistello culturale che i Paesi desiderosi di vedere l’Iran degli ayatollah collassare hanno utilizzato sul piano della comunicazione per giustificare le proprie azioni. Come spesso capita, nell’esportazione della democrazia, qualunque cosa questo termine significhi, l’amplificazione delle rivendicazioni giovanili è qualcosa che fa gioco a chi tenta di sovvertire l’ordine politico. L’idea che ci sia qualcuno di non ancora “compromesso” dalla propaganda e desideroso di cambiamento, dunque “da liberare” per un Occidente che, da Trump in poi, sembra essere tornato con solerzia a guardare il mondo come una colonia di cui disporre a seconda delle convenienze sembra ancora in grado di attecchire. Lo dimostra il sostegno militare che, in queste ore, Regno Unito e Francia stanno offrendo alle operazioni militari di Washington e Tel Aviv in Medioriente.  In realtà, la gioventù iraniana non è un’entità monolitica e le sue rivendicazioni sono radicate soprattutto nella quotidianità di una vita negata: diritti individuali, libertà di scelta, giustizia sociale. Il loro è un desiderio politico complesso che non può essere ridotto a mero strumento narrativo.

In un Paese ancora profondamente diviso, con centinaia di vite spezzate e ferite mai rimarginate, il vuoto di potere che segue gli eventi recenti non garantisce un futuro per queste richieste. Indebolire l’autorità degli ayatollah non significa per forza trasformarla. Soprattutto se, come scrive Anne Applebaum su The Atlantic, “Trump has no plan for the Iranian people”. Negli anni gli Stati Uniti hanno progressivamente ridotto o sospeso strumenti concreti di sostegno alla società civile iraniana – dai finanziamenti ai media indipendenti in lingua persiana ai programmi di supporto alle Ong e alle piattaforme civiche – mentre il Presidente invitava genericamente gli iraniani a «rovesciare il governo». Un appello che, osserva Applebaum, non è una strategia ma uno slogan. E uno slogan non sostituisce una struttura di transizione, né crea le condizioni materiali per proteggere chi dovrebbe guidarla.

L’intervento militare statunitense non è stato accompagnato da un piano diplomatico multilaterale, dall’individuazione di un potenziale interlocutore, né da garanzie su come sostenere attivisti, studenti e oppositori in caso di collasso dell’ordine interno. L’idea che la pressione esterna generi automaticamente un’insurrezione organizzata trascura un dato empirico: le proteste degli ultimi anni in Iran, pur diffuse e coraggiose, non si sono mai trasformate in una struttura alternativa di potere. Senza un’infrastruttura politica pronta a sostituire il vertice, la caduta del vertice non coincide con la caduta del sistema.

Soprattutto se, come nel caso dell’Iran, la catena del potere è tenuta insieme da maglie e perni pesanti, rafforzatisi nel tempo. A differenza da ciò che una figura intrinsecamente assolutistica come l’ayatollah, la “guida suprema”, possa far pensare, l’apparato statale iraniano non è una costruzione personale ma una rete complessa di istituzioni ora in fase di riorganizzazione – Guida Suprema, Consiglio dei Guardiani, Pasdaran, magistratura, fondazioni economiche semi-statali – che hanno autonomia operativa e interessi propri.

Dopo l’uccisione di Khamenei, l’Iran ha attivato il meccanismo costituzionale di successione provvisoria, insediando un consiglio di leadership interna composto dal presidente Masoud Pezeshkian, dal capo della magistratura Gholam‑Hossein Mohseni‑Eje’i e dal giurista del Consiglio dei Guardiani Alireza Arafi, che assume temporaneamente le funzioni della Guida Suprema in attesa che l’Assemblea degli Esperti elegga il nuovo leader. Questo passaggio – previsto dall’articolo 111 della Costituzione – avviene in un contesto di guerra e di forte pressione istituzionale, con i centri di potere clericali e militari, in particolare i Pasdaran, al centro delle trattative dietro le quinte per determinare chi guiderà la Repubblica islamica nei prossimi mesi. La sopravvivenza del sistema non dipende unicamente dalla figura di Khamenei, ma dall’equilibrio tra questi centri di potere. Se quell’equilibrio si rompe senza essere sostituito da un nuovo ordine, lo scenario non è l’avvio di un processo di democratizzazione, ma una competizione interna per il controllo.

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