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14:41 sabato 7 novembre 2026
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Dopo aver scelto il tema più controverso di tutti (John Galliano), il Met Gala ha provato a rimediare scegliendo quello più noioso di tutti Il tema del prossimo Met Gala sarà “extraORDINARY: Fashion and the Poetics of the Everyday”, una mostra sugli abiti di tutti i giorni che prende il posto di quella su Galliano.
Le nuove assunte del Comune di Tokyo sono due capre a cui è stato affidato il campito di “curare” il prato attorno alla stazione Cioè, di brucare il prato attorno alla stazione di Yotsuya. Lavoro in cui Nagi e Pokke si sono fin qui dimostrate impeccabili.
Dopo che Trump l’ha definita «un cesso di Paese», la Norvegia ha risposto pubblicando una lista dei suoi bagni pubblici più belli L'Agenzia nazionale del Turismo norvegese ha pubblicato un articolo intitolato «Questi sono i cessi migliori del mondo?». E, in effetti, nel Paese ci sono davvero dei bellissimi bagni pubblici.
Rob Sand faceva il modello per Prada, ora è il primo democratico dopo vent’anni a diventare governatore dell’Iowa A lui, però, non piace che si parli del suo passato sulle passerelle di Milano e Parigi. Anche perché i suoi avversari lo hanno usato e lo usano contro di lui.
Un regista sta girando un film sulla gentrificazione a Milano che inizia così: un regista frustrato deve girare uno spot per il Comune di Milano sulla riqualificazione di un quartiere Si intitola La piccola illusione, l'ha diretto Fabrizio Recchi è un cortometraggio indipendente e si finanzia con un crowdfunding in cui le ricompense si chiamano "Subaffitto in nero" e "Attico vista cantiere".
Forse stavolta non dovremo aspettare dieci anni per vedere il nuovo film di Jonathan Glazer Il regista lo ha rivelato quasi per caso al New York Film Festival: dettagli non ne ha dati, però ha detto che è già a buon punto con la scrittura.

Come avremmo fatto senza Indiana Jones (e Harrison Ford)?

A Cannes è andata in scena la prima dell'ultimo film di Indiana Jones: finisce così l'epopea che ha riscritto le regole del cinema d'azione americano, con l'ultima volta nella parte del primo degli "spericolati" hollywoodiani.

19 Maggio 2023

Nel 2017, Harrison Ford era impegnato – costretto – a fare la cosa che odia di più al mondo: parlare con i suoi fan. Gli obblighi contrattuali lo avevano portato al San Diego ComiCon per partecipare al panel dedicato a Blade Runner 2049 assieme al resto del cast e al regista Denis Villeneuve. Nel mezzo del panel un fan si alza e annuncia di voler fare una domanda a Ford: «Hai intenzione di essere nei reboot e nei sequel di tutti i franchise di cui sei stato protagonista?», chiede. Ford rimane interdetto solo per un secondo. Per un altro secondo pondera la risposta. «Ci puoi scommettere il culo», risponde alla fine. Tra le risate e gli applausi dei presenti, quello è stato anche il momento in cui è diventato di fatto ufficiale che un quinto capitolo della saga di Indiana Jones ci sarebbe stato e che il protagonista sarebbe stato ancora una volta Harrison Ford. Del film si parlava già da tempo e già da un po’ si speculava sul nuovo volto di Indy. Tutti davano per scontato che l’età anagrafica avrebbe costretto Ford a passare il testimone, il fedora e la frusta alla generazione successiva (il favoritissimo nel toto casting di quei giorni era Chris Pratt, Star-Lord dei Guardiani della Galassia). Ma con quel «ci puoi scommettere il culo», Ford aveva chiuso la discussione. E aveva fatto intuire a tutti la sorte che probabilmente sarebbe toccata al personaggio: negli ultimi anni l’attore è diventato un sicario dei suoi stessi personaggi, il distruttore del suo stesso mito. Ha ucciso Han nel Risveglio della Forza e poi Deckard in Blade Runner 2049. Gli spettatori che ieri, al Festival di Cannes, hanno assistito alla prima di Indiana Jones e il quadrante del destino, quinto e ultimo (così dice Disney, così assicura Ford) capitolo delle avventure del più famoso archeologo del mondo e di sempre, hanno cominciato la visione consapevoli di quello che sarebbe potuto succedere.

Che Indy muoia o vada in pensione o decida che è davvero il momento di lasciar spazio alla prossima generazione di archeologi, Ford ci teneva molto a chiudere personalmente anche questa storia diventata prima mito e poi leggenda. Ci tiene particolarmente a Indiana Jones, soprattutto per un fatto: perché è una parte che ha rubato a uno dei suoi rivali degli anni ’80, Tom Selleck. Quando Lucas e Spielberg si trovarono alle Hawaii – l’obiettivo iniziale di Lucas era consolare Spielberg per il fatto che gli inglesi non gli lasciavano girare un film di 007 – a parlare del film, il nome di Ford come protagonista era stato immediatamente escluso. «Ho già fatto due film con lui, non voglio diventi il mio Bobby De Niro», aveva detto Lucas. Che aveva quindi proposto Selleck, in quegli anni uno dei volti di Hollywood grazie alla serie Magnum P.I. A Spielberg l’idea piaceva moltissimo, Selleck ovviamente aveva accettato subito, ma qualcuno avvisò Cbs, il network che trasmetteva Magnum P.I., delle trattive in corso e alla fine non se ne fece più nulla: l’attore aveva un impegno esclusivo che gli impediva di lavorare su altri set. A quel punto, Ford fece sapere a Lucas e Spielberg di aver letto la sceneggiatura di quello che sarebbe diventato Indiana Jones (all’epoca si chiamava già Indiana di nome, come il cane che Lucas aveva da bambino, ma ancora Smith di cognome: fu Spielberg a decidere il nome definitivo) e che lui era così sicuro che sarebbe stato un successo da essere disposto a firmare non per uno, non per due ma addirittura tre interpretazioni del personaggio in tre film. Fu così che convinse i due registi, che già stavano avendo problemi a trovare un produttore: chiunque fosse del mestiere sapeva che quel film sarebbe costato un sacco di soldi, e di certo non aiutava il fatto che Lucas provasse a convincere i produttori dicendo che, “nella peggiore delle ipotesi”, sarebbero bastati venti milioni di dollari. Nel 1980. Risparmiare per il casting del protagonista, dunque, era cosa buona e giusta.

Alla fine, però, un produttore spericolato abbastanza Lucas e Spielberg riuscirono a trovarlo e le riprese cominciarono. La storia di quello che poi sarebbe diventato I predatori dell’arca perduta è un’avventura in sé, un diario che racconta la fine dell’epoca selvaggia del cinema pop americano e della gioventù dei registi della Nuova Hollywood. Le riprese durarono 73 giorni, in cui troupe e cast si spostarono in quattro Paesi e tre continenti. Lucas e Spielberg riuscirono in qualche modo a ottenere per il loro film lo stesso sottomarino usato da Wolfgang Petersen in Das Boot, la stessa location in cui Kubrick aveva girato diverse scene di Shining, la colonna sonora di John Williams, gli stunt del leggendario Terry Leonard, il montaggio di Michael Kahn, senza sforare di un dollaro il budget inizialmente preventivato. Con l’aneddotica prodotta in quei 73 giorni di riprese si potrebbe riempire un volume intero di storia delle violazioni delle norme in materia di sicurezza sul lavoro. Per la scena dei serpenti, girata in Inghilterra, Spielberg fece arrivare sul set seimila esemplari, tra cui moltissimi cobra, per accorgersi quando era troppo tardi che gli antidoti acquistati dalla produzione erano scaduti da due anni e non c’era tempo di ordinarne di nuovi. In Tunisia tre quarti della troupe e del cast si ammalò – «Sono sicuro di aver preso il colera», dirà poi l’attore John Rhys-Davies, che arrivò a pentirsi del giorno in cui aveva sottratto la parte di Sallah a Danny DeVito – compreso Ford, che stava così male da non riuscire a girare una complicatissima scena di combattimento tra Indy armato di frusta e un berbero armato di scimitarra. È grazie alla malattia abbiamo una delle scene più famose della storia del cinema. Non potendo girare come previsto dalla sceneggiatura, un uomo il cui nome è andato purtroppo perduto intervenne nella discussione tra Spielberg e Lucas proponendo: «Io ho una pistola, perché non usiamo quella?».

In un saggio scritto per American Cinematographer, ricordando quei giorni pre-Cgi in cui tutto andava fatto con corpi e oggetti, Spielberg si autodefinisce un’idiota per aver esposto Ford a pericoli quasi mortali su base semi quotidiana. L’attore insistette per girare lui tutte le scene d’azione, senza stuntmen: si ritrovò a fronteggiare un cobra protetto soltanto da un rettangolo di plexiglass a separarlo dalla bestia, rischiò di perdere una gamba quando se la ritrovò schiacciata sotto la ruota di un aereo – «Ci mettemmo del ghiaccio sopra e continuammo a girare», ha raccontato poi Ford – girò dieci riprese dalla “boulder chase”. «Harrison è stato fortunato. E io sono stato un idiota a lasciarlo fare», dice oggi Spielberg.

I predatori dell’arca perduta è stato probabilmente l’ultimo film di un’era del cinema americano e certamente il primo di quella successiva. La sceneggiatura di Lawrence Kasdan – che modificò moltissimo la prima idea di Lucas, che all’inizio voleva mettere assieme la sua passione per attori degli anni ’30 e ’40 come Alan Ladd, Clark Gable, Humphrey Bogart nel Tesoro della Sierra Madre, l’ossessione per le avventure dei veri archeologi Hiram Bingham, Roy Chapman Andrews e sir Leonard Woolley e l’estetica dei “serial matinée” cinematografici degli anni ‘50 – è diventata uno “stampo” usata per tutti i film d’avventura venuti da quel momento in poi, istituzionalizzando quel misto di azione e commedia senza la quale oggi, per esempio, non esisterebbe il Marvel Cinematic Universe. Al successo del primo film seguì quello del secondo, poi del terzo, ancora del quarto, fino a oggi, alla presentazione a Cannes del quinto, contribuendo a definire il concetto di “saga” per come la intendiamo ora e a spostare l’orizzonte temporale delle carriere hollywoodiane. “Aging Stars Don’t Fade Away, They Make More Movies”, titolava un pezzo del New York Times in cui si spiegava proprio questo: Indiana Jones è il franchise che ha dimostrato che gli eroi non devono essere giovani e belli per sempre. Che è la cosa di cui Ford si dice più contento adesso, alla vigilia dell’uscita nelle sale del Quadrante del destino: è contento di averla iniziata e finita lui, questa storia. E di aver vinto la scommessa fatta con quel fan durante quel panel al San Diego ComicCon.

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