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L’importanza di Dugin nell’invasione dell’Ucraina

Un estratto dal libro di Masha Gessen, Il futuro è storia, dimostra come la guerra di oggi era qualcosa che covava da anni nei pensieri dell’ideologo di Putin.

25 Febbraio 2022

Pubblichiamo un estratto di Il futuro è storia di Masha Gessen (Sellerio Editore, traduzione dall’inglese di Andrea Grechi), racconto della trasformazione della Russia in laboratorio del pensiero conservatore, modello per le destre d’Europa e d’America. In particolare, questo passaggio del libro (vincitore del National Book Award 2017) approfondisce l’influenza esercitata dal filosofo Aleksandr Gel’evič Dugin sulla politica interna ed estera di Vladimir Putin, di cui in questi giorni stiamo vedendo le estreme conseguenze in Ucraina.

Un’altra persona alla quale il discorso di Putin suonava familiare era Dugin. Ci si riconosceva. Erano da poco trascorsi cinque anni, da quando Dugin aveva dichiarato il suo proposito di diventare la guida ideologica del paese, e adesso quel proposito si stava avverando: Putin adoperava le parole e le idee di Dugin, e stava realizzando quello che aveva vaticinato. Nel 2009, Dugin aveva preconizzato la divisione dell’Ucraina in due Stati separati: la parte orientale si sarebbe alleata con la Russia e quella occidentale avrebbe guardato sempre all’Europa. Per Dugin l’Ucraina era abitata da due popoli distinti – gli ucraini occidentali, che parlavano ucraino, e la popolazione dell’est, una nazionalità che includeva genti di etnia sia russa che ucraina, ma entrambe russe per lingua e cultura. I due popoli, a suo modo di vedere, avevano orientamenti geopolitici fondamentalmente differenti. Ciò significava che l’Ucraina non era uno Stato-nazione. Significava altresì che il suo smembramento era inevitabile – l’unico dubbio era se si sarebbe svolto in modo pacifico. Una guerra era nell’ordine delle cose, aveva messo in guardia all’epoca.

La posta in gioco era ben più alta della Crimea o dell’Ucraina, e il discorso di Putin lo fece intendere chiaramente. Dugin aspettava da anni che la Russia rivendicasse il suo ruolo di paese leader nella lotta alla modernità. Quell’idea, allo stesso modo di altre idee di Dugin, aveva cominciato a fare presa, e Dugin stava portando dalla sua parte alleati potenti. Quando le proteste in Ucraina crearono i presupposti per farsi ascoltare, uno di tali alleati, un miliardario che sosteneva i gruppi ultraconservatori, consegnò un appunto al Cremlino. Proponeva di sfruttare il caos in Ucraina per avviare il processo di annessione della Crimea e dell’Ucraina sudorientale. Scritta prima della deposizione del presidente ucraino Janukovyč, quella nota ne anticipava la scomparsa. Inoltre imputava la nascita del Majdan ai servizi segreti polacchi e britannici e proponeva che la Russia sconfiggesse l’occidente con le sue stesse armi: organizzare disordini sul campo nell’Ucraina sudorientale per giustificare un intervento. Molte delle parole e delle idee contenute in quella nota erano farina del sacco di Dugin.

A fine febbraio, l’amministrazione Putin iniziò a organizzare e finanziare proteste contro Kiev e a favore di Mosca nelle città del sud e del sudest dell’Ucraina. Il piano prevedeva di incitare la popolazione a prendere d’assalto gli edifici governativi e, una volta che fossero stati occupati, adottare risoluzioni per chiedere l’intervento della Russia. Alti funzionari del Cremlino impartirono direttive e distribuirono fondi agli organizzatori delle proteste; Dugin si teneva in contatto con gli attivisti, dando consigli sulla strategia e fornendo rassicurazioni. La Russia, disse ai suoi contatti ucraini, non si sarebbe fermata alla Crimea: avrebbe aiutato le regioni sudorientali del paese a combattere contro Kiev. Seduto su un’alta poltrona di pelle nera nel suo ufficio domestico, con centinaia di volumi sullo sfondo, conduceva lunghe riunioni via Skype con gli attivisti ucraini filorussi. «Questo è solo l’inizio», diceva. «Chi pensa che tutto finirà con la Crimea si sbaglia di grosso».

A inizio aprile, i dimostranti di Donec’k e Luhans’k, due importanti città dell’Ucraina orientale, cominciarono a prendere il controllo degli edifici governativi. Alcuni erano equipaggiati con armi saccheggiate da un deposito. Il 7 aprile diedero vita a un governo, dandogli la denominazione di Repubblica popolare di Donec’k, e approvarono una risoluzione che chiedeva l’intervento della Russia. I combattimenti iniziarono con battaglie isolate in altre città orientali – l’esercito regolare ucraino riuscì a impedire nuove occupazioni di edifici governativi – e poi scoppiò il conflitto vero e proprio. Gli Stati Uniti, che dopo l’occupazione della Crimea avevano imposto sanzioni alla Russia (negando tra l’altro il visto d’ingresso a diversi funzionari e uomini d’affari), minacciarono ulteriori sanzioni. L’Europa tentennava. La Russia non riuscì nell’intento di sobillare un’insurrezione di portata sufficientemente ampia nel sud del paese, ma al tempo stesso le forze ucraine non riuscirono a restaurare l’autorità di Kiev nelle regioni orientali. Il 17 aprile fu il giorno della diretta di Putin in televisione. Prima di fare ingresso nello studio, uno dei due conduttori preparò il terreno:

«Se la situazione fosse diversa, potrei dire che questa sarà una delle solite conversazioni [con il presidente], ma oggi come oggi quello che ci sta ascoltando è un paese diverso. La Crimea e la città di Sebastopoli si sono riunite alla Russia. Abbiamo atteso a lungo questo momento, per ventitré anni, da quando è crollata l’Unione Sovietica. Per tale motivo, oggi tutte le domande saranno collegate direttamente alla Crimea o saranno comunque implicitamente riconducibili alla Crimea».

Il programma durò quasi quattro ore. Furono dette tante cose. L’annessione della Crimea fu paragonata alla grande vittoria nella Seconda guerra mondiale. I russi contrari all’annessione vennero bollati come traditori. Una di questi partecipò al programma per fare ammenda. Era Irina Chakamada, che nel 1999 era stata una dei due soli fondatori della Unione delle forze di destra a opporsi alla candidatura di Putin alla presidenza (l’altro era stato Nemtsov). Un mese prima del programma, si era opposta anche all’annessione. Ma in quel momento disse a Putin:

«Sono venuta per dire quanto segue. La Crimea ha da sempre bisogno di un’identità russa. Io ci sono stata spesso… Non hanno mai smesso di desiderare di far parte della Russia. È andata com’è andata, quindi amen. Lei è il vincitore. È riuscito davvero a portare a termine l’operazione senza sparare un colpo».

L’opposizione – quell’appena percettibile 1 per cento – stava capitolando. Solo un membro del parlamento – l’ex capo di Maša, Il’ja Ponomarëv – aveva votato contro la ratifica del trattato sull’unione tra Russia e Crimea, e da quel momento era stato costretto a lasciare il paese. Adesso Nemcov era rimasto l’unico politico di una certa notorietà ad opporsi all’annessione. Per Dugin, i momenti più importanti del programma furono quelli in cui riconobbe il proprio influsso. In diversi passaggi gli ucraini rimasti fedeli a Kiev vennero etichettati come «nazionalisti» e perfino nazisti – e Putin evidenziò che «tali erano i trascorsi di questi territori, di queste regioni e di queste genti». Il sottinteso era che la parte occidentale del paese era stata contaminata in modo permanente dall’occupazione tedesca del 1941- 1944. Al contrario, disse, l’est era «connesso alla Russia alla radice, e le persone hanno una mentalità alquanto diversa». Al termine del programma Putin si soffermò su questa mentalità:

«Ci sono talune caratteristiche peculiari, e io credo che abbiano a che fare con i valori. Io credo che un russo, o, più in generale, una persona appartenente al mondo russo, ritenga innanzitutto che l’uomo ha un fine morale, un principio morale più elevato. Ecco perché il russo, la persona appartenente al mondo russo, non si concentra tanto su se stesso…».

Putin si interruppe e divagò un po’, rivelando all’ascoltatore attento che non aveva ancora assimilato appieno le idee che stava esponendo. Ma di lì a poco riprese il filo del discorso:

«Sono queste le radici profonde del nostro patriottismo. È da qui che discendono l’eroismo di massa in tempo di guerra e il sacrificio personale in tempo di pace. È questa l’origine dell’aiuto reciproco e dei valori familiari».

La definizione «mondo russo» era di Dugin. Era una nozione geograficamente estesa, la visione di una civiltà guidata dalla Russia. Putin la faceva sua soffermandosi sui «valori della famiglia» – l’idea era giustappunto che il mondo russo, quali che fossero i suoi confini, fosse unito dai valori. Il concetto che Dugin stava cercando di spiegare da anni era che l’idea stessa di universalità dei valori umani fosse fuorviante: l’idea occidentale di diritti umani, per esempio, non doveva ritenersi applicabile a una «civiltà fondata sui valori tradizionali». Una delle definizioni più calzanti ed eloquenti di Dugin era: «Non vi è nulla di universale nell’universalità dei diritti umani». In un altro momento del programma, Putin fece cenno a un aspetto sul quale Dugin aveva riflettuto per anni: stabilire rapporti con persone e organizzazioni che condividevano i valori del mondo russo, anche se localizzati in Europa:

«Mi pare evidente che stiamo assistendo, nei paesi europei, a un processo di riaffermazione dei valori. I cosiddetti valori conservatori stanno cominciando a prendere piede. Guardate, ad esempio, la vittoria di Viktor Orbán in Ungheria, o il successo di Marine Le Pen in Francia – è arrivata terza in un’elezione amministrativa. Tendenze analoghe sono in crescita anche in altri paesi. È naturale, è del tutto naturale».

Del tutto. Negli ultimi anni Dugin aveva dato nuovo impulso ai suoi contatti con l’Occidente: aveva allacciato rapporti con militanti dell’estrema destra francese (individui che erano troppo estremisti anche per il Front national di Marine Le Pen), con movimenti ungheresi alla destra di Orbán e molti altri gruppi ancora, comprese organizzazioni ultraconservatrici europee e israeliane. A unire questi militanti e questi gruppi, per quanto politicamente disomogenei secondo i canoni convenzionali, era la loro opposizione politica a Bruxelles e la loro opposizione filosofica alla modernità. Adesso, il suo lavoro era di fatto riconosciuto dal presidente. Era assurto a progetto nazionale. Il giorno seguente, Dugin fu invitato come ospite al talk show più popolare del paese. Aveva concesso più d’una intervista in televisione, ma questo era un caso particolare. Il programma era diretto e condotto da Vladimir Pozner, un ebreo che aveva lavorato negli Stati Uniti, ed era in assoluto il programma più liberale e filooccidentale della televisione russa. Il fatto che Dugin fosse stato invitato significava che aveva acquisito quel genere di influenza e prestigio politico tali da renderlo un ospite fondamentale e imprescindibile. Il tono dell’intervista fu ostile – a un certo punto Dugin arrivò a dire a Pozner che a suo avviso avrebbero dovuto cacciarlo dalla televisione; purtuttavia, rappresentava la tribuna ideale per dare visibilità alle sue idee e farle conoscere a un pubblico più vasto possibile. Dugin ebbe modo di affermare che gli accadimenti degli ultimi due mesi – i fatti in Crimea e, adesso, una guerra nell’Ucraina orientale – rappresentavano un rinascimento russo, una «primavera russa».

© Sellerio Editore S.r.l.

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