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A Jeff VanderMeer è piaciuta moltissimo la copertina della traduzione italiana del suo ultimo romanzo, Absolution Così tanto che le ha dedicato un post su Instagram, definendo «just stunning» il lavoro di Einaudi e di Lorenzo Ceccotti.
In tutta Europa la vendemmia non è mai iniziata così presto (e sì, anche in questo caso c’entra la crisi climatica) In Sicilia, Franciacorta, Trentino, Toscana, Borgogna, Champagne, Portogallo, Spagna. Si è iniziata la raccolta già a luglio, in alcuni casi.
Grazie al successo dell’Odissea di Nolan, il Met di New York ha deciso di esporre al pubblico la più antica “copia” esistente dell’Odissea di Omero Un papiro risalente all'Egitto tolemaico, che contiene tre versi assenti nella versione canonica dell'opera.
Quattro anni dopo Aftersun, la regista Charlotte Wells ha finalmente annunciato il suo nuovo film Verrà presentato a settembre al New York Film Festival, è un corto che racconta la vita della leggendaria batterista Paula Spiro.
Il più grande baobab del Madagascar sta morendo e la causa della sua morte (ovviamente) è la crisi climatica Ha vissuto per più di mille anni. Poi sono arrivate le piogge eccessive e le infezioni fungine. E adesso non c'è più niente da fare.
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen , questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.

Il corpo del Divo

Televisione, libri, caricature, pubblicità: la fisicità e il potere di Giulio Andreotti (1919-2013) tra realtà e rappresentazione.

07 Maggio 2013

Due anni fa ci si trovò a contribuire a un programma che andò in onda su Rai 5, condotto da Marco Ferrante e prodotto da Simona Ercolani. Si chiamava Icone-Corpi che parlano e produceva ritratti un po’ laterali ed eccentrici, o almeno così ci piaceva pensare, di personaggi famosi visti dal punto di vista della loro estetica e fisicità. Uno di questi fu Giulio Andreotti, e ci si rese subito conto che con il Senatore a vita si avrebbe avuto a che fare non con un corpo ma almeno con due – scomodando naturalmente Kantorowicz e il suo classico Due Corpi del Re – che interagivano in una serie di doppiezze e cortocircuiti a partire dal suo doppio cinematografico: poche volte nella storia italiana si erano così assimilati il rappresentante e il rappresentato come nel Divo di Paolo Sorrentino; forse solo con Gian Maria Volonté – Enrico Mattei nel Caso Mattei: o sempre con Volonté (curiosamente) con il Caso Moro. Ma lì, in entrambi i film si ritraevano personaggi defunti. Nel Divo invece si metteva in scena il massimo politico italiano vivente, seppure ormai fuori dai giochi. Le due realtà si erano talmente sovrapposte, che al momento del montaggio, quando si decise di inserire una scena del leggendario bacio tra Andreotti e Totò Riina (sempre dal Divo), un montatore non troppo esperto in storia giudiziaria disse: “Ma quale mettiamo, quella del film o quella vera”?

I due corpi di Andreotti, quello reale e quello immaginario, lasciavano tracce ovunque: Massimo Franco, autore di una bella biografia sul Divo Giulio, ci segnalò la famosa orma che in un certo scranno del Senato era stata impressa dalla gobba di Andreotti, orma a cui un Calderoli della prima ora auspicò di fare un calco di gesso, come monumento a perenne monito  della “immanenza di Andreotti nel potere e nelle istituzioni italiane”.

Ma non c’era solo la gobba, c’erano anche e soprattutto le mani. Un altro andreottista illustre che vituperava molto Sorrentino, colpevole secondo lui di aver molto frainteso, e moltissimo semplificato, ci disse sdegnato che “aver raffigurato Andreotti con quelle mani, quelle dita tozze da macellaio, significava non aver capito nulla del personaggio”, tanto le dita vere del politico erano invece lunghe sottili e aeree e cardinalizie. Le famose dita, nel Divo, avevano poi un loro manuale di istruzioni scandito da Piera degli Esposti che metteva in scena la mitica segretaria Enea: qui da noi invece fu un sodale come Paolo Cirino Pomicino a spiegare che davvero quando “cominciava a battere un dito sull’altra mano, significava che il tempo era scaduto”. Le mani, insieme alle orecchie che diventavano rosse, erano le uniche estremità cui il corpo andreottiano, altrimenti immobile, trasmettesse segnali di vita: sempre Massimo Franco ricordava come il corpo andreottiano rimanesse immobile, nei comizi, nei dibattiti televisivi, in tempi invece di leader “caldi” come Togliatti e  De Gasperi.

I due corpi, quello reale e quello mediatico, nella vita di Andreotti si sovrapposero dall’inizio: Alighiero Noschese che lo imitava non fu distinto dalla madre che poi redarguì il figlio già sottosegretario o ministro poiché non “sta bene andare a fare il buffone in tv”. Ma fu poi lo stesso Andreotti ad alimentare il cortocircuito, a fare se stesso nel Tassinaro (primo politico italiano a comparire in una pellicola) insieme con l’attore più andreottiano della storia, Alberto Sordi, con cui condivideva una visione della vita papalina e romanista.

Lui non si ritraeva e adorava la pubblicità. Non solo quella che faceva per civetteria, del Gorgonzola o del Diners Club, ma anche quella delle imitazioni e dello scherno, che sapeva consustanziali al potere. Anche qui, cortocircuiti importanti tra realtà e rappresentazione. “A me, mi ha inventato Forattini”, disse riferendosi al vignettista che ne aveva consacrato i tratti iconici (gobba e orecchie); ma Forattini poi ci raccontò di quando sgomento fu convocato e interrogato dai giudici di Palermo per sentirsi chiedere spiegazioni (Perché lei sa tutte queste cose? Quali cose? Quelle che lei mette nelle vignette). Considerato complice in quanto ritrattista, tanto il corpo andreottiano creava paranoia attorno a sé.

Andreotti non solo conosceva ma aveva passione per  i media. Rispettava il ruolo della tv – fu lui a coniare la definizione di Porta a Porta “terza camera dello Stato”  e si dice che lo stesso Ciarrapico, suo luogotenente ciociaro, amico di Carlo Caracciolo, fece da mediatore tra Berlusconi e Scalfari nella famosa “battaglia di Segrate”. Ma il suo corpo mediatico strabordava anche tramite la carta stampata, una vera passione, soprattutto per i libri. Andreotti ne scrisse 47, quasi tutti di discreto successo, e teneva anche molto all’invenzione del premio Fiuggi, sponsorizzato sempre dall’amico Ciarrapico, così come alle presidenze degli enti culturali. Del resto era il massimo esponente di un potere, come ci ricordò Pigi Battista, che cercava una sua legittimazione culturale, un potere di provincia che anelava alle presidenze dei teatri e delle grandi istituzioni culturali, al parlar latino. Ma il politico italiano più cinematic della storia ebbe sempre un rapporto importante soprattutto con la celluloide e i suoi corpi: fu lui a trattare tra la chiesa isterica di Pio XII che impazziva per qualunque gonna sollevata e il neorealismo; salvò Cinecittà, anche se poi gli rimase attaccata l’etichetta di censore di Ladri di Biciclette. E legato al cinema, insieme alla sua leggenda terrena ormai totalmente sovrapposta al Divo, è anche un aneddoto minimo, molto anni Cinquanta, sulla sua altrimenti misteriosa vita privata: si disse che, fotografato al festival di Venezia in intimità con Anna Magnani, al ritorno a Roma la moglie Livia gli diede un ceffone; ma secondo Massimo Franco, il senatore a vita confessò d’aver ricevuto in realtà solo “un pizzicotto molto forte su un braccio”.

Foto di Central Press/Getty Images

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