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18:20 martedì 24 marzo 2026
Zuckerberg sta addestrando una AI a fare il Ceo di Meta perché secondo lui tutti i dipendenti Meta dovrebbe avere un assistente AI che sappia fare il lavoro al posto loro In molti hanno sottolineato una differenza sostanziale tra Zuckerberg e i dipendenti di Meta, però: lui non può essere licenziato e rimpiazzato dall'AI.
Il nuovo film di Sean Baker è già uscito e si può vedere gratuitamente online Si intitola Sandiwara, è un cortometraggio ambientato a Penang, in Malesia, le protagoniste sono la premio Oscar Michelle Yeoh e la cucina malese.
Il nuovo progetto di Hayao Miyazaki sono dei diorami che riproducono alla perfezione scene di film dello Studio Ghibli Il regista sta lavorando a 31 "scatole magiche", basate su altrettante sue illustrazioni, che verranno esposte a luglio al Ghibli Park, in Giappone.
A causa dei depositi di petrolio colpiti dalle bombe, a Teheran c’è anche un gravissimo problema di inquinamento dell’aria Molti cittadini di Teheran hanno raccontato di star soffrendo da giorni di mal di testa, irritazione a occhi e pelle e difficoltà respiratorie.
Tajani al seggio che vota Sì è diventato l’involontario e perfetto meme che celebra la vittoria del No La foto del Ministro degli Esteri che esercita il diritto di voto è diventata, suo malgrado, il simbolo di tutto ciò che è andato storto nella campagna per il Sì, tra citazioni sbagliate e foto imbarazzate.
Paul Thomas Anderson avrebbe riscritto la sceneggiatura del nuovo film di Scorsese per fare un favore a DiCaprio, e non è la prima volta che succede Era già successo con Killers of the Flower Moon, adesso la storia si ripete con il nuovo film di Scorsese, What Happens at Night. Sempre su richiesta (insistente) di Leo.
Dopo Bad Bunny e John Galliano, Zara fa la tripletta lanciando una collezione fatta assieme a Willy Chavarria La collezione si chiama Vatísimo e celebra le origini ispaniche del designer, con un video dove la protagonista è la top model degli anni '90 Christy Turlington.
Chappell Roan è diventata la persona più odiata del Brasile per colpa della sua guardia del corpo, di una bambina, di un calciatore, di un attore, di un sindaco e dei social La bodyguard ha rimproverato una bimba che si era avvicinata alla cantante. Poi si è scoperto che la bimba è figlia di persone molto famose e con molti follower sui social.

Il corpo del Divo

Televisione, libri, caricature, pubblicità: la fisicità e il potere di Giulio Andreotti (1919-2013) tra realtà e rappresentazione.

07 Maggio 2013

Due anni fa ci si trovò a contribuire a un programma che andò in onda su Rai 5, condotto da Marco Ferrante e prodotto da Simona Ercolani. Si chiamava Icone-Corpi che parlano e produceva ritratti un po’ laterali ed eccentrici, o almeno così ci piaceva pensare, di personaggi famosi visti dal punto di vista della loro estetica e fisicità. Uno di questi fu Giulio Andreotti, e ci si rese subito conto che con il Senatore a vita si avrebbe avuto a che fare non con un corpo ma almeno con due – scomodando naturalmente Kantorowicz e il suo classico Due Corpi del Re – che interagivano in una serie di doppiezze e cortocircuiti a partire dal suo doppio cinematografico: poche volte nella storia italiana si erano così assimilati il rappresentante e il rappresentato come nel Divo di Paolo Sorrentino; forse solo con Gian Maria Volonté – Enrico Mattei nel Caso Mattei: o sempre con Volonté (curiosamente) con il Caso Moro. Ma lì, in entrambi i film si ritraevano personaggi defunti. Nel Divo invece si metteva in scena il massimo politico italiano vivente, seppure ormai fuori dai giochi. Le due realtà si erano talmente sovrapposte, che al momento del montaggio, quando si decise di inserire una scena del leggendario bacio tra Andreotti e Totò Riina (sempre dal Divo), un montatore non troppo esperto in storia giudiziaria disse: “Ma quale mettiamo, quella del film o quella vera”?

I due corpi di Andreotti, quello reale e quello immaginario, lasciavano tracce ovunque: Massimo Franco, autore di una bella biografia sul Divo Giulio, ci segnalò la famosa orma che in un certo scranno del Senato era stata impressa dalla gobba di Andreotti, orma a cui un Calderoli della prima ora auspicò di fare un calco di gesso, come monumento a perenne monito  della “immanenza di Andreotti nel potere e nelle istituzioni italiane”.

Ma non c’era solo la gobba, c’erano anche e soprattutto le mani. Un altro andreottista illustre che vituperava molto Sorrentino, colpevole secondo lui di aver molto frainteso, e moltissimo semplificato, ci disse sdegnato che “aver raffigurato Andreotti con quelle mani, quelle dita tozze da macellaio, significava non aver capito nulla del personaggio”, tanto le dita vere del politico erano invece lunghe sottili e aeree e cardinalizie. Le famose dita, nel Divo, avevano poi un loro manuale di istruzioni scandito da Piera degli Esposti che metteva in scena la mitica segretaria Enea: qui da noi invece fu un sodale come Paolo Cirino Pomicino a spiegare che davvero quando “cominciava a battere un dito sull’altra mano, significava che il tempo era scaduto”. Le mani, insieme alle orecchie che diventavano rosse, erano le uniche estremità cui il corpo andreottiano, altrimenti immobile, trasmettesse segnali di vita: sempre Massimo Franco ricordava come il corpo andreottiano rimanesse immobile, nei comizi, nei dibattiti televisivi, in tempi invece di leader “caldi” come Togliatti e  De Gasperi.

I due corpi, quello reale e quello mediatico, nella vita di Andreotti si sovrapposero dall’inizio: Alighiero Noschese che lo imitava non fu distinto dalla madre che poi redarguì il figlio già sottosegretario o ministro poiché non “sta bene andare a fare il buffone in tv”. Ma fu poi lo stesso Andreotti ad alimentare il cortocircuito, a fare se stesso nel Tassinaro (primo politico italiano a comparire in una pellicola) insieme con l’attore più andreottiano della storia, Alberto Sordi, con cui condivideva una visione della vita papalina e romanista.

Lui non si ritraeva e adorava la pubblicità. Non solo quella che faceva per civetteria, del Gorgonzola o del Diners Club, ma anche quella delle imitazioni e dello scherno, che sapeva consustanziali al potere. Anche qui, cortocircuiti importanti tra realtà e rappresentazione. “A me, mi ha inventato Forattini”, disse riferendosi al vignettista che ne aveva consacrato i tratti iconici (gobba e orecchie); ma Forattini poi ci raccontò di quando sgomento fu convocato e interrogato dai giudici di Palermo per sentirsi chiedere spiegazioni (Perché lei sa tutte queste cose? Quali cose? Quelle che lei mette nelle vignette). Considerato complice in quanto ritrattista, tanto il corpo andreottiano creava paranoia attorno a sé.

Andreotti non solo conosceva ma aveva passione per  i media. Rispettava il ruolo della tv – fu lui a coniare la definizione di Porta a Porta “terza camera dello Stato”  e si dice che lo stesso Ciarrapico, suo luogotenente ciociaro, amico di Carlo Caracciolo, fece da mediatore tra Berlusconi e Scalfari nella famosa “battaglia di Segrate”. Ma il suo corpo mediatico strabordava anche tramite la carta stampata, una vera passione, soprattutto per i libri. Andreotti ne scrisse 47, quasi tutti di discreto successo, e teneva anche molto all’invenzione del premio Fiuggi, sponsorizzato sempre dall’amico Ciarrapico, così come alle presidenze degli enti culturali. Del resto era il massimo esponente di un potere, come ci ricordò Pigi Battista, che cercava una sua legittimazione culturale, un potere di provincia che anelava alle presidenze dei teatri e delle grandi istituzioni culturali, al parlar latino. Ma il politico italiano più cinematic della storia ebbe sempre un rapporto importante soprattutto con la celluloide e i suoi corpi: fu lui a trattare tra la chiesa isterica di Pio XII che impazziva per qualunque gonna sollevata e il neorealismo; salvò Cinecittà, anche se poi gli rimase attaccata l’etichetta di censore di Ladri di Biciclette. E legato al cinema, insieme alla sua leggenda terrena ormai totalmente sovrapposta al Divo, è anche un aneddoto minimo, molto anni Cinquanta, sulla sua altrimenti misteriosa vita privata: si disse che, fotografato al festival di Venezia in intimità con Anna Magnani, al ritorno a Roma la moglie Livia gli diede un ceffone; ma secondo Massimo Franco, il senatore a vita confessò d’aver ricevuto in realtà solo “un pizzicotto molto forte su un braccio”.

Foto di Central Press/Getty Images

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