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08:39 venerdì 25 settembre 2026
Sofia Coppola sta festeggiando i venti anni di Marie Antoinette con una mostra alla Reggia di Versailles Gli spazi del Petit Trianon ospitano costumi, accessori, moodboard, sceneggiature annotate, fotografie, schizzi preparatori, elementi di scenografia e anche alcune sequenze del film proiettate negli stessi ambienti in cui furono girate.
Il fatto che sempre più biblioteche permettano di prendere in prestito gli ebook sta portando a un calo delle vendite delle librerie Una ricerca sostiene che il prestito digitale fa diminuire gli acquisti soprattutto nelle prime settimane dopo l'uscita, quelle in cui si decide il destino commerciale di un libro.
El Niño ha causato delle piogge così intense da far sbocciare migliaia e migliaia di fiori nel deserto di Atacama, uno dei luoghi più aridi del mondo È un fenomeno chiamato "deserto fiorito": 15 ettari di deserto improvvisamente coperti di fiori bianchi, viola e gialli.
Dopo aver riportato al cinema le streghe, i lupi mannari e i vampiri, Robert Eggers farà la stesa cosa con Romeo e Giulietta E siccome gli piacciono gli adattamenti infedeli, il film non si intitolerà Romeo e Giulietta e potrebbe non essere ambientato a Verona.
In Israele sta iniziando a mancare l’acqua potabile perché Israele ha distrutto gli impianti di depurazione a Gaza Dal 7 ottobre 2023 i bombardamenti hanno distrutto il 90 per cento delle infrastrutture idriche e fognarie di Gaza. E adesso questo è diventato un problema anche per Israele.
Non si sa niente del nuovo film di Gregg Araki, ma il fatto che si intitoli Il declino della fottuta civiltà occidentale ci fa sperare benissimo Il regista di Mysterious Skin starebbe dirigendo una commedia dark con Ashton Kutcher, Alison Brie e Jesse Williams.
I Meta Glasses sono talmente odiati che qualcuno si è inventato un’app che si chiama Zuckoff che ti avverte se ce n’è un paio nella vicinanze Si chiama Zuckoff, intercetta le frequenze bluetooth con cui gli smart glasses si collegano al telefono e avvisa chi l'ha installata.
Trump non fa altro che parlare male dell’ONU, ma intanto è solo grazie all’ONU se Usa e Iran si sono finalmente incontrati dopo settimane di bombe, insulti e minacce Ovviamente all'incontro hanno partecipato funzionari americani e iraniani, non lui. Lui ha fatto un discorso in cui insultava e minacciava l'Iran.

I libri del mese

Cosa abbiamo letto a ottobre in redazione.

di Studio
31 Ottobre 2023

Alice Urciuolo, La verità che ci riguarda (66thand2nd)
Già in Adorazione, il romanzo con cui ha esordito a ventisei anni nel 2020, Alice Urciuolo ha dimostrato di avere una modalità distintiva di raccontare certi passaggi dell’esperienza umana, soprattutto femminile ma non esclusivamente, in un racconto che era “coming of age” ma anche affresco sociale, personale e collettivo. E lo ha fatto a partire da quei pezzi d’Italia che ha vissuto e conosce, un po’ come tutti noi: uno specifico angolo di Italia, che sia Latina o la Ciociaria, con i suoi riti e le sue gerarchie, con il suo specifico brand di violenza e misticismo provinciale. Urciuolo, che di mestiere fa la sceneggiatrice (ha lavorato infatti a serie di successo come Skam Italia e Prisma), è ora in libreria con la sua seconda prova, La verità che ci riguarda, sempre edito da 66thand2nd. Chi ha amato Adorazione (libro che, tra l’altro, diventerà nel 2024 una serie tv su Netflix, non scritta da lei) ritroverà anche qui quella chiarezza di pensiero con cui Urciuolo riesce a scandagliare alcuni dei territori più incerti e nebbiosi dell’esistenza. Anche questa volta la protagonista è una ragazza, Milena, che a vent’anni si trasferisce a Roma per frequentare l’università nel tentativo di sfuggire a una situazione familiare complicata. Da giovanissima ha sofferto di anoressia e all’età di quindici anni la madre, Angelica, entra a far parte di una setta religiosa che, a partire da un remoto paesino della Ciociaria, si diffonderà in tutta Italia. La verità che ci riguarda parla allora di moltissime cose: dell’educazione cattolica, dell’inespugnabile tenacia della famiglia tradizionale e della ricerca, anche sgangherata, della spiritualità, di madri sante e di padri al rimorchio, di suore e di santoni, di sesso e di dormitori che chiudono alle ventitré, ma soprattutto parla di una madre e di una figlia, e del loro rapporto con un impiegato bancario improvvisatosi capo di una setta (Angelica) e con un uomo più grande (Milena) ai quali entrambe, per motivi non del tutto chiari neanche a loro stesse, affideranno le loro vite. La verità che ci riguarda parla di dipendenza emotiva e in qualche modo anche di eredità, familiare ed emotiva anche quella e lo fa con la voce speciale di Urciuolo, che è bello ritrovare assieme alle sue donne che si fanno sempre troppe domande. (Silvia Schirinzi)

Mariana Enriquez, I pericoli di fumare a letto (Marsilio)
Traduzione di Fabio Cremonesi
Non so se è così per tutti, ma per me c’è stata un’epoca della vita che era per i racconti, e poi non è più stata. Come c’è un’epoca della vita per i Beat, una per Bukowski, una per Herman Hesse. Forse è che più uno invecchia – cioè, io – più ha voglia di una narrazione unica che inizia e finisce dopo duecento, trecento pagine. Con Mariana Enriquez però ho pensato che invece avrei dovuto provare. Un po’ perché Le cose che abbiamo perso nel fuoco non è un libro che si ignora facilmente, un po’ forse per una tentazione magica come quella che sarebbe potuta uscire da queste storie qui. Il primo racconto mi ha rapito, e sono andato avanti senza smettere. La lingua di Enriquez è schietta e precisa, scorre veloce ma sembra appartenere a un genere più familiare. È questo uno degli elementi che fa sì che ci si sorprenda quando spuntano fantasmi, suicidi, demoni. E poi c’è il contemporaneo: Enriquez mette i topos classici dell’horror (maledizioni, streghe, non-morti) in scenari come la gentrificazione di una periferia suburbana, la timidezza patologica degli adolescenti che si chiudono in sé stessi, il cambiamento del quartiere Raval a Barcellona, la fandom ossessiva dedicata alle celebrità. Un aggiornamento del concetto di perturbante, che poi è l’ingrediente principale di ogni horror, che dà vita anche a quegli elementi del contemporaneo che sembrano averne meno. (Davide Coppo)

Deborah Davis, Truman Capote e il party del secolo (Accēnto Edizioni)
Traduzione di Sara Reggiani
Google immagini alla mano (per rivedere la quarta di copertina di Altre voci, altre stanze, con l’enorme foto di un giovane sexyssimo Capote o controllare se le onde dei capelli di Veronica Lake erano davvero così leggendarie), il libro di Deborah Davis è un viaggio meraviglioso nella vita di uno dei più grandi scrittori americani. La descrizione dei preparativi del celebre party in bianco e nero, organizzato nel 1966, quasi un anno dopo la pubblicazione del suo capolavoro, A sangue freddo, è solo un pretesto per ripercorrere la sua esistenza e la sua carriera, le zone oscure e quelle luminose. L’hype per la festa che tra gli invitati comprendeva star del cinema, politici, intellettuali, giornalisti, ma anche 11 amici del Kansas (conosciuti mentre faceva le ricerche per il libro) e il suo portiere dello U.N. Plaza, ma anche la superficialità di 500 persone che per sette settimane si preparano per un ballo in maschera mentre è in corso la guerra del Vietnam. E poi la festa come passione (Davis racconta il primo party organizzato dal piccolo Truman a 8 anni per salutare gli amici di Monroeville (dove la madre Lilli Mae Faulk l’aveva smollato mentre si cercava un buon partito) in occasione del trasferimento a New York, dove avrebbe vissuto con la madre e il suo nuovo padre, il ricco uomo d’affari Joe Capote. Ma la festa come vendetta, perché era stata l’aspirazione di entrare nell’alta società a uccidere sua madre. Un collezione di irresistibili aneddoti (per esempio, un Truman ventenne lavorò per qualche mese come revisore di testi al New Yorker: amava scandalizzare i colleghi ordinando da ristoranti di lusso come il 21, «una notevole stravaganza per un lacchè sottopagato», scrive Davis, descrivendo la sua voce acuta, le battute impertinenti e l’aspetto da elfo. «Un giorno l’editore della rivista, Harold Ross, vide Truman correre per l’ufficio con un ampio mantello e disse: “E quello cos’era?”»). Ma oltre a ripercorrere l’infanzia con la compagna di giochi Harper Lee, i primi racconti e le prime opere, la storia della sua famiglia, le amicizie, Davis disegna un ritratto di Truman Capote come genio dell’autopromozione: uno che fin da subito aveva capito che proiettare l’immagine giusta, catturare l’immaginazione, era (ed è) davvero fondamentale, se vuoi avere successo. (Clara Mazzoleni)

Francesco Maino, I morticani (Italo Svevo)
Non ricordo l’ultimo libro che ho letto che mi abbia fatto ridere così tanto e così spesso come I morticani di Francesco Maino. L’avvocato di mestiere e scrittore per autodefinizione Alfonso Della Marca assomiglia al Brancaleone protagonista della prima metà del dittico monacelliano: imbarazzante, drammatico, grottesco, comico, tragico. E proprio come Brancaleone, Della Marca vive in una terra che somiglia a una terra vera, il Veneto, ma che è in realtà una sua riduzione all’assurdo: Maino la chiama Veenetken, una terra dove «ognuno vive secondo le sue leggi», un luogo fantastico popolato da animali fantastici (su tutti, il mio preferito è Ferrari, il fido autista-tuttofare alle dipendenze di Della Marca). Fanno ridere Della Marca e il Veenetken e tutti gli abitanti di Fava sul Dose, scenario delle vicende dei morticani, i disgraziati che danno il titolo al libro, amanti dell’aperitivo e odiatori dell’acconto dell’Iva. Ma fa ridere soprattutto la forma – sarebbe più corretto dire le forme – con la quale Maino racconta questa storia, se di storia in senso classico, cioè narrativo, si può parlare. Sperimentale è un aggettivo abbastanza preciso anche se non proprio esatto, varrebbe la pena usarlo anche solo per la funzione di “controcanto” che Maino assegna alle note a pie’ di pagina, dove sono raccolte le migliori battute di tutto il libro (non leggerle significa non leggere questo libro, una cosa che non mi è mai capitata nella mia vita di lettore). I morticani è sì un romanzo – soprattutto uno sull’impazzimento del suo protagonista – ma anche filastrocca, monologo da stand up comedy, satira dei costumi della provincia e della città, esperimento linguistico in cui il dialetto più oscuro si mescola all’inglese più posticcio. Tutto parte da una frase, tre parole che sono incipit e Big Bang di uno dei mondi più assurdi e spassosi che abbia scoperto nelle pagine di un libro scritto in italiano: «Morticani che gavé». (Francesco Gerardi)

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