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16:04 mercoledì 25 marzo 2026
Il Ministro degli Esteri ungherese è stato accusato di parlare con il Ministro degli Esteri russo prima, durante e dopo le riunioni del Consiglio europeo, e lui ha detto che è assolutamente vero Péter Szijjártó ha detto che secondo lui parlare con Sergei Lavrov durante questi riservatissimi incontri rappresenta «l'essenza stessa della diplomazia, una prassi».
A Londra stanno organizzando un grande rave party a Trafalgar Square contro l’estrema destra L'appuntamento è per il 28 marzo con i più grossi nomi della scena elettronica. Lo slogan è: Reject, Revolt e Resist.
Il successo di Heated Rivalry ha convinto Don DeLillo a ristampare Amazons, un suo vecchio e introvabile romanzo erotico su una giocatrice di hockey femminile Romanzo che l'autore ha odiato e "nascosto" per decenni. Adesso però ha cambiato idea, pare grazie al successo della serie Hbo, e il 17 novembre tornerà in libreria.
Al primo concerto dei BTS dopo 4 anni di pausa si sono presentate “solo” 40 mila persone invece di 260 mila perché il concerto si poteva guardare anche su Netflix Per il grande ritorno della band era atteso un pubblico di almeno 260 mila persone. Evidentemente, anche il BTS Army, tra divano e stadio, sceglie il divano.
Il nuovo spot di Chanel è praticamente un film: è diretto da Michel Gondry, interpretato da Margot Robbie e “remake” di un famosissimo video di Kylie Minogue Il video in questione è quello di "Come Into My World", che nel 2001 fu diretto proprio da Gondry.
Un anno fa Grimes aveva detto che si sarebbe iscritta a LinkedIn e ora l’ha fatto davvero usando il suo vero nome, Claire Boucher Nello stesso posto pubblicato su X un anno fa aveva detto che avrebbe pubblicato tutta la sua nuova musica su LinkedIn.
Zuckerberg sta addestrando una AI a fare il Ceo di Meta perché secondo lui tutti i dipendenti Meta dovrebbe avere un assistente AI che sappia fare il lavoro al posto loro In molti hanno sottolineato una differenza sostanziale tra Zuckerberg e i dipendenti di Meta, però: lui non può essere licenziato e rimpiazzato dall'AI.
Il nuovo film di Sean Baker è già uscito e si può vedere gratuitamente online Si intitola Sandiwara, è un cortometraggio ambientato a Penang, in Malesia, le protagoniste sono la premio Oscar Michelle Yeoh e la cucina malese.

I libri del mese

Cosa abbiamo letto a ottobre in redazione.

di Studio
31 Ottobre 2023

Alice Urciuolo, La verità che ci riguarda (66thand2nd)
Già in Adorazione, il romanzo con cui ha esordito a ventisei anni nel 2020, Alice Urciuolo ha dimostrato di avere una modalità distintiva di raccontare certi passaggi dell’esperienza umana, soprattutto femminile ma non esclusivamente, in un racconto che era “coming of age” ma anche affresco sociale, personale e collettivo. E lo ha fatto a partire da quei pezzi d’Italia che ha vissuto e conosce, un po’ come tutti noi: uno specifico angolo di Italia, che sia Latina o la Ciociaria, con i suoi riti e le sue gerarchie, con il suo specifico brand di violenza e misticismo provinciale. Urciuolo, che di mestiere fa la sceneggiatrice (ha lavorato infatti a serie di successo come Skam Italia e Prisma), è ora in libreria con la sua seconda prova, La verità che ci riguarda, sempre edito da 66thand2nd. Chi ha amato Adorazione (libro che, tra l’altro, diventerà nel 2024 una serie tv su Netflix, non scritta da lei) ritroverà anche qui quella chiarezza di pensiero con cui Urciuolo riesce a scandagliare alcuni dei territori più incerti e nebbiosi dell’esistenza. Anche questa volta la protagonista è una ragazza, Milena, che a vent’anni si trasferisce a Roma per frequentare l’università nel tentativo di sfuggire a una situazione familiare complicata. Da giovanissima ha sofferto di anoressia e all’età di quindici anni la madre, Angelica, entra a far parte di una setta religiosa che, a partire da un remoto paesino della Ciociaria, si diffonderà in tutta Italia. La verità che ci riguarda parla allora di moltissime cose: dell’educazione cattolica, dell’inespugnabile tenacia della famiglia tradizionale e della ricerca, anche sgangherata, della spiritualità, di madri sante e di padri al rimorchio, di suore e di santoni, di sesso e di dormitori che chiudono alle ventitré, ma soprattutto parla di una madre e di una figlia, e del loro rapporto con un impiegato bancario improvvisatosi capo di una setta (Angelica) e con un uomo più grande (Milena) ai quali entrambe, per motivi non del tutto chiari neanche a loro stesse, affideranno le loro vite. La verità che ci riguarda parla di dipendenza emotiva e in qualche modo anche di eredità, familiare ed emotiva anche quella e lo fa con la voce speciale di Urciuolo, che è bello ritrovare assieme alle sue donne che si fanno sempre troppe domande. (Silvia Schirinzi)

Mariana Enriquez, I pericoli di fumare a letto (Marsilio)
Traduzione di Fabio Cremonesi
Non so se è così per tutti, ma per me c’è stata un’epoca della vita che era per i racconti, e poi non è più stata. Come c’è un’epoca della vita per i Beat, una per Bukowski, una per Herman Hesse. Forse è che più uno invecchia – cioè, io – più ha voglia di una narrazione unica che inizia e finisce dopo duecento, trecento pagine. Con Mariana Enriquez però ho pensato che invece avrei dovuto provare. Un po’ perché Le cose che abbiamo perso nel fuoco non è un libro che si ignora facilmente, un po’ forse per una tentazione magica come quella che sarebbe potuta uscire da queste storie qui. Il primo racconto mi ha rapito, e sono andato avanti senza smettere. La lingua di Enriquez è schietta e precisa, scorre veloce ma sembra appartenere a un genere più familiare. È questo uno degli elementi che fa sì che ci si sorprenda quando spuntano fantasmi, suicidi, demoni. E poi c’è il contemporaneo: Enriquez mette i topos classici dell’horror (maledizioni, streghe, non-morti) in scenari come la gentrificazione di una periferia suburbana, la timidezza patologica degli adolescenti che si chiudono in sé stessi, il cambiamento del quartiere Raval a Barcellona, la fandom ossessiva dedicata alle celebrità. Un aggiornamento del concetto di perturbante, che poi è l’ingrediente principale di ogni horror, che dà vita anche a quegli elementi del contemporaneo che sembrano averne meno. (Davide Coppo)

Deborah Davis, Truman Capote e il party del secolo (Accēnto Edizioni)
Traduzione di Sara Reggiani
Google immagini alla mano (per rivedere la quarta di copertina di Altre voci, altre stanze, con l’enorme foto di un giovane sexyssimo Capote o controllare se le onde dei capelli di Veronica Lake erano davvero così leggendarie), il libro di Deborah Davis è un viaggio meraviglioso nella vita di uno dei più grandi scrittori americani. La descrizione dei preparativi del celebre party in bianco e nero, organizzato nel 1966, quasi un anno dopo la pubblicazione del suo capolavoro, A sangue freddo, è solo un pretesto per ripercorrere la sua esistenza e la sua carriera, le zone oscure e quelle luminose. L’hype per la festa che tra gli invitati comprendeva star del cinema, politici, intellettuali, giornalisti, ma anche 11 amici del Kansas (conosciuti mentre faceva le ricerche per il libro) e il suo portiere dello U.N. Plaza, ma anche la superficialità di 500 persone che per sette settimane si preparano per un ballo in maschera mentre è in corso la guerra del Vietnam. E poi la festa come passione (Davis racconta il primo party organizzato dal piccolo Truman a 8 anni per salutare gli amici di Monroeville (dove la madre Lilli Mae Faulk l’aveva smollato mentre si cercava un buon partito) in occasione del trasferimento a New York, dove avrebbe vissuto con la madre e il suo nuovo padre, il ricco uomo d’affari Joe Capote. Ma la festa come vendetta, perché era stata l’aspirazione di entrare nell’alta società a uccidere sua madre. Un collezione di irresistibili aneddoti (per esempio, un Truman ventenne lavorò per qualche mese come revisore di testi al New Yorker: amava scandalizzare i colleghi ordinando da ristoranti di lusso come il 21, «una notevole stravaganza per un lacchè sottopagato», scrive Davis, descrivendo la sua voce acuta, le battute impertinenti e l’aspetto da elfo. «Un giorno l’editore della rivista, Harold Ross, vide Truman correre per l’ufficio con un ampio mantello e disse: “E quello cos’era?”»). Ma oltre a ripercorrere l’infanzia con la compagna di giochi Harper Lee, i primi racconti e le prime opere, la storia della sua famiglia, le amicizie, Davis disegna un ritratto di Truman Capote come genio dell’autopromozione: uno che fin da subito aveva capito che proiettare l’immagine giusta, catturare l’immaginazione, era (ed è) davvero fondamentale, se vuoi avere successo. (Clara Mazzoleni)

Francesco Maino, I morticani (Italo Svevo)
Non ricordo l’ultimo libro che ho letto che mi abbia fatto ridere così tanto e così spesso come I morticani di Francesco Maino. L’avvocato di mestiere e scrittore per autodefinizione Alfonso Della Marca assomiglia al Brancaleone protagonista della prima metà del dittico monacelliano: imbarazzante, drammatico, grottesco, comico, tragico. E proprio come Brancaleone, Della Marca vive in una terra che somiglia a una terra vera, il Veneto, ma che è in realtà una sua riduzione all’assurdo: Maino la chiama Veenetken, una terra dove «ognuno vive secondo le sue leggi», un luogo fantastico popolato da animali fantastici (su tutti, il mio preferito è Ferrari, il fido autista-tuttofare alle dipendenze di Della Marca). Fanno ridere Della Marca e il Veenetken e tutti gli abitanti di Fava sul Dose, scenario delle vicende dei morticani, i disgraziati che danno il titolo al libro, amanti dell’aperitivo e odiatori dell’acconto dell’Iva. Ma fa ridere soprattutto la forma – sarebbe più corretto dire le forme – con la quale Maino racconta questa storia, se di storia in senso classico, cioè narrativo, si può parlare. Sperimentale è un aggettivo abbastanza preciso anche se non proprio esatto, varrebbe la pena usarlo anche solo per la funzione di “controcanto” che Maino assegna alle note a pie’ di pagina, dove sono raccolte le migliori battute di tutto il libro (non leggerle significa non leggere questo libro, una cosa che non mi è mai capitata nella mia vita di lettore). I morticani è sì un romanzo – soprattutto uno sull’impazzimento del suo protagonista – ma anche filastrocca, monologo da stand up comedy, satira dei costumi della provincia e della città, esperimento linguistico in cui il dialetto più oscuro si mescola all’inglese più posticcio. Tutto parte da una frase, tre parole che sono incipit e Big Bang di uno dei mondi più assurdi e spassosi che abbia scoperto nelle pagine di un libro scritto in italiano: «Morticani che gavé». (Francesco Gerardi)

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