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19:18 venerdì 29 maggio 2026
Netanyahu ha detto apertamente di aver ordinato all’IDF di occupare almeno il 70 per cento della Striscia di Gaza Questo nonostante sia formalmente in vigore un cessate il fuoco che già garantiva a Israele il controllo sul 53 per cento della Striscia.
In Toy Story 5 c’è anche Bad Bunny e si è scoperto che interpreta il personaggio Fetta di pizza con occhiali Personaggio al momento molto misterioso, di cui sappiamo solo che è una fetta di pizza, che indossa occhiali da sole e che è «estremamente cool».
C’è un tracker di voli aerei che segue solo i voli sui quali c’è qualcosa che non sta andando per il verso giusto Variazioni di altitudine, turbolenze, manovre inaspettate, rotte sbagliate: tutto quello che non vorremmo succedesse mai in volto, a portata di clic.
Il Tribeca è il primo grande festival al mondo a inserire in concorso un film fatto interamente con l’AI Dreams of Violets racconta le proteste in Iran del gennaio 2026, è costato 2 mila dollari ed è stato realizzato in tre mesi usando solo AI.
La nuova campagna di Jacquemus è un documentario su una giornata in compagnia di Pamela Anderson e dei suoi due figli Si intitola A Day With Pamela and Her Sons e ci sono i figli di Pamela Anderson che la prendono molto in giro.
C’è una proposta di legge di iniziativa popolare per tassare i grandi patrimoni anche in Italia Si tratta di un'imposta progressiva sui patrimoni superiori a 2 milioni di euro, che interesserebbe solo l'1 per cento della popolazione.
Firenze ha aumentato moltissimo le zone della città in cui è vietato aprire nuovi B&B e fare affitti brevi Nelle zone ora incluse nel blocco ci sono 67 mila abitazioni che ora non potranno essere destinate né all'uno né all'altro scopo.
Uno studio ha dimostrato che in un film è più probabile venga scelto come protagonista un uomo che si chiama Chris o un animale parlante piuttosto che una donna over 60 «Le donne sono metà della popolazione. E invecchiamo. Allora dove sono le storie su di noi?», ha commentato l'attrice Emma Thompson.

I libri del mese

Cosa abbiamo letto a febbraio in redazione.

28 Febbraio 2023

Matteo B. Bianchi, La vita di chi resta (Mondadori)
Col mio coinquilino parliamo spesso di depressione, di cui soffriamo entrambi (abbiamo dieci anni di differenza: lui vede in me quello che diventerà se si curerà in modo caotico e incostante, io vedo in lui quant’ero ambiziosa prima che la malattia disintegrasse i miei desideri). I nostri non sono discorsi totalmente oscuri, però. Parliamo anche delle cose che potrebbero salvarci o che ci hanno salvato. Poco dopo essere arrivato nella mia casa, notando le librerie traboccanti (e i miei weekend passati a letto, al buio), mi ha chiesto: «Ma leggere tutti questi libri non ti ha aiutato?». Ho pensato molto alla sua domanda, e alla fine ho concluso che in effetti no, non mi ha aiutato per niente, anzi. Forse è anche per questo che non sono diventata una scrittrice. Nel libro di Matteo B. Bianchi, invece, i libri sono un’ancora di salvezza potentissima. Quelli che legge, ma anche quelli che scrive, soprattutto questo, un insieme di frammenti che ruotano intorno al momento più doloroso della sua vita: il ritrovamento, nella casa che fino a poco prima avevano condiviso, del corpo senza vita del suo grande amore, S. (ex da soltanto tre mesi, dopo 7 anni di relazione). Un’intenzione, quella di suicidarsi, annunciata da S. diverse volte, senza che nessuno lo prendesse sul serio. L’evento, accaduto nel 1998, separa la vita dell’autore in due parti, e richiede più di 20 anni di elaborazione per poter essere condiviso tramite la scrittura e diventare a sua volta una riflessione sul potere della scrittura, anche attraverso i ricordi delle lettere lasciate da S. (lette soltanto una volta, subito dopo la sua morte, e mai più rilette). A differenza dell’autore, S. non aveva mai usato le parole scritte come strumento d’espressione, ma si è trovato a sceglierle per registrare e condividere le sue considerazioni finali. Ho letto diversi libri scritti dal punto di vista di chi si ammala, ma non avevo mai letto una testimonianza così sincera della sofferenza di chi subisce il tormento altrui. Ho finito il libro nel cuore della notte (sfido chiunque a interrompersi dopo averlo iniziato), ma non l’ho messo vicino agli altri. Se il mio coinquilino dovesse rifarmi quella domanda, gli racconterei, senza alcuna paura di esagerare, della prima volta in cui leggere mi è stato veramente d’aiuto: questa. (Clara Mazzoleni)

Ayhan Geçgin, Lungo cammino (Utopia)
Traduzione di Giulia Ansaldo
In Lungo cammino non viene mai fatto il nome di niente e di nessuno: m’immagino sia perché a contare sono le cose che succedono e non le persone che le fanno succedere né quelle alle quali succedono, la contrapposizione tra carnefici e vittime (quindi tra colpevoli e innocenti) non è rilevante, conta solo l’esistenza e non gli esistenti. È stato definito un nuovo, grande romanzo esistenzialista, questo di Geçgin. In effetti viene facile paragonarlo a certe cose di Camus o a uno dei Sessanta racconti di Buzzati, quello in cui un povero Cristo si trova ricoverato in un ospedale non si sa perché ma si capisce subito che non c’è speranza, e noi vediamo la morte che gli viene incontro ogni volta che un medico lo spedisce nel reparto sottostante fino a quando il povero Cristo non finisce all’obitorio. Leggendo Lungo cammino non riuscivo a smettere di pensare a quel racconto: il protagonista senza nome intraprende un viaggio senza motivo, vuole attraversare la Turchia in linea retta e non si sa perché, vuole «trovare riparo» ma non si capisce da cosa, e sin dall’inizio sappiamo che la destinazione è (il) niente, forse il sostantivo più frequente di tutto il libro, scritto due volte nella frase che pone fine al cammino. «È un’azione senza speranza la mia […] da cos’altro potrebbe essere nata se non dalla mancanza di speranza. Lo so fin dall’inizio», dice in uno degli infiniti monologhi interiori che confermano l’insensatezza del viaggio. Mentre attraversa guerre senza nome, viene pestato da soldati senza faccia, incontra profughi senza più origini, supera macerie onnipresenti che da un certo punto in poi non sa più se siano quel che resta del passato o ciò che verrà in futuro – tutto ovviamente fa pensare alla Turchia contemporanea, ma anche a uno dei qualsiasi altri posti del mondo in cui l’esistenza prende le stesse forme – il lungo cammino diventa la storia di un uomo “disciolto” nel mondo che gli sta attorno, un uomo la cui unicità e unità finiscono sbriciolate sotto il peso delle moltitudini dell’esistenza. Non saprei dire se Lungo cammino sia davvero un romanzo esistenzialista: certe volte sembra un post apocalittico, altre volte un reportage. So, però, che di tutte le cose che ho letto recentemente è quella che mi è sembrata più vicina a spiegare cosa significhi esistere oggi, in questo mondo, in questo momento storico. (Francesco Gerardi)

Giorgio Manganelli, Mia anima carnale (Sellerio)
Gli epistolari sono la più divertente tra le forme di archeologia, molto adatti a essere letti nello spazio di poco tempo per quest’epoca di attention span distrutto. È un Manganelli maturo quello che compone queste lettere all’amata Ebe, donna che frequentò negli anni Sessanta e Settanta, e lo si vede da quanto è, appunto, matura la sua lingua, il suo amore, il suo sapersi prendere in giro e prendere in giro il sentimento stesso, e il modo in cui l’amore si scrive. Le lettere sono divertentissime e ovviamente molto molto letterarie. C’è tanta natura, nell’amore di Manganelli, sia in forma di flora che di fauna. Uno dei passaggi più belli è quando paragona l’amata a una cornucopia di frutta: «Cara la mia cotogna, tu mi sembri un morbido, sugoso frutto autunnale, di quelli che abbisognano di gran tempo per maturare tutti i loro succhi intrinseci (…) Ora sei nespola, ananasso, pompelmo e cotogna. E io ti voglio mangiare, ammannita sul desco delle tue lenzuola». Come si descrive lui: «Sono un tocco di legno, una polenta rafferma, un cardo selvatico, una barba di due giorni». Oltre all’amore ci sono i viaggi in Africa e Asia che hanno segnato l’opera letteraria di Manganelli. Manila, non proprio amatissima ma con un bel clima: «Dopo due settimane di tropici, anche un cesso ispano fascista diventa riposante purché ci tiri un po’ d’aria»; Addis Abeba, «una città mostruosa, modernissima, viali da Cristoforo Colombo, un incrocio di Rione Sanità e Brasilia». I soliti, manganelliani, aggettivi perfetti – «Oggi, caldo spaziale» – e compiaciuta autoironia: «Nel frattempo io, uomo inutile, retore galante e insinuoso, sto a Torino (c.so Tassoni 12) e mi delizio della mia frivolezza». (Davide Coppo)

Simeon Wade, Foucault in California (Blackie Edizioni)
Traduzione di Giorgia Tolfo

Un libro che è soprattutto una curiosità per quello che racconta e per la storia che c’è dietro, una di quelle irresistibili su manoscritti mai pubblicati, conservati in qualche scatolone e poi riconsiderati grazie all’insistenza di qualcuno che si appassiona alla vicenda. Nel caso in questione Heather Dundas, una scrittrice e drammaturga che all’epoca dell’università viene a conoscenza di una storia riguardante Michel Foucault e un certo Simeon Wade, professore californiano e fan del mitologico intellettuale, che coglie l’occasione di un suo viaggio negli Usa nel 1975 per invitarlo a tenere una lezione nella sua università e soprattutto ad accettare di fare insieme a lui e al suo partner, il pianista Michael, un viaggio iniziatico nel deserto californiano con annessa assunzione di Lsd. La storia, che viene poi raccontata in forma scritta dallo stesso Wade, rimane un manoscritto inedito fino appunto all’interesse di Dundas, che all’inizio era intenzionata a usarlo per scrivere una specie di parodia romanzata della French Theory. Dundas riesce a ottenere alla fine il manoscritto insieme ad alcune prove fotografiche che il viaggio raccontato su quelle pagine non fosse opera di fantasia. Poco dopo, nel 2017, Simeon Wade muore. Il libro viene pubblicato negli Stati Uniti nel 2019 e oggi arriva in Italia grazie a Blackie. Una curiosità, si diceva, perché non è da ricercare qui una supposta qualità letteraria ma la testimonianza di un’epoca e di un contesto irripetibili, la California degli anni ’70, ancora in piena esplosione libertaria, e l’apparizione in carne e ossa su quella scena di una delle grandi menti del Novecento. In questi paesaggi potenti e immaginifici, che sembrano incarnazione di un Eden perduto, si fanno discorsi altissimi, in cui si citano Merleau-Ponty e Gramsci, ma deviando senza soluzione di continuità sulla scena dei bar gay di San Francisco, per poi passare all’arte di Magritte. Soprattutto si assiste allo straordinario spettacolo di Foucault in acido: «Mai nella storia qualcuno ha percepito la terra come stiamo facendo noi insieme in questo momento grazie a questo intruglio», dice a un certo punto, ed è un vero spasso. (Cristiano de Majo)

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Due spicci, la terza serie animata del fumettista, è un ritorno a tutti i temi a lui cari: l'amicizia, l'età adulta, l'ossessione per la cultura pop. Ma, soprattutto, è l'arrivo di Zerocalcare sul palcoscenico più grande della sua carriera.