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Il presidente del Nepal Balen Shah, che è un ex rapper, ha scelto come suo Ministro degli Interni Sudan Gurung, che è un ex dj E il suo primo provvedimento è stato ordinare l'arresto del suo predecessore, liberato solo dopo 12 giorni di prigione e interrogatori.
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Nei suoi primi 100 giorni da sindaco di New York, Mamdani ha fatto una cosa meglio di tutti i suoi predecessori: aggiustare le buche per strada Il sindaco ha appena sigillato la centomillesima buca della sua amministrazione, un traguardo raggiunto nei cento giorni dall'insediamento. E di cui va molto fiero.
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Stefano Gabbana lascia la presidenza di Dolce&Gabbana In una nota riportata oggi si specifica che la scelta del co-fondatore del brand nato nel 1985 non avrà però alcun impatto sul suo contributo creativo al gruppo.
Una ricercatrice è riuscita a completare la prima mappa dei nervi del clitoride E grazie a questa mappa si è scoperto che le informazioni che avevamo sul clitoride non solo erano pochissime ma in molti casi anche sbagliate.
Il governo pakistano si è inventato due giorni di festa nazionale per svuotare Islamabad ed evitare disordini durante il negoziato tra Usa e Iran La capitale al momento è deserta: per strada non c'è quasi nessuno, ci sono poliziotti e soldati ovunque, in attesa dell'arrivo delle delegazioni di Usa e Iran.

I libri del mese

Cosa abbiamo letto a gennaio in redazione.

di Studio
31 Gennaio 2022

Sandro Ferri, L’editore presuntuoso (Edizioni E/O)

I libri sull’editoria scritti da editori sono un po’ un genere a sé e che spesso riserva perle. Senior Service di Carlo Feltrinelli e L’impronta dell’editore di Roberto Calasso sono due dei migliori esempi italiani e, non a caso, le storie di Feltrinelli e Adelphi sono tra le più citate case history anche nell’Editore presuntuoso, il libro sull’editoria/memoir del fondatore di E/O Sandro Ferri, che è stata la mia lettura più piacevole di questo inizio anno. Piacevole innanzitutto per le storie che racconta. Un appartamento ingolfato di libri agli albori di una casa editrice che non aveva ancora un magazzino e che sembrava un progetto completamente velleitario. Le feste e le ubriacature al Salone di Torino o alla Fiera di Francoforte. Un incontro all’università con Christa Wolf. Una serata a Mantova con Muriel Barbery. L’arrivo delle prime sessanta pagine del manoscritto dell’Amica geniale. Difficile non cadere nella tentazione di rimpiangere un’epoca d’oro della cultura che sembra lontanissima, ma dall’altra parte questo è un libro con cui ci si incazza anche per i giudizi a volte un po’ facili sul presente e le sue storture; un libro con cui si discute e un libro da cui si impara. L’immagine dell’editore a cui dà forma è il punto di fusione tra un idealista pazzo e un giocatore d’azzardo, con le radici nella letteratura slava degli anni ’70 che germogliano trent’anni dopo in best seller da milioni di copie (L’eleganza del riccioL’amica geniale). Romantico, sanguigno, anacronistico, sono altri tre aggettivi con cui lo definirei. Potrebbero sembrare difetti, ma lo si apprezza proprio per questo. (Cristiano de Majo)

Inès Cagnati, Génie la matta (Adelphi)
Trad. di Ena Marchi

«Con la mia testimonianza volevo rendere meno assurde certe vite fatte solo di miseria». Così Inès Cagnati, scrittrice francese figlia di contadini italiani emigrati in Francia, morta nel 2007, descrive i suoi romanzi nell’intervista a Laurence Paton pubblicata in appendice di Génie la matta, uscito originariamente nel 1976, vincitore del Prix des Deux Magots e pubblicato in Italia da Adelphi a fine gennaio. Cresciuta nella Francia rurale, Cagnati è vissuta al di fuori dei circoli letterari nonostante il suo esordio, Le Jour de congé, uscito nel 1973 quando aveva trentasei anni e scritto mentre insegnava in una prestigiosa scuola parigina, si fosse aggiudicato il Prix Roger-Nimier. Génie, o Génie la matta, come la chiamano i suoi compaesani, è rimasta incinta a diciassette anni dopo uno stupro e da allora le persone intorno a lei, fatta eccezione per il padre, hanno smesso di considerarla una persona. Di fronte al suo mutismo e alla straordinaria tenacia con cui si dedica ai lavori più disparati – nei campi, nelle stalle, nelle fattorie, nelle cucine – la trattano più o meno come un animale da soma. Ma c’è una persona che la ama follemente e che sui suoi silenzi, e le poche, ripetute, frasi che le rivolge, ha costruito un mondo: sua figlia Marie, la voce narrante. Cagnati riesce, in poco meno di duecento pagine, a immergere il lettore nell’infanzia di Marie, che corre dietro a Génie, la aspetta, la guarda lavorare, spesso da lontano perché lei non le dica di togliersi dai piedi, come fa sempre, un’infanzia che è scandita dai movimenti sempre uguali della donna e l’alternarsi monotono e terribile delle stagioni in campagna. La loro è una storia di solitudine e violenza, così come il loro destino, che si intreccia a quello degli animali domestici come la dolce vaccherella cieca e il curioso anatroccolo che per un certo periodo renderanno Marie felice di essere una bambina, prima di essere riportata alla realtà della sua esistenza, negli occhi di sua madre. (Silvia Schirinzi)

Wayétu Moore, I draghi, il gigante, le donne (Edizioni E/O)
Trad. di Tiziana Lo Porto

Per caso mi sono ritrovato a gennaio 2022 a guardare il documentario Fragment 53, disponibile su Mubi e girato dagli italiani Federico Lodoli e Carlo Gabriele Tribbioli, 50 minuti di interviste a diversi soldati e membri degli eserciti in campo durante la lunga e tremenda Prima guerra civile in Liberia, e pochi giorni dopo tra le mani I draghi, il gigante, le donne di Wayétu Moore, uscito per E/O pochi giorni nel nuovo anno e originariamente pubblicato negli Stati Uniti nel 2020. Anche il libro di Moore si muove intorno alla Prima guerra civile liberiana, ed è interessante proprio il modo in cui parla della guerra – un certo tipo peculiare di realismo magico – se confrontato con la crudezza delle parole dei soldati del documentario. La Prima guerra civile liberiana dura quasi otto anni, dal 1989 al 1997, distrugge il Paese e lascia circa duecentomila morti. Due anni dopo ne scoppia una seconda, dura quattro anni, muoiono altre cinquantamila persone. Fu uno dei conflitti più brutali che si ricordi nel Novecento. Un liberiano su diciassette perde la vita. Centinaia di migliaia di bambini vengono trasformati in soldati. I profughi sono oltre un milione. Tutto questo viene esorcizzato da Moore – il libro è a tutti gli effetti un memoir – attraverso i suoi occhi di bambina: scappa da Monrovia con le sorelle, il padre e la nonna (la madre si trova a New York per studiare), attraversa strade e campi ricoperti di cadaveri che diventano persone che dormono, e sa soltanto che quel rovesciamento della sua vita è dovuto a una fiabesca lotta tra draghi e principi. La famiglia riesce a mettersi in salvo migrando negli Stati Uniti, dove si ricongiunge con la madre, ma l’America è un mondo pur sempre violento: Wayétu, che a Monrovia conosceva un certo benessere sociale, impara la durezza del razzismo. Se la prima parte del libro è un viaggio magico e crudele in un Paese che va a fuoco, la seconda parte è un insegnamento, comunque crudo, di cos’è la discriminazione vista con gli occhi di chi fino a poco prima non la conosceva. La terza parte è narrata invece dalla madre, e si torna di nuovo in Liberia, a chiudere il cerchio e dimostrare che le migrazioni non sono tutte ricette di disperazione e sogni di benessere, e che il posto che si trova non è sempre migliore di quello che si lascia. (Davide Coppo)

Veronica Raimo, Niente di vero (Einaudi)

Ho letto la frase di Zerocalcare che compare sulla copertina del libro molto prima di leggerlo (sarà in libreria dal 1 febbraio): chi la condivideva su Twitter contestava l’italiano del fumettista più famoso d’Italia. Sarà anche vero che quella di Zerocalcare non è una frase felice, ma nel mio caso c’ha ragione: era davvero tanto che non scoppiavo a ridere ad alta voce leggendo un libro. Le risate che suscita Raimo, però, sono risate diverse da quelle a cui mi sono abituata ultimamente (le battute sadiche di Succession, i meme demenziali sulla cultura pop, i sedicenni depressi e autoironici su TikTok). Lo sguardo della bambina, e poi ragazzina, e poi donna − ma sempre scrittrice − Veronica sulla sua famiglia, così come su se stessa, è intelligente ma per nulla distaccato, apparentemente derisorio ma in realtà tenerissimo, affettuoso. È un vero godimento assistere in prima fila allo spettacolo d’arte varia di una personalità che prende forma così, sempre in divertita reazione alle stranezze degli altri, e poi alle proprie, devota alla causa di non prendere mai niente sul serio, a meno che non lo sia davvero. Una lettura terapeutica: che bello essere donna in questo modo, inconcludente, gratuito, allegramente problematico, e per questo fiero (le pagine sulla stitichezza dovrebbero entrare in tutti i manuali di scrittura creativa del mondo). (Clara Mazzoleni)

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