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21:20 venerdì 6 marzo 2026
Ars Technica ha cancellato un articolo che condannava l’uso dell’AI dopo che si è scoperto che conteneva citazioni inventate dall’AI L'autore del pezzo si è scusato e ha detto che da ora in poi non si fiderà più delle citazioni suggerite da ChatGPT.
A distanza di due giorni l’una dall’altra sono spuntate due nuove opere attribuite a Michelangelo Una è un dipinto intitolato "Pietà Spirituali", l'altra un busto marmoreo del Cristo Salvatore. La storia della loro attribuzione al Buonarroti è piuttosto avventurosa.
L’agenzia meteorologica giapponese fa delle previsioni esclusivamente dedicate alla fioritura dei ciliegi Quelle di quest'anno dicono che i fiori sbocceranno con un certo anticipo rispetto al solito: i primi arriveranno tra meno di due settimane.
C’è una proposta di legge per inserire la gentilezza tra i parametri con cui l’Istat misura la qualità della vita Proposta che è arrivata in Parlamento e che sostiene che una società più gentile sia non solo moralmente migliore ma anche più ricca economicamente.
L’invito per la sfilata di Dior alla settimana della moda di Parigi è una sedia In miniatura ma pur sempre una sedia che rimanda alle Sénat, quelle utilizzate all'interno del Jardin de Tuilleries, location della sfilata.
In Artificial, il prossimo film di Luca Guadagnino, ci sarà la prima colonna sonora composta da Damon Albarn E ha spiegato che lavorare a questo film gli ha fatto capire che le intelligenze artificiali non saranno mai capaci di fare musica vera.
Il favorito per diventare il prossimo Presidente del Consiglio del Nepal è un ex rapper che non si toglie mai gli occhiali da sole Si chiama Balen Shah e la sua immagine è così legata a quel modello di occhiali da sole che nei negozi hanno preso a chiamarli "occhiali Balen Shah".
Il bene più a rischio a causa della guerra in Medio Oriente non è né il petrolio né il gas ma il fertilizzante Nella regione se ne produce moltissimo, la guerra ha già causato problemi logistici e aumenti dei prezzi che rischiano di stravolgere l'agricoltura mondiale.

Guardare Lost oggi

Diario di un ultimo giapponese alle prese con la serie tv di J. J. Abrams nel 2017: cosa significa diventarne fan nell'era del binge-watching?

21 Marzo 2017

Era iniziato nella maniera più innocua, come tutte le esperienze che ti cambiano la vita: l’ineffabile algoritmo di Netflix l’aveva portato lì, in un placido angolo della ribollente schermata iniziale del servizio in streaming, corredato da un assertivo ma per me sinistramente ansiogeno «la serie culto del produttore J. J. Abrams ha vinto nove Emmy». «Invidio chiunque non abbia visto Lost», chiosava uno dei più recenti recensori entusiasti, e io, pur da solo nel mio salotto, un bel giorno di gennaio mi ero guardato intorno e avevo deciso di sfruttare una nuova tv e la mia invidiabile posizione di persona che non aveva mai visto Lost, la serie culto del produttore J. J. Abrams, vincitrice peraltro di nove – dicasi nove – premi Emmy.

Dire cos’è successo da allora non è semplice: il Behemoth televisivo da 92 ore di filmato cattura il neofita del 2017 con i suoi cliffhanger seriali, lo costringe a modificare le sue serate post-lavorative in favore di un autoesilio convinto e reticente, lo rende del tutto simile ai neofiti decisamente più à la page che l’hanno preceduto nel 2004. Com’era già noto a tutti tranne a noi ultimi giapponesi, la storia è divertente, poi incuriosente, poi snervante, poi ossessivamente divagante, e infine vorresti soltanto uscire dal tunnel, da qualche parte sai che ti sta facendo male (lo sai quantomeno da come cerchi l’icona di Netflix con la recalcitranza di quando devi svuotare la lavastoviglie), ma non sei più in grado di smettere. Tipicamente, si sa, hai bisogno di capire cosa sta succedendo ai naufraghi, e a guidarti è una specie di sesto senso recondito che sostiene che la prossima puntata, una volta chiarito quel punto focale, dipanerà la matassa in fili sottili e comprensibili: poi si potrà tornare a vivere.

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«Noi all’epoca ci credevamo», mi ha detto di recente con quella certa luce negli occhi un amico a cui stavo confessando il mio nuovo hobby-corvée. Con poche parole si è reso portavoce del sentimento del pubblico mondiale verso il famigerato Finale di Lost, andato in onda nel 2010, parente stretto di qualsiasi Bildungsroman televisivo e scena primaria freudiana di generazioni di telespettatori. Il Finale di Lost, ambito e inseguito come la vetta dell’Annapurna, ha deluso tutti: è disprezzato, parodiato e oggetto di rancori mai sopiti, è il rigore di Baggio della storia della tv. Naturalmente in questi tre lustri di inspiegabile digiuno noi novizi, simili ad astronauti aggiornati sulle vicende terrestri, abbiamo udito gli echi dell’indignazione, e oggi le nostre aspettative somigliano meno a verosimili citazioni tratte dalle memorie di Abbie Hoffman. Come i trenini delle feste romane frequentate da Jep Gambardella, sappiamo dall’inizio che Lost è la serie più bella perché non andrà da nessuna parte.

Ma a modo nostro, ci crediamo anche noi. Crediamo di poter vedere confermate le nostre opinioni ormai seccate (sono sempre stati tutti morti? Qual è il rapporto tra i mondi alternativi della serie? E se l’isola fosse “soltanto” l’Eden primordiale, e l’intero show una complessa metafora biblica?), e siamo cocciutamente persuasi di poter ottenere qualche risposta: qual è il ruolo di Libby? Benjamin Linus ha un animo nobile? Kate preferisce Sawyer a Jack? Intervistati da Wired prima della messa in onda dell’ultima stagione, i produttori esecutivi di Lost Damon Lindelof e Carlton Cuse hanno detto di aver solleticato volutamente l’approccio fideistico nel loro pubblico, rispondendo a chi chiedeva conto dei flashback con una serie di complessi flashforward, e a quelli che li imploravano di spiegare i misteri dell’isola con dilemmi ancora più inspiegabili, ché «nella scrittura di ogni singolo episodio della serie c’è stata una buona dose di scoperta» (Lindelof).

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Guardare Lost nel 2017 per certi versi è complicato quanto comprendere la grandezza di una piramide come poteva presentarsi sotto lo sguardo di Cheope: i tempi dello sviluppo dell’azione sono intollerabilmente dilatati per gli standard odierni, i dialoghi sulla lunga distanza non brillano per originalità, le sottotrame sono spesso irrilevanti, gli effetti speciali comprensibilmente datati. Eppure, puntata dopo puntata, si sa di stare assistendo a qualcosa di importante, che ha segnato un “prima” e un “dopo” nella televisione, il riferimento velato o manifesto di decine di prodotti culturali che sono venuti negli anni seguenti. C’è un po’ di ossequiosità consapevole, nel seguire le vicende di John Locke e Kate e Jin e Sayid e Hugo nell’era del binge-watching, che se non ripaga la talvolta faticosa visione perlomeno aiuta a trovare un altro solido motivo per proseguire fiduciosi verso il Finale.

Arrivato a due puntate dal termine, con lo sguardo ormai fisso su una vetta da cui non si vedrà niente, mi trovo a provare qualcosa di simile a una nostalgia preventiva; vorrei fermarmi qui, fare in modo che tutto questo sforzo non vada perso nel tempo come le famose lacrime nella pioggia, non dovermi trovare anch’io a invidiare fortunati (e indomiti) viandanti che si avvicinano alla fonte battesimale del thriller psico-filosofico di Abc, ovvero la televisione che ha iniziato a farci parlare di televisione. Guardando le sei lunghissime stagioni senza le sfibranti attese sofferte dagli uomini di inizio Duemila, non ho avuto modo di ricamare le mie supposizioni, e – mi convinco – questo mi lascerà un amaro in bocca meno pungente sul finire dell’esiziale ultima puntata. In ogni caso, in tempi in cui produzioni originali ma nella sostanza mediocri come The OA vengono forzatamente celebrate come dotate di spunti, stili e poetiche pioneristici, recuperare Lost potrebbe acquisire anche afflati pedagogici, utili a ristabilire cosa significa davvero creare un universo coeso e appassionante.

Come Andy Jones, inviato del Guardian a una proiezione non-stop della serie in un cinema di Londra nel 2010 (tempo totale sulla poltroncina: quattro giorni, la Lost-mania ha prodotto mostri peggiori di quello di fumo che molesta gli abitanti dell’isola) ha sentito dire a un fan accorso per l’occasione: «Nella vita ci sono tipi differenti di persone: ci sono quelli che lavorano e dormono soltanto, senza mai pensare. E poi quelli che vogliono comprendere il significato ultimo dell’esistenza, e Lost è per loro».

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