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Una ricerca ha dimostrato che le civiltà non crollano per le catastrofi ma perché iniziano a consumare troppo, che è proprio quello che sta succedendo alla nostra civiltà I ricercatori hanno precisato anche che i futuri in cui ci salviamo non sono impossibili, ma «richiedono condizioni che non vediamo sulla Terra di oggi».
Non poteva che essere Michael Bay il regista del film sull’operazione Epic Fury di Trump in Iran Per l'occasione, il regista ha rimesso assieme la squadra con cui girò 13 Hours, altro notevole esempio di moderno film di propaganda.
SS26, il nuovo singolo di Charli XCX, non è né rock né dance: è moda E anche apocalisse: «Yeah we’re walking on a runway that goes straight to hell», canta Charli nel secondo singolo estratto dal suo nuovo album.
La Corte internazionale di giustizia ha stabilito che da ora in poi il diritto allo sciopero è protetto dal diritto internazionale In particolare, è tutelato dal trattato sulla libertà di associazione del 1948 dell'Organizzazione internazionale del lavoro, firmato da 158 Paesi.
Nel mondo ci sono così pochi ingegneri e ricercatori AI che le aziende di Big Tech li stanno pagando come le superstar dello sport Secondo le stime ce ne sono solo un centinaio in tutto il mondo. E in Silicon Valley sono disposti a spendere qualsiasi cifra per accaparrarseli.
Tra la rassegna Tuttomoretti al Nuovo Sacher e il ritorno in sala di Bianca e La messa è finita, questa si preannuncia come la Nanni Moretti Summer Lui odierebbe questa dicitura, ne siamo sicuri. Però siamo anche sicuri che suona proprio bene.
I fan di SOPHIE stanno costruendo un archivio libero e gratuito per preservare tutta la sua opera L'archivio si chiama Wholenew.world e vuole essere un racconto dei dieci anni di carriera di un'artista che ha cambiato la musica elettronica.
Il video di Itamar Ben-Gvir che tormenta e irride i membri della Global Sumud Flotilla ha unito tutto il mondo nel disgusto A condannarlo sono Francia, Canada, Olanda, Belgio, Spagna, Regno Unito e molti altri, persino gli Stati Uniti e l'Italia.

Governare o restare quelli di sempre

Riflessioni attorno alla confessione di un conservatore riluttante e ai progetti della sinistra che non si riconosce nel Pd di Renzi.

18 Maggio 2015

ccrNella lettera con cui annunciava lo scorso 6 maggio la sua uscita dal Pd a guida Renzi, Pippo Civati affermava che «di fronte al trasformismo di tutto e di tutti, personale e collettivo, sono rimasto fermo e noioso sulle mie posizioni, mentre tutto intorno a me cambiava, vertiginosamente». È una rivendicazione di coerenza; sta a significare che non è lui che se ne sta andando più a sinistra ma che sono Renzi e i suoi ad aver cambiato idea ed essere pericolosamente scivolati al centro quando non a destra. Civati sostanzialmente dice che non ha intenzione di costruire un partito alla sinistra del Pd, bensì vuole colmare un vuoto che il Pd lascia, essendo definitivamente diventato un’altra cosa. Il Pd si muove, io resto qui. Fermo. Civati non è solo nel ragionamento: basta parlare un attimo con molti fra quelli che vengono da un percorso politico – attivo o di semplici elettori – più di sinistra per sentirsi esprimere un pensiero analogo: questo Pd di Renzi vincerà anche le elezioni ma non mi rappresenta più e se la sinistra per vincere deve diventare destra allora è meglio perdere. Andate pure, io resto qui.

Nel Weekend Magazine del Financial Times di sabato, Robert Shrimsley ha usato la sua consueta rubrica per fare una confessione: sono uno shy tory, uno di quegli elettori timidi che hanno votato Cameron senza averlo detto prima. Anzi, senza averlo deciso prima. Gli shy tory sono stati individuati da tutti come la causa della sorprendente e netta vittoria conservatrice alle elezioni britanniche, destinate secondo tutti i sondaggisti a finire in pareggio. La teoria è questa: esiste una gran parte di elettori che ha votato i conservatori di Cameron pur non essendone un fervente e pubblico sostenitore semplicemente perché non si fidava del resto delle offerte di governo. Da qui lo spread fra i sondaggi e il risultato reale.

Nel motivare la sua scelta Shrimsley scrive che hanno inciso poco le schermaglie elettorali e molto di più il pensiero, ad esempio, di «una politica sulla scuola fatta da uomini ostaggio dei sindacati del settore». La scelta era su un progetto di governo, e quello dei laburisti semplicemente lo convinceva di meno. Conclude Shrimsley: «non c’è dubbio che alcuni avessero già deciso di votare conservatore e che non fossero pronti a condividere con altri la propria scelta. Ma il mio sospetto è che siano molti di più quelli che non si considerano affatto dei conservatori e non avevano particolare intenzione di dare il loro voto a Cameron. Non si tratta di una setta segreta che si nasconde maliziosamente dai sondaggisti; più che tory timidi li definirei tory riluttanti. Abbiamo aspettato fino alla fine di essere convinti che ci fosse un’opzione migliore, ma quest’opzione non è arrivata».

Sarebbe interessante capire come si pongono nei confronti dei «conservatori riluttanti» Civati e compagnia. Se il coinvolgimento di questi ultimi rientra o meno in quel progetto politico che resta fermo sulle proprie posizioni «mentre tutto intorno cambia, vertiginosamente», o se di contro sono parte integrante del «trasformismo di tutto e di tutti» e quindi, sostanzialmente, da tagliare fuori. Dici, ma Shrimsley è in Inghilterra, altro paese, altro sistema elettorale, altro rapporto con la politica. Qui non devi mutare geneticamente per convincere gli indecisi, devi ricordarti chi eri per rientusiasmare i tuoi, sostengono in molti, soprattutto a sinistra. Ma è veramente così?

Oggi La Stampa pubblica i risultati di un’indagine (Cmr Intesa Sanpaolo) proprio su questo tema, cioè il rapporto degli italiani coi vari partiti politici. Tre dati ci possono venire incontro per provare a rispondere alla domanda di cui sopra:

– il 52% percento degli intervistati non si riconosce in nessuna formazione politica in particolare;

– solo il 17% si considera un militante;

– il 75% percento degli intervistati è d’accordo con l’affermazione che «le categorie sinistra/destra/centro hanno perso significato».

Civati chiudeva la sua lettera dicendo che per prima cosa si dedicherà al partito degli astensionisti, «il partito più grande, che vincerebbe le elezioni direttamente al primo turno». Da questo sondaggio, viene fuori il quadro di un elettorato estremamente mobile e fluttuante, non particolarmente affezionato a tradizioni o parole d’ordine (quelli che lo sono di solito, alla fine, votano; più o meno volentieri ma votano), conquistabile grazie a un progetto specifico o su iniziative concrete. A una prima analisi sfugge il nesso fra il «restare fermi sulle proprie posizioni mentre tutto intorno cambiava» e il cercare di riconquistare quelli che non hanno votato per te o che non hanno votato proprio. Sempre che il progetto di chi lamenta la mutazione genetica del Pd sia il governo del paese. In caso contrario, di sogni di opposizione al 10 percento, di andare a stanare i conservatori riluttanti alla Shrimsley, che votino Berlusconi, Grillo o che non votino proprio, convincendoli che esiste un progetto alternativo per l’Italia, si può fare benissimo e comodamente a meno.

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