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Sulla Terra ci sono già talmente tanti data center che Google ha deciso di iniziare a costruirli nello spazio Si inizia con cinque, poi dieci, fino a ottanta. Una volta lassù, il data center resta in orbita fino a sei anni per poi disintegrarsi al rientro sulla Terra.
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I registi e i produttori di Naza hanno deciso che il film si potrà vedere in streaming gratuitamente Dopo la distribuzione in sala, il film sarà disponibile per tutti sul sito del Guardian.
I detenuti di Bollate hanno fatto un album trap e rap interamente scritto, registrato e prodotto all’interno del carcere Si chiama 30 OP, è composto da 13 brani e ed è ora disponibile su tutte le piattaforme musicali.
C’è una mostra dei fashion artists Viktor&Rolf in 10 Corso Como chiamata Spectrum Dal 25 settembre al 22 novembre 2026, la Galleria di 10 Corso Como presenta «Spectrum», la prima personale italiana dedicata a Viktor&Rolf.
Sofia Coppola sta festeggiando i venti anni di Marie Antoinette con una mostra alla Reggia di Versailles Gli spazi del Petit Trianon ospitano costumi, accessori, moodboard, sceneggiature annotate, fotografie, schizzi preparatori, elementi di scenografia e anche alcune sequenze del film proiettate negli stessi ambienti in cui furono girate.
Il fatto che sempre più biblioteche permettano di prendere in prestito gli ebook sta portando a un calo delle vendite delle librerie Una ricerca sostiene che il prestito digitale fa diminuire gli acquisti soprattutto nelle prime settimane dopo l'uscita, quelle in cui si decide il destino commerciale di un libro.
El Niño ha causato delle piogge così intense da far sbocciare migliaia e migliaia di fiori nel deserto di Atacama, uno dei luoghi più aridi del mondo È un fenomeno chiamato "deserto fiorito": 15 ettari di deserto improvvisamente coperti di fiori bianchi, viola e gialli.

Gli spiriti dell’isola, la violenta noia irlandese

Il film che riunisce Martin McDonagh, Brendan Gleeson e Colin Farrell dopo In Bruges è una tragedia che parla di solitudine, isolamento e violenza, spesso ridendone.

17 Febbraio 2023

Poche cose, poche persone. Poco spazio, accerchiato dal mare. Una statua della Madonna presidia l’incrocio, umida di pioggia. Due capre dallo sguardo indagatore masticano paglia dietro un recinto. Un porticciolo e una piccola chiesa. Qualche mucca che si aggira pigra sullo sterrato; un ufficio delle poste, un pub. Una sola barca, molti gabbiani: questa è l’isola di Inisherin. Dove la vita si arresta in malinconiche monotonie, in quiete disperazioni (e ogni tanto in qualche battuta). Colm (Brendan Gleeson), il musicista locale, una mattina si sveglia e decide che non parlerà più col suo migliore amico, Padraic (Colin Farrell). Perché? Soltanto, «non gli va più a genio». Non c’è più tempo in lui per l’inutilità. «Semplicemente non ho più spazio nella mia vita per le sciocchezze», riferisce. La vita scivola via veloce, la distanza dalla morte è sempre più breve. Come impiegare allora quel poco tempo che rimane?

«La gentilezza non dura. Solo l’arte dura», dice Colm a Padraic; non si può trascorrere la propria vita a discorrere di stronzate con uno sciocco. Stronzate, letteralmente: «L’altro giorno mi hai parlato per più di due ore di quello che hai trovato nel letame della tua asinella. Due ore!». Come impiegare allora questo tempo? Essere buoni sulla terra, gentili, giusti, come Padraic (comunque pure questo non è facile: «it takes strenght to be gentle and kind» – cantava Morrisey)… o essere ricordati per sempre – ma da morti – per ciò che si ha fatto: per l’arte, per l’illusione della vita eterna che questa ci regala (o almeno, provarci). Ma l’arte si sconta con isolamento, e sacrificio.

E solitudine e noia generano violenza – contro gli altri e contro sé – sembra volerci dire McDonagh. Questa piccola isoletta al largo d’Irlanda, in verità, è piena di violenza. Invisibile agli occhi, ma vera. Si nasconde nelle case, nei rapporti famigliari, nei segreti. Ognuno dei personaggi conserva in sé (e cela) le proprie tristezze, i suoi tormenti. Nessuno sfugge. La sorella di Padraic, Siobhan, piange di notte, in silenzio. L’unica cosa che tiene in vita la locale negoziante è il gossip più stupido di persone stupide e disperate. Il poliziotto del paese molesta suo figlio, suo figlio è tormentato da un senso immenso di impotenza, e nessuno gli vuole bene. E di chi è la colpa? Della noia, della monotonia, o dell’impossibilità di una via di fuga? Di tutte e tre queste cose?

Se in In Bruges lo spazio dove si svolgeva la storia, la città belga, era un vero e proprio Purgatorio – dove due killer sono intrappolati in attesa di giudizio (saranno uccisi oppure no?) qui l’ambiente in cui si muovono i personaggi assomiglia più a un carcere. Che chiude, opprime. Il paesaggio stesso – per quanto splendido – è in fondo monotono, piatto. Il mare funziona da barriera – muro blu, inespressivo. Di fronte, sulla terraferma, la guerra (quella Civile Irlandese – siamo nel ’23). La Storia. Ma distante, quasi irreale – un rumore fuori scena.  Noi siamo qui fuori dalla Storia, dalla vita, lontani; Storia e vita non appartengono all’isola. Inisherin non è che il territorio della noia. Dove anche bontà e affetto alla fine si tramutano in vendetta e meschinità.

A Inisherin anche colline e prati sembrano personaggi, attraversati dalle loro inquietudini. Il paesaggio è specchio delle emozioni dei suoi abitanti. In lunghe inquadrature aeree sorvoliamo alte scogliere e verdi campi limitati da muretti di sassi, sotto una luce soffice filtrata da croniche nubi atlantiche. Fra qualche situazione buffa e la tenerezza di un’asinella (o di un Border Collie) ci cattura la malinconia. Questi posti, dice Colm osservando ciò di cui parla, «sono carichi di tragedia». Tragedia sul serio. The Banshees of Inisherin (tradotto in italiano Gli spiriti dell’isola) spesso fa ridere, vero, ma è a conti fatti un film tragico. La noia è un sentimento che avvinghia tutto. È fisica, è concreta – poche cose da fare, poche da vedere. Interni spogli e pudding, umidità. Nulla di nuovo sotto il sole dell’isola. Ma è anche un abito dell’anima: un modo di esistere in questo spazio, senza possibilità di fuga. «Oh… ecco un altro sogno che se ne va» sospira, osservando un piccolo lago del colore del piombo, un innamorato deluso.

Le facce scelte per Inisherin sono quelle giuste: poco piacenti, spesso persino brutte, noiose e mediocri (questa una qualità che spesso non si rintraccia nei film italiani: da noi le facce cinematografiche sono spesso fin troppo pulite – pertanto irreali). È come se nell’inespressività di questa gente fosse scritto tutto l’abisso di inevitabile tristezza di questo piccolo mondo antico – nel loro pallore, nei capelli sporchi. E anche in quello che vestono: vecchi maglioni sformati (comunque belli, va detto, splendidamente irlandesi e soffici). Certo anche interpretare personaggi noiosi non deve essere stato facile – per un attore forse la cosa più difficile, entrare in sintonia con una persona del tutto mediocre. Questo valido in particolare per Colin Farrell – la sua interpretazione è magistrale – che rende sì con grande intensità il dolore di Padraic, ma soprattutto la sua limitatezza.

I personaggi di McDonagh abitano ossessioni: in Tre manifesti a Ebbing, Missouri una madre è alla disperata ricerca dell’assassino della figlia. In Sette Psicopatici, la fissazione di uno sceneggiatore di finire il suo script si congiunge alla reale mania omicida di un serial killer suo amico. In The Banshees of Inisherin l’ossessione è più sottile, ma presente: Colm è talmente preso dall’evitare Padraic che sembra dimenticare tutto il resto, anche le cose belle, e quella che potrebbe essere la sua vera ossessione positiva, terapeutica – la musica.

Poi, come nelle tragedie classiche, c’è destino e c’è profetessa. Nel mito Irlandese una Banshee urla all’incombenza di una morte. Il suo grido è annuncio di tragedia. Chi sia la vera Banshee di questa storia non è facilissimo saperlo – probabilmente la vecchia e isolata signora McCornick. Soprattutto nell’aspetto: coperta da un nero perenne (la gente si nasconde dietro i muretti quando la vede), parla per enigmi e insinuazioni. Ma dice la verità. È Jung a descrivere la depressione proprio come «una vecchia signora vestita di nero». Il filosofo svizzero suggerisce però di non scacciarla, questa tetra signora; ma piuttosto di invitarla a casa, trattarla da ospite. Ma tutti qui non fanno altro che sfuggirle. E così si rovinano. Sta proprio qui la colpa di questa gente: scappare dal dolore, dall’inevitabilità della noia, tentare di truffarla o far finta che non esista. Ma McDonagh non dà risposte. È davvero meglio accettarla (o perlomeno più onesto), quest’anziana in nero, abbandonare velleità e speranze di redenzione… o no?

Ma in questo film McDonagh vuole parlare anche di Irlanda. Il rapporto tra i due protagonisti del film fa in qualche modo da specchio alla Guerra Civile Irlandese: così succede che il tuo vicino d’improvviso diventi il tuo nemico. E forse – viene da pensare – anche in passato questi due, volendosi bene, si son fatti del male a vicenda, uno impedendo all’altro di lasciare l’isola e quindi di crescere (un po’ come l’Ira e il governo irlandese, amici, alleati, e poi di colpo avversari). Vivere a Inisherin vuol dire causare dolore, e riceverne altrettanto (vivere in Irlanda, più in generale). Subire violenza non solo dagli inglesi, prima, ma poi anche, più tardi, dai tuoi stessi amici. Cioè da te stesso. Tra tempeste notturne e pinte di Guinness, incendi, alcune risate (ma si ride sempre chiedendosi «è giusto farlo o no?») nelle due ore di questo film tutti cercano amore e nessuno sembra trovarlo. Padraic non lo trova in Colm, Colm in sé stesso, Siobhan nell’isola. The Bashees of Inisherin è uno splendido film, e doloroso. «Nessuno ha ormai più il coraggio di fare film tristi», ha dichiarato McDonagh in una recente intervista. Questo di sicuro è un film triste, triste e tragico. Ma anche divertente, e quanto è difficile – quanto è raro – riuscire a tenere assieme queste tre cose.

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