Il film di Francesco Sossai, presentato a Cannes e appena arrivato in sala, si muove lontanissimo dal tracciato del cinema italiano contemporaneo: di questo, di Veneto e di serate alcoliche abbiamo parlato con lui.
Questo articolo è tratto dal nuovo numero di Rivista Studio, uscito oggi e intitolato La vita vera Istruzioni per l’uso. Lo trovate in edicola, nelle librerie selezionate oppure, più semplicemente, sul nostro store online.
Tra le varie letture che mi sono sorbita quando cercavo di smettere di bere c’è un saggio di Holly Whitaker che si chiama Quit Like a Woman: The Radical Choice to Not Drink in a Culture Obsessed with Alcohol (mai finito: scusa Holly). Nelle prime pagine l’autrice osserva l’interessante fenomeno della glamourizzazione dell’alcol nei film e nelle serie tv pensate per un pubblico femminile, ad esempio Sex & The City, dove le protagoniste sono fissate col Cosmopolitan. Ecco, gli 8.6 gradi che stanno nel titolo del romanzo di Giulia Scomazzon, uscito con nottetempo a ottobre, sono quelli di una famosa birra in lattina che non assoceresti di certo alla femminilità, bensì a un gruppo di maschi di una certa età che fanno molto probabilmente un lavoro fisicamente stancante. E invece è la birra preferita di Alice, bevitrice indefessa e impenitente che sguazza nella vergogna ma non conosce il senso di colpa, protagonista di un libro che esplora l’alcolismo in un modo nuovo, illuminante e soprattutto esilarante. Ambientato in Veneto, patria dei bevitori e luogo di nascita dell’autrice, 8.6 gradi di separazione inizia raccontando la convivenza di Alice con Giacomo, il fidanzato integerrimo: razionale, metodico, vegano, sportivo, marxista.
Una situazione da incubo che infatti esplode presto, anzi subito, già nell’incipit, dove lei ci racconta di quando lui, in un momento di esasperazione, le tira addosso una stampante. Succedono tante altre cose, tenute insieme da una voce fortissima e irresistibile, quella di Alice, pensatrice raffinata e paradossalmente lucidissima che ha da dire la sua su tutto e tutti: dagli Alcolisti Anonimi (e gli psicologi, gli psichiatri, il Ser.D.) a Giacomo e la sua ossessione per il volontariato. Una voce molto diversa da quella del libro precedente, splendido e doloroso già a partire dal titolo, La paura ferisce come un coltello arrugginito (sempre nottetempo, vincitore del Premio Bagutta Opera Prima), il diario di un’indagine condotta dall’autrice, che in questo caso scrive di sé senza il filtro del romanzo, per ricordare la madre Roberta, morta di Aids nel 1995, quando lei era ancora piccola. Quando parlo con Giulia ha appena iniziato il tour per presentare il suo nuovo libro.
ⓢ Come sta andando con le presentazioni?
Finora ne ho fatte solo tre, nel triangolo d’oro del consumo alcolico: Treviso, Padova e il vicentino. Devo dire che non c’è stato un particolare interesse rispetto al tema dell’alcolismo in sé, immediatamente decifrato come sostanziale rispetto al territorio in cui viviamo. Abbiamo parlato più di come nel libro la dipendenza sia declinata al femminile, rispetto al classico racconto più o meno macchiettistico dell’avvinazzato triveneto, e dello spostamento a livello di contesto di consumo e generazionale, perché il contesto non è più quello socializzante dell’aperitivo, non ha quella funzione di ricompattazione post lavorativa, ma è privato e solitario.
ⓢ Alice critica gli Alcolisti Anonimi, gli psicologi e gli psichiatri, ma anche le persone a cui vuole bene: il suo spirito critico è sanissimo, il suo rapporto con la responsabilità, invece, un po’ più contorto. Una volta una psicologa mi ha detto che le dipendenze sono un modo per fuggire dalle responsabilità e che quindi nel mio percorso di guarigione dovevo imparare ad assumermi maggiori responsabilità, ad esempio sul lavoro. Ho immediatamente smesso di andarci. Che rapporto ha secondo te Alice con la responsabilità?
Se quella degli AA è un tipo di visione quasi calvinista, io sono affascinata da una dimensione dell’etica associabile al cosiddetto perfezionismo morale, alla corrente del trascendentalismo americano da Emerson a Thoreau, una responsabilità anzitutto nel trovare la propria voce, nel trovare il proprio significato vitale nello stare al mondo in relazione all’autenticità, che vuol dire anche magari isolarsi, separarsi dagli altri, prendere strade diverse. Quando parli di responsabilità, ipotizzo che la persona che te l’abbia proposto fosse di orientamento cognitivo comportamentale (esatto, nda), lì la responsabilità è proprio ridotta a qualcosa che non proviene internamente da noi, ma dall’esterno. Allora è una richiesta, cioè una richiesta di performatività. Nel bere c’è un rifiuto non tanto alla responsabilità quanto all’essere adulti, ma nella maniera in cui Alice ha assunto l’idea di cosa vuol dire essere adulti e cosa vuol dire essere adulti in Veneto. Ecco, il rifiuto di essere adulti in quel modo non è assolutamente un rifiuto etico verso il concetto, a cui credo, di responsabilità.
ⓢ Alice rifiuta anche un’altra cosa, l’identità dell’alcolista: lei “fa” l’alcolista, non “è” un alcolista. Un concetto che invece è alla base degli AA, ad esempio, dove sei invitato a presentarti come un alcolista anche se non bevi da 50 anni.
Mi viene in mente una puntata di South Park in cui il padre di Stan ha l’alcolismo e quindi è lì con la copertina, il termometro eccetera, continua a scolarsi birre e a dire «Ho l’alcolismo Stan, aiuto, ho l’alcolismo». Comunque sì, Alice si rifiuta di accettare che quel problema sia una sua definizione identitaria. Anche perché se la dipendenza è una risposta a un vuoto, vuole anche dire che è uno spazio di movimento. Mi pare che invece questa ossessione per un’identità, che spesso guarda caso l’identità della vittima, non permetta mai del movimento, non permetta mai di essere fastidiosi o stronzi, non permetta neanche agli altri di esserlo. Lungi da me fare un elogio delle dipendenze, ma sono affascinata da tutta l’umanità che si muove in quel vuoto e continua a muoversi, semplicemente si muove. A volte un sostegno ottimo è sottrarre alla persona che si percepisce in quel modo di essere solo quello, cioè ricordare che può anche essere qualcos’altro.
ⓢ Sicuramente in Alice c’è un po’, o molto, di Giulia: come mai dopo il primo libro che invece era autobiografico hai scelto di inventare, anche se parzialmente?
Questa volta ho dovuto per forza inventare cose per colmare idee, esperienze e conoscenze. Sono una grande amante di autori come Proust o Céline e nessuno parla dei loro libri come autobiografie, eppure si tratta soltanto di piccoli dettagli: il fatto che in realtà Albertine fosse un uomo non fa della Recherche una cosa meno autobiografica.
ⓢ Una caratteristica di questo romanzo, oltre alla descrizione profonda e perfetta dei meccanismi mentali della dipendenza e della vergogna (ad esempio la scena in cui Alice cerca di comporre una spesa “normale” per depistare le cassiere del supermercato e far passare in secondo piano che ogni giorno acquista dell’alcol) è che fa molto ridere.
Mi fa molto molto piacere e credo sia il riconoscimento che apprezzo di più, il miglior complimento. Il passaggio alla finzione mi ha sicuramente permesso di articolare una cosa che l’autobiografia mi ha un po’ imposto di sgretolare e cioè l’ironia come difesa dagli altri. Per due anni mi sono googlata e i risultati erano sempre “Giulia Scomazzon, orfana di Aids”, una cosa che non ti fa troppo sorridere, diciamo che non pensi a Giulia Scomazzon come a una persona in grado di strapparti grandi risate. Ora magari verrò associata a un’alcolizzata, magari fastidiosa, ma che tendenzialmente non ha il mio nome, quindi non sono io di fatto, non è quello che ho prettamente vissuto nella vita.
ⓢ Si percepisce che questa volta ti sei anche divertita tu, come scrittrice.
Sì. L’altro libro aveva avuto un valore terapeutico, in un senso ovviamente non risolto, questo mi ha permesso attraverso l’ironia di ricreare invece una distanza con l’altro, mentre con l’altro mi sembrava anche linguisticamente, stilisticamente di collassare dentro a quel ricordo, l’immagine di mia madre. Questo mi ha permesso alcune deviazioni, non userei per Alice il termine di “politicamente scorretto”, però mi ha permesso di poter dire certe cose, sul volontariato come esperienza più atroce o sul rapporto con una certa visione politica di Giacomo.
ⓢ Quando ha fatto il post per lanciare il libro, nottetempo ha fatto una cosa tipo “Se ti è piaciuto questo, ti piacerà anche” e ha messo Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh. In effetti le protagoniste hanno molto in comune: sono orfane, si isolano, usano l’autodistruzione come una specie di cura, hanno con la loro migliore amica un rapporto super sbilanciato…
Io di solito nelle mie letture seguo la mia monomania per alcuni autori, tipo quest’anno ho letto e riletto tante volte Yasmina Reza. Questo per dire che non l’avevo letto. Però mi ha incuriosito l’associazione e l’ho recuperato tutto d’un fiato con l’angoscia di verificare quante corrispondenze ci fossero. Una parte di me, ad esempio, ci sarebbe voluta andare molto più pesante sul rapporto tra Alice e Giulia. La protagonista di Moshfegh è per antonomasia l’amica stronza, pure l’altra non è troppo perfetta, quindi in realtà sono tutte e due delle umanità piuttosto disperate, mentre nel mio caso c’è un po’ un ribaltamento almeno di Giulia dalla considerazione che ne ha Alice all’inizio, rispetto a come si trasforma alla fine. Quindi, intanto, Alice è un personaggio che consente un cambiamento dell’altro e tutto sommato lo tollera anche. In più non si perde nei ricordi dei genitori assenti o carenti. Un’altra differenza è che la protagonista di Moshfegh alla fine in effetti si ritrova “guarita”, la cura ha funzionato, cioè lei aveva proprio bisogno di quell’anno di riposo e oblio: questo per me è stato straniante perché è difficile che funzioni così.
ⓢ In Moshfegh poi c’è il finale catartico con la morte dell’amica nell’attentato dell’11 settembre. Il tuo finale è molto meno pomposo, ma comunque catartico, a modo suo.
Sì, è interessante come forse anche per componenti generazionali, questa liberazione coincida in realtà con una visione di morte, nel caso di Alice con un sogno, nel caso di Moshfegh con questa immagine mediatica, del corpo che cade dalle Torri Gemelle, un’immagine che tutti quanti abbiamo visto e che quindi è un po’ da inconscio, non privato come quello di Alice, ma collettivo. Però ecco lì finisce come: ok, adesso si ritorna a vivere. Invece la mia idea era di finirlo con: si continua a vivere, un continuare a vivere che passa anche per una percezione onirica della morte come non più minacciosa.
ⓢ A proposito di coincidenze: ci troviamo nel bel mezzo di una specie di Veneto wave, al cinema è andato benissimo Le città di pianura di Francesco Sossai, un film diretto da un tuo quasi coetaneo che ruota intorno al Veneto e all’alcol.
È un film che ho amato molto, porta in scena due modelli che conosciamo tutti noi, mi basta uscire al bar qui sotto e trovo personaggi del genere, ma credo che in questo caso l’alcolismo abbia una funzione diversa, quella di renderli proprio due giullari shakespeariani, molto teatrali, sono caotici ma non antisistema, diciamo che il loro è un alcolismo che non mette troppo in difficoltà. In senso proprio registico ho amato la descrizione di questa provincia estesa e recintata contemporaneamente, iper collegata e iper separata e in cui le cose diventano molto offuscate, che sia per la nebbia o l’inquinamento. Anche in Alice c’è quella quella malinconia di un territorio che ha già perso, che ha da sempre abitato come un territorio morente. In noi veneti di questa generazione c’è probabilmente una malinconia per qualcosa che non abbiamo nemmeno mai visto, ma che sentiamo ci è stato tolto da sotto i piedi.
