Il peggiore dei mondi possibili in cui essere un reporter

Il 3 maggio è diventata anche la Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi, che non sono mai stati tanti come nel 2025. E anche per coloro che sopravvivono a violenze e soprusi, il lavoro diventa ogni giorno più difficile e pericoloso.

03 Maggio 2026

Oggi è la Giornata mondiale per la libertà di stampa. In Italia è anche la giornata in memoria dei giornalisti uccisi. I giornalisti non dovrebbero mai essere loro stessi la storia: è uno di quei mantra che si ripetono nelle redazioni di tutto il mondo da decenni. Ogni anno, il 3 maggio, però, la Giornata mondiale per la libertà di stampa viene celebrata in tutto il mondo e per un giorno si può fare uno strappo alla regola.

La ricorrenza nasce nel 1991, quando i giornalisti africani elaborarono la Dichiarazione di Windhoek, un documento che portò a una raccomandazione dell’Unesco e, due anni dopo, alla proclamazione ufficiale della Giornata da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. È un’occasione per i governi di rinnovare il proprio impegno per la libertà di stampa e per i professionisti dell’informazione di riflettere sull’etica del mestiere.

I morti e tutti quelli di cui non si parla mai

Tre giorni fa, il Senato italiano ha approvato all’unanimità la legge che istituisce la Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi, che cadrà ogni anno, sempre il 3 maggio. In aula si sono ricordati quasi 1500 cronisti uccisi nel mondo in vent’anni, tra cui nomi che hanno segnato la storia di questo Paese: Ilaria Alpi, Giancarlo Siani, Peppino Impastato, Maria Grazia Cutuli, solo per dirne alcuni.

È un atto giusto, sacrosanto. Il 2025 è stato l’anno più mortale per i giornalisti nel mondo, superando il record del 2024 e confermando una situazione che continua a farsi sempre più grave. Secondo il Commitee to Protect Journalists, 129 giornalisti sono stati uccisi nel 2025 (erano 124 nel 2024). Di questi, due terzi sono stati uccisi dalle forze armate israeliane (il 60 per cento erano giornalisti palestinesi che vivevano e lavoravano nella Striscia di Gaza), 3 dai droni FPV russi in Ucraina, 14 nella guerra civile in Sudan. Ma i morti sono solo la parte più visibile di un problema molto più grande: sono i rari casi in cui i giornalisti diventano la storia. Sotto c’è qualcosa di più difficile da misurare e raccontare: i giornalisti che convivono con la paura, quelli che vengono minacciati, quelli che non possono comunicare con il mondo perché non hanno accesso a internet – come in Iran, per esempio – quelli i cui dispositivi vengono sorvegliati, quelli che spendono anni, e spesso tutti i loro averi, a difendersi in tribunale, quelli che vengono arrestati e reclusi. Ci sono le giornaliste che passano la vita a difendersi da minacce di stupri e violenze, insulti sessisti, con conseguenze pesanti per la loro salute psicofisica.

E poi ci sono le “vittime collaterali”: le storie che non vengono scritte, le domande che non vengono fatte, le voci che non vengono ascoltate, i giornalisti che decidono che una storia non vale tutti questi rischi. Questo è il vacuum, il vuoto informativo che le minacce alla stampa producono. È la vittima ultima di una libertà di stampa erosa. Ed è quello di cui quasi nessuno parla, perché non c’è niente di cui parlare. Il vuoto, perdonatemi l’ovvietà, per definizione, non si vede.

Come si svuota l’informazione

Le minacce alle democrazie occidentali raramente arrivano con i carri armati, molto più spesso arrivano con gli atti di citazione. E con l’apparenza di operare dentro i confini della legge, della democrazia. Le SLAPP  – Strategic Lawsuits Against Public Participation, le cosiddette querele bavaglio – sono cause legali usate non per vincere in tribunale, ma per stancare, prosciugare risorse, mandare un messaggio. La Coalition Against SLAPPs in Europe (CASE) ha documentato 1.303 casi dal 2010, 167 solo nel 2024, in 43 Paesi.

Le SLAPP non sono le uniche minacce: si inseriscono in un fenomeno più ampio, il lawfare, crasi tra law and warfare (legge e guerra). Media Defence, organizzazione per cui lavoro, si occupa proprio di questo, offrendo assistenza legale ai giornalisti. Il 2025 è stato l’anno con più richieste dalla sua fondazione nel 2008, e il 2026 è già proiettato a superarlo di oltre il 30 per cento. In Italia, Ossigeno per l’Informazione documenta dal 2008 minacce, intimidazioni e querele contro i giornalisti, con particolare attenzione a chi si occupa di criminalità organizzata e diritti civili. Eppure questi dati sono solo la punta dell’iceberg. La maggior parte della censura avviene prima ancora di arrivare in tribunale, attraverso lettere legali e diffide che non entrano mai nel dominio pubblico. Ogni diffida è una storia che forse non verrà scritta. Ogni causa è un giornalista che, per anni, passerà più tempo con il proprio avvocato che con le proprie fonti.

Il caso più noto in Italia è quello di Roberto Saviano, assolto il 16 aprile scorso dopo quasi otto anni di processo per aver chiamato Salvini “Ministro della malavita”, un’espressione di Gaetano Salvemini del 1910. Saviano ha vinto. Ma è un’eccezione: è un autore di fama internazionale, ha visibilità globale e un team legale che ha potuto permettersi di pagare per quasi un decennio. La maggior parte dei giornalisti italiani è freelance e precaria, lavora per testate locali con budget ridotti. Per loro, una querela è spesso la fine della storia, letteralmente. Questo è il vuoto: non solo le notizie censurate o i giornalisti portati in tribunale, ma soprattutto quelle che non vengono mai tentate, le righe riscritte o cancellate per evitare problemi, le interviste che non si fanno. In inglese si chiama chilling effect: l’effetto paralizzante dell’autocensura. Le SLAPP hanno un impatto particolarmente forte sul giornalismo d’inchiesta, perché rendono il costo del lavoro investigativo insostenibile. Ma il chilling effect non colpisce solo chi viene querelato. Colpisce l’intero ecosistema dell’informazione. Produce un giornalismo più cauto, più diplomatico, più attento a non disturbare, e quindi meno utile ai fini democratici.

Non è un problema lontano

C’è una narrazione comoda, orba e con evidenti riflessi coloniali, che colloca queste minacce altrove, fuori dalle democrazie occidentali. Eppure, sono sempre più frequenti i casi di governi che minacciano la revoca delle licenze alle emittenti, limitano l’accesso ai luoghi del potere, querelano testate per averli criticati (e non sto parlando solo di Donald Trump).

In Argentina, Javier Milei ha promosso apertamente una retorica ostile verso la stampa, scrivendo che «non si odiano abbastanza i giornalisti», ha avviato azioni legali contro diversi cronisti e revocato le credenziali ai corrispondenti accreditati alla Casa Rosada. In Italia, nel luglio 2024, esponenti del governo hanno risposto a un report europeo pubblicando liste di “giornalisti anti-Meloni”. La Federazione nazionale della stampa ci ha ricordato, con orrore, aggiungo io, di quanto questa pratica richiami le liste di proscrizione.

La Giornata mondiale della libertà di stampa nasce anche come momento di solidarietà con i media sotto attacco. È una missione nobile. Ma non bisogna dimenticare che la forma più diffusa di oppressione non produce martiri riconoscibili, produce paura e silenzi. Questo vuoto è il problema perché non si vede, non si misura facilmente, non fa notizia. Non c’è niente da denunciare, niente da commemorare. Si può chiamare democrazia un sistema in cui chi dovrebbe raccontarla è costretto a decidere, ogni volta, se vale la pena rischiare la propria sicurezza, la propria libertà, la propria stabilità economica?

La risposta dipende da quanto siamo disposti ad accettare un’informazione che ha imparato a non disturbare. E da quanto tempo abbiamo smesso di chiederci cosa ci fosse nelle storie che non abbiamo mai potuto leggere.

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