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23:34 giovedì 9 aprile 2026
Per la prima volta in dieci anni non c’è neanche un film italiano in corsa per la Palma d’oro al Festival di Cannes Le ultime speranze riguardavano il nuovo film di Nanni Moretti, Succederà questa notte. Che però, a quanto pare, non è ancora finito.
La tregua tra Usa e Iran prevederebbe un pedaggio di 2 milioni di dollari per ogni nave che passa per lo Stretto di Hormuz. Prima della guerra non c’era nessun pedaggio Il problema è che, secondo l diritto internazionale, non si può imporre un pedaggio in acque internazionali. Ma sia Iran che Usa hanno promesso di farlo.
L’autrice del best seller The Housemaid ha rivelato la sua vera identità perché era stanca di chi sosteneva che fosse un maschio Ha venduto milioni di copie in tutto il mondo con lo pseudonimo Freida McFadden, ma alla fine è deciso di rivelare il suo vero nome, Sara Cohen.
Un’importante associazione americana ha chiesto la rimozione di Trump in base al 25esimo Emendamento, quello che permette di destituire un Presidente perché mentalmente instabile La National Association for the Advancement of Colored People ricorrerà a questa misura estrema, usata, e solo in parte, in altri tre casi nella storia.
Dopo le polemiche sul mancato finanziamento da parte del Ministero della Cultura, decine di cinema in tutta Italia stanno riportando in sala il film su Giulio Regeni Oltre 60 cinema tra Roma, Milano, Torino, Bologna e Firenze hanno deciso di ricominciare a proiettare il film. E altri se ne stanno aggiungendo ora dopo ora.
Una biblioteca di Chicago cerca persone che sappiano leggere il corsivo per trascrivere dei testi antichi ma fatica a trovarle perché sempre meno persone sanno leggere il corsivo La Newberry Library sta trascrivendo tutti i documenti in corsivo conservati nel suo archivio, ma il progetto prosegue a rilento perché la lettura del corsivo è una competenza rara, ormai.
L’ultimo trend nel turismo è l’extreme daytrip, cioè viaggi all’estero, con voli low cost, che durano un giorno solo e in cui si visita tutto il visitabile in 24 ore senza fermarsi mai È la gitarella in giornata portata alle estreme conseguenze. Di stress, di turistificazione e di impatto ambientale, soprattutto.
Asghar Farhadi ha scritto una lettera in cui chiede a tutto il mondo del cinema di protestare contro Stati Uniti e Israele per quello che stanno facendo in Iran «Al di là di qualsiasi convinzione o posizione, uniamoci per fermare queste azioni disumane, illegali e distruttive», ha scritto il regista.

Giorgio Chinaglia

Commento a una foto del 1983 di Giorgione Chinaglia che dice di lui molto più di 1000 coccodrilli

06 Aprile 2012

«Io stavo col libanese» urlato dal Bufalo nelle prime pagine di Romanzo criminale e poi replicato anche nella serie tv (non a caso inesistente nel brutto film di Placido) è un grido di autentica rivendicazione, senza filtri, come una eredità acquisita di colpo proprio mentre la Magliana rimane indifferente. Ma è anche una rivendicazione mozza perché sa di essere certa del passato e non più del futuro. Solo che questo orgoglio non ne vuole sapere di restare in gola, e allora cerca davanti a sé l’ultimo spazio per un gesto preciso che ne racchiuda tutto il senso.

C’è una foto scattata a Roma nel 1983 nella curva Nord del vecchio stadio Olimpico. È una immagine che racconta l’eco di una turbolenta capitale anni Settanta. Nessuna allusione al piombo della criminalità organizzata o del terrorismo. Il riferimento è ad altre schermaglie e barricate. Ma dentro c’è la storia di una rivendicazione potente quanto quella romanzata da De Cataldo. È domenica e si gioca Lazio-Inter. Il campionato appena finito è stato vinto dalla Roma. Quell’uomo sotto la pioggia, con l’impermeabile chiaro, circondato dai tifosi, è Giorgio Chinaglia. Ha la sicurezza e l’atteggiamento del patriarca. «La Lazio è una cosa mia» disse una volta. C’è anche un video di quell’apparizione. Il neopresidente tornato dagli Stati Uniti apposta per salvare la sua Lazio, in curva ci arriva da solo, alcuni tifosi gli fanno scudo mentre sale le scale. Chinaglia tira dritto fino in cima, non si scompone. C’è chi lo vuole toccare, chi lo vuole proteggere, chi lo abbraccia e lo bacia, come fosse un padre. Eppure Chinaglia sembra solo nella sua determinazione.

Nel 1983 la curva è ancora vecchio stile, cinta da uno striscione unico lungo cinquanta metri immortalato nella sigla di 90° minuto. Ha già vissuto il dramma di Paparelli ma il dresscode da ultrà non è arrivato. Le facce sono gioiose. Chinaglia ha con sé una targa da donare ai tifosi, c’è uno striscione con dedica per loro sulla pista d’atletica. Ma non è quella la vera rivendicazione catturata nella foto. Quando Chinaglia arriva nel mezzo della curva e un faro lo illumina, c’è un mantra di qualche anno prima che sale spontaneo tra i tifosi, poi scappa di mano, ognuno per sé, poi ritrova la sua scansione corale: «Giorgio Chinaglia è il grido di battaglia». Per tre volte.

A essere rivendicata è proprio la solitudine del patriarca. Serve la sua rude sfrontatezza per risorgere. Lo scudetto del ’74 è lontano e finito in pezzi con la morte dell’allenatore Maestrelli e del giocatore Luciano Re Cecconi. Poi è arrivato il calcio scommesse e la discesa in B nel 1980 con il Milan. E’ rimasto l’ex enfant prodige D’Amico, ci sono i giovani Giordano e Manfredonia. Ma non basta. Sembrano tutti figli in attesa del padre. Anche nella sua assenza Chinaglia resta il padrone dell’immaginario laziale.

Oltre a essere spavaldo e tifoso della sua squadra senza essere romano, il patriarca aveva avuto i numeri dalla sua. Quello che Pasolini chiamava astiosamente un giocatore «perfettamente inutile, una punta goffa e delirante» era riuscito a portare a Roma il primo scudetto dal dopoguerra, dopo un decennio laziale di stenti. E a diventare un cannoniere alla Riva e il primo laziale a segno nella nazionale dopo Silvio Piola. Chinaglia aveva alzato la posta del romanzo laziale da un giorno all’altro. Di criminale c’era che alle provocazioni e agli insulti reagiva, anche al cinema. Diceva di votare Almirante e condivideva la stanza con il borgataro comunista Oddi. Il selvaggio, pazzo, sentimentale Chinaglia metteva paura. Quel dito sotto la Sud nel derby i romanisti non glielo perdonarono mai e le minacce alla moglie Connie contribuirono all’arrivo nei Cosmos di New York con Pelè.

Eppure il bilancio di quella nuova solitudine da presidente è negativo. Una salvezza all’ultima giornata e poi il disastro l’anno dopo. Di nuovo il patriarca vola in America senza un soldo, costretto a mollare prima della fine del campionato. Le due famiglie, quella della Lazio e quella degli affetti, si separano per la seconda volta. Ha provato di nuovo a riunirle nel 2005 ma Chinaglia si è fidato delle persone sbagliate ed è tornato in America senza poter mai far ritorno a causa di un mandato di cattura per riciclaggio. Per questo all’epoca in America lo hanno paragonato a Tony Soprano, anche per via della somiglianza fisica con Gandolfini. Ma del boss del New Jersey Chinaglia ha condiviso nel bene e nel male proprio l’ossessione dell’equilibrio impossibile tra le due famiglie.

Giorgio Chinaglia è morto a Naples in Florida domenica scorsa a 65 anni. L’ultima foto che lo ritrae ufficialmente l’ha scattata Gregg Khan del giornale Naplesnews.com. Il patriarca affiora dagli interni bianchi della bara aperta, nella classica veglia funebre americana. Mentre su un telo che scende dal soffitto viene proiettata una foto con Pelè e la moglie Angela abbraccia un amico circondata da mazzi di rose bianche, Chinaglia se ne sta ancora una volta da solo, stavolta per sempre.

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