George R.R. Martin vuole fare tutto, tranne finire la saga delle Cronache del ghiaccio e del fuoco

Lo scrittore ha recentemente ribadito che «non è dell'umore giusto» per scrivere il finale, gettando nello sconforto chi da anni lo attende. Ma il tormentato rapporto con la sua opera più famosa dice molto su cosa significhi oggi essere uno scrittore di successo.

11 Marzo 2026

George R.R. Martin l’ha fatto ancora: ha rimesso il dito in quella piaga chiamata Game of Thrones, che da sette anni tenta, faticosamente, di rimarginarsi. «Mi è chiaro che The Winds of Winter – uno dei due libri destinati a concludere la saga – è la priorità, ma… non lo so. A volte non sono dell’umore giusto per lavorarci», ha dichiarato poche settimane fa in un’intervista a Hollywood Reporter. Ma come si fa a credere a qualcuno che è riuscito a costruire un impero economico e che tuttavia non riesce – o forse non vuole – portare a termine la storia che lo ha reso celebre? La risposta sembra stare proprio lì, nel suo posto fisso negli uffici della Warner Bros. e della Hbo, conquistato dopo una vita di tentativi, da cui continua a soffiare negli occhi del pubblico quella stessa polvere magica fatta di spin-off, sequel e prequel che tengono viva la nostalgia di un mondo abitato da draghi, metalupi, re folli e cavalieri ostacolati dalla propria virtù.

Ricordo perfettamente la sensazione che mi lasciò, nel 2019, l’ultima puntata di Game of Thrones, la serie targata Hbo ispirata alla saga letteraria A Song of Ice and Fire. Una tristezza che sfumava nella delusione, e poi precipitava nel rancore di chi si sente, senza preavviso, abbandonato. C’ero io, a lamentarmi con chi aveva condiviso con me anni di attese e climax di fine stagione, e c’erano milioni di altre persone: per la precisione, 1,9 milioni, che dalle lamentele passarono alla mobilitazione, firmando una petizione su Change.org per chiedere alla casa di produzione di rifare da zero l’ottava stagione. Un finale detestato in ogni modo possibile, ancora di più di quello di Lost, oggi peraltro sempre più riconsiderato, e che in pochi minuti riuscì a piantare letteralmente un pugnale nel petto di quella che, per molti di noi, era la vera protagonista della saga: Daenerys Targaryen, interpretata da Emilia Clarke. George R.R. Martin – un nome che sembra fatto per essere stampato in copertina –, un patrimonio stimato intorno ai 120 milioni di dollari, la barba bianca increspata, la stazza da Babbo Natale, il cappello da marinaio, i cardigan colorati e gli occhiali anni ’70, è diventato negli anni uno degli autori più riconoscibili al mondo. Ed è proprio in lui che, allora, abbiamo riposto le nostre speranze.

La Ribellione di George

Era chiaro, infatti, che la serie avesse ormai superato i libri, lasciando gli showrunner a muoversi in un territorio che, a quel punto, non apparteneva più davvero a nessuno. Fu naturale pensare che fossero stati loro a rovinare tutto, e che Martin avrebbe prima o poi scritto il finale glorioso che sentivamo di meritare. Oggi, però, sono passati quindici anni dall’ultimo volume pubblicato, e appare sempre più evidente che – vista l’età di Martin, 77 anni, le sue condizioni di salute non impeccabili e il fatto che all’appello manchino ancora non uno ma due libri, The Winds of Winter e A Dream of Spring – quel finale non arriverà mai. Anche perché, di recente, ha sciolto ogni dubbio sulla possibilità di affidare il completamento dell’opera, in caso di morte, a un altro autore. «Se dovesse succedere, resterà incompiuto, come Il mistero di Edwin Drood», ha dichiarato, riferendosi all’ultimo romanzo di Charles Dickens. Eppure il mondo che ha creato è tutt’altro che congelato: continua a espandersi, senza sosta, attraverso spin-off confermati o solo vociferati, e persino un’opera teatrale londinese dedicata alla Ribellione di Robert.

Un fatto che ribalta una logica a cui siamo sempre stati abituati: quella per cui sono i libri, per un autore, l’unico strumento attraverso cui dettare il destino e le dinamiche di una storia. È ciò che è accaduto con J. R. R. Tolkien e la sua Terra di Mezzo, che ha continuato ad ampliarsi anche dopo la sua morte attraverso Il Silmarillion, i Racconti incompiuti e i dodici volumi della Storia della Terra di Mezzo. Con George R. R. Martin, però, questo stesso processo di stratificazione si è trasferito – per la prima volta in modo pienamente consapevole – nell’ecosistema espanso dello streaming. «Ho materiale per altri cento show», confida George R. R. Martin al giornalista James Hibberd, più o meno durante la quinta stagione di GoT. La sua più grande preoccupazione, allora, era che Hbo non producesse altre serie ambientate a Westeros. Un timore che si è rivelato del tutto infondato e che, per esito, vorrei tanto che somigliasse almeno a un paio dei miei.

Addio a Westeros

Per una regina Targaryen perduta, al pubblico se ne può sempre offrire un’altra da amare. Anzi, un’intera famiglia. Così, nel 2022, arriva House of the Dragon, il prequel che racconta il conflitto che ha lacerato la casata Targaryen, passato alla storia come la Danza dei Draghi: la guerra tra Rhaenyra Targaryen e i suoi fratellastri, che segna l’inizio della fine della dinastia e, insieme, quella dei draghi stessi. A differenza della serie madre, la nuova serie si basa su eventi trattati in poche decine di pagine di Fuoco e Sangue, pubblicato nel 2018: una sorta di trattato storico che ricostruisce le genealogie dei sovrani dalle chiome argentate. Uno scheletro narrativo essenziale che lo showrunner Ryan Condal arricchisce di dialoghi e sfumature, con il coinvolgimento diretto di Martin, presente fin dalle prime fasi del progetto. La prima stagione è un capolavoro visivo e di sceneggiatura che, nei suoi momenti più alti, ricorda l’adattamento di una tragedia shakespeariana, e che non a caso si aggiudica due Emmy, un riconoscimento ancora raro per il fantasy televisivo. Ma se all’esterno tutto sembra procedere senza intoppi, è proprio allora che, dietro le quinte, iniziano ad affiorare le prime tensioni.

L’opinione di George R. R. Martin resta importante, ma non più decisiva per Condal e lo showrunner Miguel Sapochnik, che iniziano progressivamente a discostarsi dalle sue indicazioni, introducendo modifiche sostanziali alla storia. È questo atteggiamento a spingere Martin a esporsi pubblicamente sul proprio blog, dove arriva a definire la collaborazione ormai «terribile». Un gesto che non passa inosservato ai dirigenti di Hbo e che, anzi, conduce direttamente alla notizia di questi giorni: la collaborazione non verrà rinnovata per la terza stagione di House of the Dragon. Morto un papa, però, se ne fa un altro. La giustificazione più diffusa per questa separazione è la volontà di George R. R. Martin di concentrarsi – in qualità di co-creatore ed executive producer – su un nuovo progetto. Niente draghi, questa volta, ma, come ha detto lui stesso, «un campo, tante tende e qualche cavallo»: A Knight of the Seven Kingdoms, lo spin-off basato sulle tre novelle fantasy dedicate alle avventure di Dunk ed Egg, pubblicate nel 2005 e ambientate novant’anni prima degli eventi di GoT. Stavolta Martin è entusiasta del risultato: le novelle, per struttura e dialoghi, funzionano già quasi come una sceneggiatura, e lo showrunner Ira Parker gli ha garantito che l’ultima parola resterà sempre la sua — motivo per cui, racconta divertito, finisce spesso per dargli dell’idiota.

Vorrei finire di scrivere ma non posso

E così, ancora una volta, Martin ce l’ha fatta. Uscita da poche settimane, la serie ha già stabilito un record su IMDb con il suo quarto episodio, diventando quello con il punteggio più alto del franchise: 9,7 su 10. Eppure, mentre il trailer della serie si diffondeva su YouTube e sui social, il commento, ripetuto all’unisono, era sempre lo stesso: «Finisci i tuoi libri, George!». Una frase che, pare, gli abbia detto di persona anche Robert Redford, con cui ha collaborato a Dark Winds. Ma Martin non è Tolkien, né C. S. Lewis, né Robert Jordan: non ha mai avuto un rapporto viscerale con le sue opere, né il bisogno urgente di condurle alla fine. Nel corso degli anni, tanto sul suo blog personale quanto nelle interviste, le giustificazioni, dalle più articolate alle più disarmanti, quasi ridicole per quanto sincere, non hanno mai smesso di ripetersi. «Ho sempre avuto problemi con le scadenze», oppure: «Sto riscrivendo. Sto lottando. Forse sono troppo ottimista sulla velocità con cui riesco a scrivere queste cose». E ancora, confidando ai giornalisti: «Voglio finire. Sarebbe un fallimento totale per me non riuscirci».

È la condivisione di un caos che non è soltanto creativo, ma anche emotivo, lo stesso che anni fa lo ha spinto a isolarsi in una capanna nel bosco, e che oggi mi porta a provare nei suoi confronti – e questa, per me, è la vera novità – una forma di tenerezza. Perché, per quanto sia difficile accettarlo, arrendersi alla possibilità che un epilogo non arrivi mai, o che un autore trovi altrove le proprie priorità, è forse l’unica cosa che abbia davvero senso fare. Perché i segnali ci sono sempre stati. Martin ha iniziato l’opera letteraria più importante della sua vita mentre stava ancora lavorando a un’altra, che non ha mai concluso, e nel frattempo ha dato priorità allo sviluppo di videogiochi e ad altri adattamenti televisivi delle sue storie, come la serie Nightflyers: progetti che, inutile precisarlo, restano minori rispetto alla portata di A Song of Ice and Fire.

Non potevamo davvero aspettarci da lui il massimo della coerenza o della costanza. E infatti, anche all’orizzonte di A Knight of the Seven Kingdoms comincia già a delinearsi un potenziale problema. «Ho scritto solo tre novelle, e ho molte altre storie su Dunk ed Egg nella mia fottuta testa», ammette Martin. «Devo metterle su carta». I miei occhi roteano al cielo. No, dai, un’altra volta? Poi mi rendo conto che George R. R. Martin ci stia conducendo altrove, oltre i confini del suo stesso mondo fantasy. Verso un luogo in cui una saga letteraria può sopravvivere alla propria incompiutezza sulla carta, sostenuta e plasmata dallo sguardo rapido e pragmatico di chi, ogni giorno, attraversa le porte di quegli uffici specchianti a Burbank, in California.

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