Cultura | Pop

Com’è nato il mito di Friends

Prima dello streaming, prima del #MeToo, prima del terrorismo e prima di Trump c'era la sit-com Nbc, che quest'anno compie venticinque anni.

di Valentina Della Seta

Matt Le Blanc, Matthew Perry, Courteney Cox, Jennifer Aniston, David Schwimmer e Lisa Kudrow nell'ultima stagione di Friends, 1999. Foto Getty Images

Non ho visto Friends alla prima messa in onda della Rai nel 1997. Due anni prima era uscito Kids di Larry Clark, a Roma il sabato notte c’erano gli illegali, al ritorno a casa ascoltavo Come To Daddy di Aphex Twin. I sei protagonisti della sit-com, con le tazzone di caffè e le cucine stipate di mobili di recupero, mi sembravano petulanti, le loro vicende mi attiravano quanto l’idea di restare a casa con i genitori invece di andare a una festa.

Friends il 22 settembre ha compiuto venticinque anni. L’ho riscoperto un paio di anni fa su Netflix, e da allora ho iniziato a guardarlo con i figli la sera all’ora di cena, in una bruma di felicità domestica che mi sono trovata ad apprezzare. Lo vediamo in inglese, con i sottotitoli, alcune battute di Joey o di Chandler ci fanno ridere così tanto che a volte qualcuno deve scappare in un’altra stanza per riprendere fiato e mandare giù il boccone senza strozzarsi. Con la versione italiana non potrebbe succedere: l’adattamento ha annientato la comicità, cancellato i giochi di parole e i modi di dire ricorrenti, il doppiaggio ha bonificato le variazioni di voce, trasformato la temerarietà verbale e i tentennamenti strategici degli attori in tonalità impostate da scuola di dizione. Le risate dal vivo, i boati e gli applausi del pubblico sono stati sostituiti con risate preconfezionate. Dopo che lo streaming ci ha liberato dalla dittatura del doppiaggio ho visto ogni episodio almeno tre volte, e in alcune occasioni mi sono trovata a pensare a Friends (come pare capiti ai ventenni di oggi) come a una serie in costume. Certo, il cast è troppo bianco per la sensibilità contemporanea finalmente attenta alla diversità. Le imbottiture di gommapiuma dei flashback con Monica grassa e le battutine sul padre transessuale di Chandler, interpretato da Kathleen Turner, fanno rabbrividire. C’è un matrimonio lesbico, ma le spose non si baciano mai. Per il resto, c’è qualche cosa nell’ingranaggio creativo di Friends che lo rende in qualche modo inesauribile. Come accade con i classici, la serie sembra avere sempre qualcosa di nuovo da dire.

Ma qual è la sua storia? Cercando in rete, fino a qualche tempo fa non era possibile trovare niente che non avesse a che fare con la pettinatura di Jennifer Aniston, le dipendenze di Matthew Perry, i filler di Courteney Cox. Curiosità, pettegolezzi, trivia, recap delle trame, ma nessuna analisi articolata. Le cose più interessanti che avevo trovato erano un pezzo di Vulture del 2014 che raccoglie le critiche dell’epoca di esordio della serie («Non so dove viva Ross. In effetti, mi ci sono volute due settimane per capire che Ross è il fratello di Monica e non il suo amante», scriveva Entertainment Weekly. Per Variety «Alimenta la promiscuità, offre esempi di un’apertura mentale che confina con l’ottusità. Non è un buon esempio per i giovani»), e due video di backstage su YouTube (qui e qui).

Cercavo chi parlasse di Friends in modo approfondito, prendendolo sul serio: il 17 settembre è uscito Generation Friends di Saul Austerlitz (Penguin Random House). Austerlitz, che insegna scrittura comica alla New York University e ha pubblicato altri libri dedicati alle sit-com, racconta dettagliatamente (368 pagine) la nascita, gli sforzi e la consacrazione di Friends: «Volevo ricostruire la storia di uno show nato in un panorama mediatico completamente diverso da quello di oggi – prima dello streaming, prima del #MeToo, prima del terrorismo, prima di Trump – e capire le radici del suo successo che dura ancora oggi».

Era la fine del 1993: «Una giovane autrice tv, Marta Kauffmann, stava guidando lungo Beverly Boulevard quando aveva notato un locale, l’Insomnia Café», scrive Austerlitz, che descrive il vecchio divano del bar, le file di lucine natalizie usate per decorare, gli scaffali pieni di libri mescolati. Kauffmann aveva allora trentasette anni. Si era trasferita a Los Angeles da New York con il socio David Crane, conosciuto ai tempi dell’università. Insieme avevano inventato nel 1990 la sit-com Dream On per Hbo (andata avanti fino al 1996). Dopo un paio di anni l’avevano lasciata in mano ad altri e adesso erano alla ricerca di un progetto nuovo. Il 1993 non aveva dato frutti. I loro pitch erano stati rifiutati dalle reti. Kauffmann era preoccupata e aveva nostalgia del gruppo di amici che frequentava nel tempo libero a New York. C’è un’altra cosa. Dopo Dream on, che aveva un solo protagonista, lei e Crane volevano a tutti i costi evitare di avere a che fare con gli alti e bassi di una singola star (cosa succede quando ha il raffreddore?) e avevano perciò deciso di lavorare esclusivamente a una serie corale. L’idea di Friends arriva da qui, da una mescolanza di elementi sentimentali e pratici. Erano anche gli anni del boom americano di Starbucks, fondato nel 1987 a Seattle da due insegnanti e uno scrittore. Cinque anni dopo Starbucks aveva 161 locali negli Stati Uniti: «Il caffè stava diventando uno stile di vita. I giovani americani passavano il tempo nelle coffee house chiacchierando, ridendo e scambiandosi confidenze, occupando questi nuovi spazi e facendoli propri».

Kauffmann, Crane e il produttore Kevin Bright scrivevano così nella prima versione concreta del concept di Friends, un documento di sette pagine da inviare alle reti, che illustrava i personaggi, il setting, e alcune delle avventure che avevano immaginato: «La serie parla della ricerca dell’amore, dell’impegno e della sicurezza. E della paura dell’amore, dell’impegno e della sicurezza. Al centro c’è l’amicizia, perché quando sei giovane e single in città i tuoi amici sono la tua famiglia». Per Kauffmann e Crane era fondamentale che i personaggi femminili fossero protagonisti: «Non dovevano essere solo fidanzate, sorelle o spalle comiche», scrive Austerlitz. Nei testi era vietato l’uso della parola “bitch”. Per buttare giù i copioni della serie i due autori avevano assoldato un team di scrittori e scrittrici poco più che ventenni, che mettevano nelle storie le loro esperienze. Tutto quello che è arrivato dopo, dagli sviluppi narrativi della trama al successo planetario, era inatteso. Gli autori non avevano idea di come avrebbero gestito la storia d’amore tra Rachel e Ross, o che la passione erotica tra Chandler e Monica sarebbe diventata una cosa seria. Il fatto che i personaggi abbiano un passato, ricostruito con i dialoghi e a volte con puntate a tema, è unico nel panorama delle sit-com, che di solito si muovono in un eterno presente. Per preparare il copione di un episodio si lavorava giorno e notte dal lunedì al venerdì, quando si registrava la puntata in cinque ore di scene davanti al pubblico in un teatro di posa. Tra una scena e l’altra c’erano numeri di stand-up comedy per tenerlo in caldo. Kauffmann aveva fatto mettere in piedi una nursery per la crew negli studi, chi ne aveva bisogno poteva portarsi i bambini.

Gli scrittori giovani erano in competizione su chi avrebbe inventato le battute migliori (le chiamavano “bombe” per come facevano esplodere le risate). Se le battute non funzionavano come previsto il copione veniva riscritto in corsa, anche con il contributo degli attori. La loro amicizia era cresciuta anche fuori dal set. Passavano insieme weekend e compleanni, forse anche perché si sentivano al riparo da una popolarità sempre più invasiva. All’inizio di Friends l’unica a essere già famosa era Courteney Cox, che aveva ottenuto un compenso più alto degli altri. Ma al momento di firmare il contratto per il terzo anno di messa in onda gli interpreti si sono impuntati per ricevere tutti gli stessi soldi. Durante il corso di dieci stagioni sono passati da circa ventimila dollari a un milione a puntata. E a proposito di denaro, c’è chi ha sempre contestato a Friends una mancanza di realismo. Phoebe, Monica, Rachel, Ross, Chandler e Joey non fanno quasi niente tutto il giorno. Passano i pomeriggi su un divano color ruggine a parlare di sesso, ma hanno vestiti firmati e sempre diversi (c’è un bel capitolo sui costumi nel libro di Austerlitz), la manicure appena fatta e possono permettersi appartamenti in centro a New York. Phoebe, Joey (e a un certo punto Rachel) sono più poveri: un episodio è incentrato sul conflitto con gli altri proprio su questo tema. Ma se la cavano sempre, e forse è sempre stato questo a renderli così piacevoli da guardare. Per i ragazzini, che possono vedere come diventare adulti non sia poi così complicato. E per noi, che in qualche modo ci sentiamo meno in colpa per non esserlo diventati.

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