Attualità

Frida Kahlo è davvero un’artista?

Ha inaugurato l'1 febbraio al Mudec di Milano la mostra dedicata alla pittrice che è diventata un marchio, simbolo di un'arte che piace a tutti.

di Clara Mazzoleni

Al Mudec di Milano ha appena inaugurato una grande retrospettiva di Frida Kahlo. Si chiama Frida. Oltre il mito e rimarrà aperta fino al 3 giugno. Una parte della mostra sarà accompagnata dal brano “Diego e io” di Brunori SAS che racconta la storia d’amore tra la pittrice e il muralista messicano Diego Rivera. A mio parere si tratta di una canzone mostruosa: è così brutta che la considero un’offesa personale. Frida Kahlo, invece, non si offende: ormai è abituata a questo tipo di trattamento. Dagli assorbenti ai calzini, la sua faccia è finita ovunque (per verificare: un articolo con tanti esempi). La sua testa è diventata la versione artsy, terzomondista e di sinistra (ma no, ha perso anche ogni connotazione politica) di Hello Kitty. Ha ispirato perfino un progetto editoriale italiano: Freeda Media. E mi dicono che quest’anno a Sanremo ci sarà una canzone dei The Kolors che si chiama “Frida (mai, mai mai)”.

Insomma: Frida Kahlo ha veramente rotto. Quasi arrivo a capire chi la odia e non la considera nemmeno un’artista. E se fosse immensamente sopravvalutata? «Frida Kahlo sta all’arte come Il Piccolo Principe e Il gabbiano Jonathan Livingston stanno alla letteratura» dice chi la detesta. E poi: «La sua pittura è piatta, didascalica. Tutto è facile e comprensibile: non lascia spazio all’enigma». Quadri facili + biografia travagliata + stile riconoscibile e fotogenico = il kit ideale da regalare a ogni ignorante che si approcci all’arte: la donna forte che ha sofferto, lo spirito indomito, l’artista femmina per eccellenza. «Messicana, bisessuale, comunista e sessualmente focosa fa la felicità di chiunque voglia di dimostrarsi politically correct e open minded. E i suoi dipinti? Esotici, colorati, piacevoli, pieni di animali, lacrime e cuori». E ancora: «A entusiasmarsi per l’ennesima retrospettiva di Frida Kahlo sono quelli che fanno la fila per vedere le mostre interattive di Van Gogh, con le stelle e i cipressi che ti vorticano intorno».

Tutto giusto. Ma l’istinto mi spinge a cercare di difenderla. È colpa sua se le sue opere si prestano a una lettura così semplicistica? Se i film che raccontano la sua vita fanno schifo? (Frida, Naturaleza Viva, del 1986, è lentissimo e soporifero,  quello del 2002 con Salma Hayek è piatto e superficiale). Poniamo che Frida Kahlo non sia una grande artista, ma un’illustratrice straordinaria. E allora? Resta una grandissima pop star. La sua biografia è oggettivamente affascinante. La spina bifida, gli studi per diventare medico, l’incidente a 18 anni (32 operazioni chirurgiche). La lunga convalescenza che la spinge verso la pittura. 

L’autoritratto è figlio della solitudine, della noia e dell’insicurezza, come dimostrava un progetto su Instagram dell’artista Amalia Ulman (anche lei lo cominciò in ospedale, ricoverata dopo un incidente). E a proposito di selfie: cosa sono gli autoritratti se non i selfie prima dei selfie? Frida Kahlo anticipa Kim Kardashian: entrambe ossessionate dall’auto-rappresentazione, entrambe mogli di uno degli artisti più influenti del periodo storico in cui vivono. Diego Rivera come Kanye West. Oggi svalutato, in vita Rivera è stato molto più famoso di Frida. Grasso e brutto ma carismatico, la tradì perfino con Cristina Kahlo: sua sorella. I due divorziarono, ma si risposano dopo un anno. Come restare indifferenti di fronte a una storia d’amore del genere?

Certo, la commistione tra arte e impegno politico non entusiasma neanche me, anzi. Ma nonostante Kahlo sia stata, come suo marito, un attivissimo membro del Partito comunista messicano, a differenza di lui non ha mai intinto il pennello nella militanza politica. Ha adottato gli stilemi del muralismo, ma si è liberata della retorica dei suoi soggetti. Ha usato la semplicità di quello stile per decifrare se stessa, trasformando la sua personalità e la sua storia in un insieme di simboli. La sua pittura è un memoir. Guardare le sue opere, per me, è come guardare su Google Immagini le foto delle varie fasi della vita di Lindsay Lohan: non riuscirò mai a trovarle noiose.

Kahlo è stata una degli artisti e intellettuali che firmarono la richiesta di grazia per i coniugi Rosenberg, poi giustiziati per presunto spionaggio. I Rosenberg compaiono anche nell’incipit di La campana di vetro di Sylvia Plath («It was a queer, sultry summer, the summer they executed the Rosenbergs»). Un’altra artista inflazionata, consumata dall’uso, come la superficie di marmo di una statua che tutti, fedeli e turisti, strofinano con la mano. Un gesto leggero e frettoloso (una citazione qui, un post là, un travestimento per Halloween: fiori in testa, monociglio, smalto rosso), che però, a lungo andare, smussa gli spigoli e appiattisce tutto.

Sylvia Plath e Frida incarnano lo stesso stereotipo dell’artista tormentata, ambiziosa, tenace, sessualizzata. («Out of the ash I rise with my red hair / And I eat men like air», Plath in Lady Lazarus). Entrambe ispirano illustrazioni a tema floreale e imitazioni della capigliatura. Entrambe hanno amato uomini di merda: il poeta Ted Huges (almeno lui era un bell’uomo) è famoso per averne fatte suicidare ben due (la seconda è stata l’amante con cui ha tradito Sylvia per anni, Assia Wevill). Ma forse era soltanto uno a cui piacevano le donne fragili. Anche Huges era decisamente più famoso di Plath quando si conobbero. È morto nel 1998 e oggi, rispetto alla moglie, non è nessuno.

A differenza di Frida, Plath era frivola: a parte rari momenti di empatia, come quello coi Rosemberg, l’attualità e la politica non la appassionavano più di tanto. Si vestiva in modo abbastanza sobrio: uno stile difficilmente riproducibile. La riconoscibilità dello stile di Frida invece l’ha trasformata in una maschera carnevalesca. Se per travestirsi da Picasso basta una maglietta a righe e una testa calva e per fare Anna Wintour ci vogliono occhiali da sole firmati e caschetto liscio (basta togliere la frangia e si può riciclare per Joan Didion), per impersonare Frida servono gli attributi che sappiamo (anche un cane può riuscire a somigliarle). Non occorre certo rileggere L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica per capire cos’è successo: la sua immagine si è spogliata della sua sacralità, è diventata una Gioconda, un brand globale.

L’influenza sulla moda, i bar a tema, le emoticon ispirate ai 55 autoritratti realizzati durante la sua vita, l’appropriazione da parte di quello psudo-femminsimo pop che l’ha trasformata in una pin-up variopinta, i tatuaggi, le decine e decine di documentari su di lei, le centinaia di articoli. Basta. Avrei potuto renderle giustizia e parlare della sua pittura, ma non voglio rubare spazio al modo più sano per pensare a lei: la mostra. Con le cuffie nelle orecchie per non sentire la canzone di Brunori SAS, sarebbe bello provare a guardare veramente i suoi quadri (o le sue illustrazioni): per una volta lasciare che Frida Kahlo si racconti da sola.

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