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00:27 venerdì 3 aprile 2026
Durante la sua visita di Stato in Giappone, Macron ha ricevuto in regalo un disegno di Porco rosso autografato da Hayao Miyazaki (e ha fatto anche la Kamehameha di Goku assieme a Sanae Takaichi) Miyazaki, oltre alla sua firma, sul disegno ha lasciato anche un breve ma chiaro messaggio: «Insieme difendiamo la pace».
La nuova opera di Maurizio Cattelan è un numero telefonico da chiamare per confessargli i vostri peggiori peccati Chi chiamerà e confesserà avrà una corsia preferenziale per acquistare una versione in miniatura della sua opera "The Ninth Hour", quella che ritrae Papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite.
Molte persone hanno scoperto le backrooms vedendo il trailer del film The Backrooms e non ci hanno capito niente Prodotto da A24, il film è diretto dal 20enne Kane Parsons, che ha fatto diventare le backrooms un mito internettiano grazie a dei corti pubblicati su YouTube quando di anni ne aveva appena 16.
L’Iran sta usando le criptovalute per aggirare le sanzioni e continuare a finanziare le milizie in tutto il Medio Oriente La preferita dalle Guardie Rivoluzionarie, e dalla banca centrale dell’Iran, sembrerebbe essere Bitcoin perché meno volatile delle altre.
Nel 2025 per la prima volta su internet sono stati pubblicati più testi scritti dall’AI che dagli esseri umani Centomila bilioni di parole scritti dalle macchine: l'ennesima splendida notizia per gli esseri umani che hanno ancora la velleità di guadagnarsi da vivere con la scrittura.
Il mondo sta scoprendo Stefano Rapone grazie a un’intervista ai doppiatori di Super Mario Galaxy in cui quello che doppia Luigi gli dice che il suo Luigi preferito della storia è Luigi Mangione La puntata speciale di Tintoria con il cast del film è diventata viralissima, grazie alle domande di Rapone che hanno lasciato interdetto e divertito il cast.
Ci sono diversi indizi che fanno pensare che gli Strokes stiano per far uscire nuova musica Criptici messaggi pubblicati su Instagram e su un nuovo sito hanno mandato in visibilio i fan. C'è chi scommette già su un singolo in uscita domani.
Un bambino di sette anni ha disegnato la mascotte che gli astronauti di Artemis II stanno portando con loro verso la Luna Si chiama Rise (la mascotte, non il bambino) ed è stata selezionata in un concorso a cui hanno partecipato 2600 bambini da 50 Paesi del mondo.

La guerra che non esiste

I conflitti in cui sono impegnate le coalizioni occidentali sono poco rappresentati dai media. Un nuovo libro fotografico mostra un punto di vista inedito.

11 Ottobre 2017

Il 4 agosto 2016 due autobus su cui viaggiano turisti europei e americani vengono attaccati da un gruppo di Talebani armati nella provincia di Herat. Dieci turisti muoiono. In molti, nei giorni successivi, parlarono dell’irresponsabilità dei turisti – quelli sopravvissuti e quelli morti – nel viaggiare in un Paese come l’Afghanistan. Io li invidiai per il loro coraggio.

Le tre principali guerre dell’Occidente degli ultimi vent’anni – Afghanistan, Iraq, e Siria e Iraq, contro lo Stato Islamico e il regime di Bashar al-Assad – sono, mediaticamente, piuttosto paradossali: iniziate e proseguite in un’epoca in cui la tecnologia a disposizione dei grandi gruppi televisivi si sviluppa a ritmi vertiginosi ed esponenziali, non possiedono praticamente alcuna narrazione ufficiale in forma di video. I motivi, per tentare un’analisi decisamente poco approfondita, sono facili da intuire: i governi occidentali hanno capito che la guerra non piace alla popolazione, soprattutto se la stai perdendo. Le narrazioni di queste battaglie sono lontane anni luce dai media e, di conseguenza, dalla popolazione civile. Il concetto stesso di “essere in guerra” sembra essere inesistente, nel racconto dei mezzi di comunicazione. Appare, talvolta, soltanto citando il “nemico”: un attacco dell’Isis, a Raqqa o Baghdad; una sconfitta dell’Isis, subita a Mosul o Hawija. I  turisti che si avventurarono in Afghanistan nel 2016, e che caddero nell’imboscata dei Talebani, erano parte di quei pochissimi stranieri che ogni anno visitano l’Afghanistan per motivi non lavorativi o bellici. Circa 150 persone all’anno si addentrano nella valle di Bamyian, quella che ospitava i famosi Buddha. Sono meno di quelle che ogni mattina salgono su un aereo Ryanair in partenza da Bergamo e diretto a Ibiza.

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Le guerre, come è normale che sia, hanno fatto scomparire il turismo da luoghi che erano soliti accogliere migliaia di viaggiatori: soprattutto dalla Siria, e dalll’Afghanistan pre-invasione sovietica. Senza la testimonianza diretta, senza una copertura televisiva adeguata, per non parlare della quasi completa assenza di un racconto giornalistico e culturale approfondito, l’immaginario stesso di questi Paesi si confonde fino a trasformarsi, nella mente delle masse, in una macchia confusa e polverosa. Dove non arriva il giornalismo, tuttavia, possono arrivare validi tentativi artistici, più o meno di nicchia. Gli ultimi film di Kathryn Bigelow, Zero Dark Thirty e soprattutto The Hurt Locker, riescono a fornire una visione estetica dei Paesi teatri – o semi-teatri – delle guerre – rispettivamente Pakistan e Iraq. In molti si stupirebbero, se soltanto venissero diffuse più spesso e in modo migliore informazioni e immagini dall’Afghanistan, che il Paese in cui coalizioni militari euro-americane operano da quasi 20 anni sa essere scosceso come le regioni alpine e verde come la Svizzera o la Slovenia. Per quanto riguarda l’esperienza individuale, la letteratura riesce ancora a essere una miniera immaginifica, e spesso a cavallo tra fiction e non-fiction: ad esempio con Fine missione di Phil Klay (Einaudi, traduzione di Silvia Pareschi) o Anatomia di un soldato di Harry Parker (Sur, traduzione di Martina Testa), e in parte anche con La mia vita è un paese straniero di Brian Turner (NN Editore, traduzione di Guido Calza) ed Exit West di Mohsin Hamid (Einaudi, traduzione di Norman Gobetti).

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Per conoscere meglio i luoghi in cui si sta facendo la storia che verrà studiata nelle scuole tra cinque decenni circa, mi sono affidato, negli ultimi anni, esclusivamente a queste fonti, mancandomi il coraggio di avventurarmi su un autobus che percorre le vie di Herat. Ma se dovessi limitarmi alle informazioni in senso più stretto e meno narrativo (con sparute eccezioni, come i dettagliati reportage di Daniele Raineri su Il Foglio), ho imparato, della geografia afghana, più dalle litografie contenute ne Il grande gioco di Peter Hopkirk, ambientato in secoli in cui la Rivoluzione Industriale era ancora in fasce, che dall’informazione “mainstream” nazionale.

Ma un nuovo sguardo di pura non-fiction – crudo, affatto incipriato – sull’Afghanistan viene da un libro fotografico uscito nei primi giorni di ottobre 2017 per Mousse Publishing. L’autrice è Giovanna Silva, il volume si chiama Afghanistan 0 Rh–, e non c’è un singolo testo oltre alle immagini. «0 Rh– è il mio gruppo sanguigno», mi ha detto Giovanna quando le ho chiesto del titolo. «Quando sono entrata alla base in Aghanistan me l’hanno chiesto per eventuali trasfusioni, ma io non lo sapevo. Ora lo so».

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Il racconto fotografico parte dalla pancia di un aereo militare – quello che ha portato la fotografa e i soldati dall’Italia all’Afghanistan, proprio nella provincia di Herat – per poi estendersi alla base, e successivamente dipanarsi nei pattugliamenti delle campagne e della città. Non è un volume giornalistico o convenzionale, ed è l’assenza stessa dei testi, la tipologia delle immagini, a comunicare sorprendentemente la natura di una guerra strana, fatta, in certi casi, soprattutto di routine e intimità. Le fotografie sono scattate in spazi angusti, all’interno dei mezzi di pattugliamento, delle basi militari. Le visioni delle città, i prati delle zone rurali, sono incorniciati dai finestrini delle camionette. Qualcosa, costantemente e conradianamente, incombe.

«Lo spazio intorno a me era letteralmente pochissimo», mi ha spiegato Giovanna. «Quando sei dentro ai Lince o ai 130 sei tutto pigiato, non hai spazio fisico». L’obiettivo allora riprende i gomiti rugosi di un soldato, le mani grasse di un altro, due volti impassibili con gli occhiali da vista, in attesa. Un’altra mano con le unghie tagliate male al tronchesino è avvolta intorno a una radio con degli elastici sulle antenne. Più avanti, nelle vie della città, un mezzo per i lavori stradali giallo, nuovo di zecca, immagino acquistato con fondi americani, attraversa una periferia polverosa; un triciclo motorizzato passa al fianco di un mezzo corazzato mimetico – un Lince o un 130, non saprei proprio dire; la tracolla di un enorme fucile dentro il mezzo è un poco sfilacciata; una donna in burqa cammina in una rotonda senza marciapiedi, ma i palazzi intorno a lei sono nuovi e graziosi e a due piani e sembrano in vendita. Di nuovo alla base, gli elicotteri che sembrano vespe riposano con le eliche abbassate. L’enormità della parola guerra viene scomposta nei suoi dettagli più piccoli. Diventa più silenziosa, e intima. In un certo senso più comprensibile.

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Tutte le immagini tratte da Afghanistan 0 Rh–, ©Giovanna Silva
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