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Al caso della “famiglia nel bosco” adesso si è aggiunto anche un film prima svelato e poi smentito nel giro di 24 ore
I giornali hanno riportato di un accordo quasi fatto con Netflix. Accordo che è stato poi smentito dall'avvocata della famiglia e dalla stessa Netflix.
A lanciare l’indiscrezione è stato il quotidiano La Stampa: il caso giudiziario e mediatico della cosiddetta “famiglia del bosco” diventerà presto un film per Netflix. Secondo quanto riportato dal quotidiano, Netflix sarebbe nella fase avanzata della trattative per ottenere i diritti sulla storia, avendo già ottenuto il via libera all’operazione sia dei legali che assistono la coppia sia della struttura di Vasto dove ad oggi vivono i tre figli (tutti minorenni) vittime di questa vicenda.
Le certezze attorno a questo film sono durate neanche 24 ore, però: oggi, martedì 14 aprile, è arrivata la smentita dell’avvocata di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, Daniela Solinas: «Da giorni assistiamo alla falsa diffusone di notizie che non hanno altra finalità se non quella biecamente speculativa», ha detto l’avvocata, che ha spiegato che non esiste alcun accordo tra Birmingham e Trevallion da una parte e Netflix dall’altra. Oltre a questo, Solinas ha anche ribadito che i due non stanno trattando con nessuna piattaforma e nessun produttore di alcun tipo e che al momento non sono assolutamente interessati a vedere la loro storia traposta in un film o in una serie. Anche l’ufficio stampa di Netflix ha smentito la notizia e confermato che non c’è alcun trattativa in corso con la famiglia.
Secondo quanto raccontava l’articolo della Stampa, l’idea alla base del film sarebbe stata quella di costruire un racconto che contrapponesse le due visioni del mondo emerse in questa vicenda. Il lungometraggio dovrebbe ripercorrere l’intera vicenda presentando sia il punto di vista della famiglia sia quello degli assistenti sociali e degli inquirenti che hanno portato all’allontanamento dei figli dalla casa nei boschi di Palmoli e dalla famiglia. Decisione alla quale si è ovviamente opposta la coppia anglo-australiana formata da Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, che ha più volte raccontato ai giornali e in televisione la loro scelta di vita “a contatto con la natura”, una scelta che li ha portati a fare a meno di comodità considerate essenziali da gran parte della popolazione mondiale. Da sempre la coppia ha raccontato di assistenti sociali e giudici che si sono dimostrati subito ostili nei confronti delle loro scelte di vita e smaniosi di separare i tre figli dai genitori, usando come “pretesto” l’intossicazione alimentare causata da dei funghi velenosi che i bambini hanno mangiato e che hanno portato l’intera famiglia in ospedale. La vicenda è finita al centro del dibattito pubblico quando la politica ha trasformato questo caso di cronaca in una questione ideologica, con diversi esponenti della destra al governo e non che hanno difeso a spada tratta la coppia e hanno attaccato sia i magistrati che gli assistenti sociali, invocando la presunta inviolabilità del legame tra genitori e figli.
Netflix dunque ha deciso di puntare sul potenziale di una storia di cronaca diventata battaglia ideologica, una vicenda che ha suscitato reazioni fortissime in tutto il Paese ogni volta che un nuovo dettaglio, giudiziario o giornalistico, vi si aggiungeva. Una vicenda che è ben lontana dall’essere conclusa, dato che la Corte d’Appello dell’Aquila si prepara a pronunciarsi sul ricorso presentato dalla famiglia Trevallion-Birmingham per chiedere la revoca dell’ordinanza di allontanamento dei bambini, attualmente ospitati da una comunità di Vasto. Nonostante la storia della “famiglia nel bosco” sia tutt’altro che conclusa – e quindi una sua lettura complessiva rimanga molto difficile – Netflix lavora all’opera, battuta però sul tempo dalla stessa Catherine Birmingham. Il prossimo 5 maggio arriverà nelle librerie italiane La nostra vita libera, autobiografia della coppia e manifesto delle loro scelte di vita, che fungerà probabilmente anche da autodifesa e risposta alle affermazioni degli assistenti sociali, secondo i quali i figli della famiglia Trevallion-Birmingham mostrerebbero tutti importanti difficoltà nel leggere e nello scrivere in italiano, causate dal fatto che non vanno a scuola, non frequentano coetanei e gli unici veri e proprio contatti li hanno con i genitori.
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