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Il presidente del gruppo editoriale Gallimard ha detto ai direttori delle sue case editrici che da ora in poi dovranno passare tutti i manoscritti che arrivano in un rilevatore di scrittura AI Dal 2027 le case editrici del gruppo Gallimard dovranno controllare i testi con un software di rilevamento. La decisione arriva dopo il caso di Thélyson Orélien, romanzo candidato al Goncourt che sarebbe stato scritto con l’AI.
Pur di aiutare gli studenti a vincere, i serbi all’estero si sono inventati VoteBnb, una piattaforma che offre alloggio e trasporto gratuito a chi vuole tornare a casa per le elezioni Con appena 93 seggi in tutto il mondo, i serbi all’estero hanno organizzato passaggi, pullman e alloggi gratuiti per poter votare. Alla fine la Lista studentesca ha vinto e Vučić ha ammesso la sconfitta.
A Berlino vogliono espropriare 160 mila appartamenti ai fondi immobiliari per iniziare a risolvere la crisi abitativa Dopo la vittoria della Linke, la futura coalizione di sinistra vuole trasferire in mano pubblica le case dei gruppi che possiedono più di 10 mila appartamenti. Solo al colosso Vonovia questo costerebbe 8,4 miliardi.
Alla notizia della vittoria di Lula le persone hanno iniziato a urlare a squarciagola il suo nome alla finestra. L’ultima volta che in Brasile si sono viste scene così è stato quando la Nazionale ha vinto il Mondiale E ovviamente le immagini di questi festeggiamenti sono finite tutte sui social, raccolte sotto l'hashtag #ViradaDoLula, la rimonta di Lula.
Art Basel Paris ha deciso di chiudere in anticipo a causa delle proteste del fine settimana La fiera d'arte al Grand Palais termina venerdì 23 ottobre alle 19 e resterà chiusa sabato e domenica. A rimetterci saranno soprattutto le gallerie emergenti e gli artisti esordienti.
Sottopalco al concerto dei Fontaines D.C a Madrid, tra i fan più scatenati, c’era anche Pedro Sanchez Lo ha fatto sapere lui stesso, a fine serata, pubblicando su X un video del concerto con un commento entusiasta: «Per chiudere la giornata, mi godo i grandi Fontaines D.C. Spettacolari!».
Il 30 ottobre i portuali di mezzo mondo fermeranno le navi che trasportano armi I sindacati dei lavoratori portuali di sei paesi tra Europa e Mediterraneo hanno indetto una giornata internazionale di scioperi contro il traffico di armi e la militarizzazione dei porti. In Italia la protesta è diventata uno sciopero generale
La crisi abitativa sta avendo degli effetti devastanti sulla vita sessuale dei giovani Si parla tanto di “recessione sessuale” della Gen Z, ma il problema non è il desiderio: sono le pareti sottili, i coinquilini e i genitori. E in Italia, dove si esce di casa a 30 anni, la questione è ancora più seria.

Ethos ci piace perché ci fa sentire in colpa

Uno dei motivi del successo della serie è il nostro riconoscerci segretamente nella protagonista.

03 Febbraio 2021

Ho iniziato a guardare Ethos in solitaria dopo aver letto un minuscolo trafiletto forse sul Corriere, e nelle settimane successive tutti i miei contatti lo stavano guardando, consigliandolo, e postavano entusiasti. Si tratta, per banalizzare, di una specie di In treatment turco, in cui assistiamo alle sedute terapeutiche sia della giovane Meryem, una ragazza velata di umile estrazione, sia alle sedute della sua stessa psicologa, una donna progressista e atea che si rivolge a una collega per parlare della rabbia che le provoca Meryem, senza sapere che anche la collega proviene da una famiglia religiosa e osservante.

Uno dei motivi del successo di Ethos, il cui titolo originale è Bir Başkadır (cioè, qualcosa di diverso) è il riconoscersi segretamente nella psicologa protagonista, perché, come lei, tanto più ci crediamo mentalmente aperti quanto più siamo chiusi nelle nostre ristrette vedute. Mentre infatti da un lato ci riempiamo la bocca con parole sempre più svuotate dal loro abuso, come inclusione, condivisione e accettazione, tanto più ci arrocchiamo attorno alle nostre personali credenze, caratteristiche e interessi, come se gli stessi fossero voci di un menù da cliccare per raccontarci agli altri attraverso stringhe binarie.

La mia teoria è che, pur amando ufficialmente Meryem, che ogni giorno attraversa Istanbul dalla sua casa di campagna per andare a fare le pulizie nell’appartamento di un uomo di cui è innamorata, noi ci identifichiamo nella sua psicologa emancipata, che per espandere la sua mente beve ayahuasca, ma poi non riesce a rapportarsi in modo professionale alla sua paziente velata a causa del pregiudizio.

L’espressione “qualcosa di diverso” del titolo si riferisce a una narrazione che vuole discostarsi da quella popolare in Turchia (una delle co-protagoniste interpreta l’attrice di una seguitissima soap turca), ma quel qualcosa di diverso è anche la paura dell’altro, un sentimento di chiusura che attribuiamo tradizionalmente a chi è meno istruito, ma che invece oggi appartiene altrettanto a chi pretende di insegnare alle masse il valore della multiculturalità, della mescolanza e della differenza.

Ebbene, questa differenza ci piace se riguarda il colore della pelle o il disagio mentale; ma non siamo disposti a venire a patti, per dire, con i fedeli praticanti o le famiglie che ancora non si sono disfatte dai ruoli tradizionali. Ho rintracciato questo atteggiamento intransigente e incapace di immedesimazione in tanti amici colti che, per esempio, abbandonano la chat degli amici delle medie perché non riescono a confrontarsi con le classiche battute virili e volgari da spogliatoio, che offenderebbero la loro evoluta sensibilità.

Nel frattempo, nel silenzio dei nostri cellulari acquattati muti sulle mensole della cucina per non rompere l’idillio domestico, si accendono e pulsano chat apposite dove prendere in giro gli amici moralisti che si rifiutano di partecipare a un evento con troppo poche donne, e che segnalano la loro virtù pubblicamente. Anche questa è una forma di chiusura di chi vorrebbe essere più aperto, ma non può fare a meno di definirsi, di ripassare il proprio contorno col pennarello, affermando nel segreto di chat derisorie: noi siamo progressisti, ma mica bacchettoni come gli altri. Sul posto di lavoro, le donne senza figli tendono a fare gruppo con le loro simili, e questa ormai nauseabonda questione di figliare o meno è diventata una scelta manichea tra figli e carriera, tra famiglia e libertà, che spinge le donne a individuarsi nel loro status di madri o no, dando per assurdo un risalto sproporzionato alla coincidenza della donna col ruolo di madre: lo stesso automatismo che si vorrebbe distruggere.

Mi viene in mente adesso, pensando al fuoco incrociato di commenti che spesso gli articoli scatenano sui social, che anche la mania di commentare i pezzi, molto spesso travisandone il senso dopo una lettura superficiale e prevenuta, è sintomo della stessa malattia: ormai lo sappiamo, ogni qualvolta un individuo si disegna davanti agli altri, l’urgenza di chi assiste non è quella di guardare e ascoltare, e di provare a entrare e capire, ma di posizionarsi, di dire: vedete questo articolo? Ecco, io rispetto a questo sono così, sono cosà, anche se magari non c’entro niente, io mi posiziono qui, mi vedete? Io nel quadro di questa faccenda sono uno o zero, pollice su o pollice verso. E se per caso il gestore dei contenuti ha disattivato i commenti, esplodo dalla rabbia di non poter incidere lì sotto la parola io.

La cosa vertiginosa di Ethos, al netto di tutta la sua raffinata e curatissima bellezza, dei suoi tempi morti, dei suoi ritratti domestici così est-europei di donne in pantofole e capelli sparsi, è la capacità di creare una sottile, inconfessata immedesimazione in chi, ormai, come la psicologa, ha idee così giuste che non è più capace di immedesimarsi. Ma noi non ce ne rendiamo conto, no, pensiamo, poverina, com’è rigida, e dopo abbassiamo lo schermo del computer e riprendiamo a tutto spiano col pessimo vizio di saperla lunga.

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