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02:19 giovedì 6 agosto 2026
Per sopperire al taglio dei fondi per la ricerca, un gruppo di scienziati che studia le marmotte ha aperto un canale OnlyFans tutto dedicato alle marmotte OnlyMarms (si chiama proprio così) è gratuito, pubblica «contenuti non censurati di marmotte dalle Montagne Rocciose» e accetta mance per la buona causa della scienza.
Le ondate di caldo potrebbero far aumentare il prezzo del cibo più della guerra in Iran e della crisi nello Stretto di Hormuz Addirittura un punto percentuale di inflazione alimentare in più, un aumento del costo del cibo che nel 2027 rischia di arrivare al 3 per cento.
Il ristorante Trippa ha tolto dal menù i suoi due piatti più celebri perché troppe persone prendevano solo quelli per fotografarli L'ha spiegato lo chef Diego Rossi, per provare a sfuggire alle tendenze dettate da Instagram anche sulla ristorazione.
Il Pentagono ha improvvisamente cambiato il modo in cui conta i morti e i feriti nella guerra in Iran Pare su richiesta diretta dalla Casa Bianca. Risultato: 4 morti "in meno" e circa 600 feriti in più.
Fred Again ha passato 50 ore consecutive in livestream su YouTube per completare il suo nuovo mixtape Lo ha fatto insieme al collettivo LATIN MAFIA, registrato tutto a Città del Messico e intitolato (didascalicamente ma efficacemente) 9 months & 50 hours.
I Massive Attack sono stati banditi a vita da Singapore dopo aver esposto la bandiera della Palestina durante un concerto Prima di essere espulsi hanno subìto perquisizioni e il sequestro dei passaporti. «Un'esperienza surreale», l'ha definita la band.
La crisi climatica sta causando un nuovo tipo di gentrificazione e stavolta la vittima non sarà la città ma la provincia Lo dimostra una ricerca della Universitat Autònoma de Barcelona: aree con più verde, meno popolate e lontane dal centro stanno diventando le più appetibili. E costose.
L’unica pasticceria al mondo che ha il permesso dello Studio Ghibli per fare dolcetti di Totoro è quella della cognata di Hayao Miyazaki Si chiama Shiro-Hige’s Cream Puff Factory e ne produce pochissimi alla volta: accaparrarseli è difficile quasi come riuscire a visitare il Ghibli Park.

Epic fail

Tutti i segreti delle «cose peggiori di sempre»: un libro spiega perché ridiamo degli errori più assurdi e incredibili del mondo.

13 Marzo 2013

YOU FAIL IT!
YOUR SKILL IS NOT ENOUGH-
SEE YOU NEXT TIME- BYE BYE.

Ovvero: «Hai fallito! Non sei abbastanza bravo. Ci vediamo la prossima volta, ciao ciao».

Secondo l’informato sito Know Your Meme il primo utilizzo del termine fail nell’accezione che avrebbe poi dominato internet è datato 1998 è contenuto nel videogioco Blazing Star (1998), precisamente nel messaggio di game over. Quando l’utente moriva, il gioco sembrava prendersela a cuore, introducendo ingenuamente un nuovo concetto, oggi diffusissimo. Quello di fail. O di epic fail, la sua variante hardcore, antieroica, epica. Il fallimento totale, l’errore madornale che piega lo spaziotempo, se commesso su internet può trasformare un utente qualsiasi in una piccola celebrità, una stella che conquista la notorietà a sua insaputa. Fallire è però più difficile di quanto si possa pensare: tutti noi sbagliamo quotidianamente, eppure solo alcuni dei nostri errori si meritano la medaglia-fail.

Quello che distingue un semplice errore dal fail è la sicumera di chi lo fa. Per esempio: Mr. Bean non è uomo da fail – gli cadono di continuo cose addosso, inciampa e fa figuracce ma non è un personaggio intelligente, è lo stupidone distratto a cui non può che andare tutto male. Il fail si ottiene quando un soggetto è estremamente convinto delle sue capacità, fallisce e noi tutti ci rendiamo conto di quanto è ridicolo/a. Lo spiega bene Marc O’Connell su Epic Fail: Bad Art, Viral Fame, and the History of the Worst Thing Ever, ebook edito dal sito letterario The Millions, riferendosi al caso dell’affresco di Gesù di Elías García Martínez, “vittima” del restauro di un’ignara pittrice, che lo trasformò in un omino sfumato simile a una patata (vedi immagine seguente).

L’opera, custodita in un museo della città spagnola di Borja, fece il giro del mondo nella sua nuova veste sconvolta, diventando un notevole meme su Internet in quanto perfetta rappresentazione della vera natura dell’epic fail. Non si tratta infatti di un atto vandalico: Cecilia Jiménez, la “restauratice” autrice del danno, credeva di aver fatto un buon lavoro. «L’epic fail» scrive O’Connell «è anche un rito paradossale attraverso il quale un grande slancio d’autoconvinzione arriva ad essere ridicolizzato e venerato globalmente». Non solo sfottò, quindi: anche ammirazione – d’altronde è un fallimento epico, mica normale. Come scriveva nel 1964 Susan Sontag in Notes on Camp (.Pdf), opera in cui delineava le caratteristiche estetiche del nuovo genere (il camp, appunto), tutto questo si basa su «un elemento fondamentale, la serietà; una serietà che però fallisce». Ma se il camp prevedeva uno sforzo critico e ironico da parte di un pubblico preparato, l’epic fail si basa su autori inconsapevoli delle proprie lacune, e di un pubblico che non vede l’ora di riderne. Non c’è nessun giudizio critico. Non perché il dibattito culturale online non sia abbastanza elevato, ma perché il «potato-Jesus» di Jiménez non ne prevede (né ne merita) alcuno. La restauratrice – insieme a molti altri epicfailer – è però diventata una star, a suo modo, com’era già successo al fu Osvaldo Paniccia qui in Italia. Unendo in qualche modo il villaggio globale di Marshall McLuhan ai 5 minuti di celebrità per tutti di Andy Warhol, O’Connell arriva a dire che «il Villaggio Globale ora arriva a consacrare un nuovo Idiota del Villaggio Globale a settimana».

Epic Fail, oltre a essere un ottimo trattato sull’argomento, si scomoda ad andare alla caccia di casi pre-internet, scovando alcune gemme preziose. Come Amanda McKittrick Ros, attiva in Inghilterra nella seconda metà dell’Ottocento e considerata all’epoca «la peggiore scrittrice del mondo». La nostra divenne ovviamente popolare tra scrittori e letterati, in qualche modo ammirati dalle trame improbabili e le descrizioni infantili che erano la cifra stilistica della Ros. Tra i suoi fan, gli studenti di Cambridge e Oxford, che le dedicarono dei club di lettura, e Aldous Huxley, autore del saggio “Euphes Redidivus” in cui analizzava lo stile pomposo e inutilmente complicato della scrittrice, concludendo che «i primi tentativi di scrittura consciamente letterale di chiunque sfociano sempre nella più complessa artificialità». Ros era per esempio capace di riferirsi agli occhi umani come dei «globuli di luce», o di chiamare degli innocui pantaloni «southern necessary» (letteralmente «il necessario del sud», ovvero le cose che sono necessarie alla parte inferiore del corpo umano). A fare della nostra un fallimento epico è, ovviamente, la sua convinzione. Che la portò a gridare vendetta a tuti suoi detrattori, come il critico Barry Pain che la stroncò nel 1898 e a cui lei rispose personalmente in una sua opera, dedicandogli un risposta carica d’odio lunga 20 pagine.

Nessun epic fail sarebbe tale se il suo autore non fosse convinto di essere nel giusto oppure un genio.

Si prosegue poi con altri casi: McArthur Wheeler, il rapinatore che nel 1995 fece due rapine a volto scoperto nello stesso giorno, e quando fu arrestato dalla polizia disse sorpreso: «Ma mi ero messo il succo!». In qualche modo si era convinto che cospargendosi la faccia di succo di limone si sarebbe reso irriconoscibile. Un caso studiato nel 1999 da David Dunning e Justin Kruger  nel paper “Unskilled and Unaware of It: How Difficulties in Recognizing One’s Own Incompetence Lead to Inflated Self-Assessments” pubblicato dal Journal of Personality and Social Psychology, secondo cui Wheller «non era troppo stupido per rapinare una banca, bensì troppo stupido per capire che era troppo stupido per rapinare una banca». Questo senso di «illusoria superiorità» è il sale dell’epic fail; è la base del cosiddetto “effetto Dunning-Kruger“, ribattezzato così dallo studio dei due ricercatori. I quali, ironia della sorte, vinsero il premio Ig Nobel per la loro assurda ricerca.

L’epic fail non perdona.

Alla radice del successo di questo genere c’è quel misto di schaddenfreude cazzona e di autoconsolazione che ci permette di continuare a vivere e a provarci nonostante gli inevitabili errori che compiamo (e che vediamo fare agli altri). Ogni epicfailer è però un caso limite, una linea tra gli errori tradizionali che possono capitare a tutti e la zona “almeno non ho mai fatto nulla di simile”. O, come scrive O’Connell, «la comprensione gratificante e divertente che ci convince che, nonostante i nostri piccoli imbrogli, almeno non siamo truffatori così incompetenti e senza vergogna come loro. Perlomeno non siamo inciampati in modo così spettacolare». C’è poi una componente tragica e sadica nella nostra risata, che è parte della natura umana, un fondo di cinismo che ci spinge a deridere l’Idiota del Villaggio Globale di turno senza preoccuparci del suo stato d’animo. Anche perché un epic fail può succedere a tutti e ogni risata di scherno è in realtà una preghiera silenziosa per non essere il prossimo clamoroso fallimento pubblico.

Immagini: un dipinto modificato con il meme “Jesus Fresco” (via); vari altri FAIL, parte dell’enorme archivio che si può trovare su internet.

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